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Un passaporto verso la (nuova) normalità

Nonostante la pausa estiva non si placano le polemiche sul green pass (anche) tra gli operatori del gioco: e la politica non rimane indifferente. Ma serve un cambio di mentalità. 

Non passa giorno - nonostante il periodo di tradizionali vacanze estive - senza che la nostra redazione riceva decine e decine di email e messaggi da parte di lettori “imbestialiti” (spesso, letteralmente) riguardo all’obbligo di verifica del “green pass” per l’accesso ai locali di gioco. A partire da agosto, siamo praticamente inondati di messaggi, provenienti per lo più da gestori di locali, esercenti o preposti. Non che la materia interessi soltanto gli addetti ai lavori dell’intrattenimento, anzi. Dai rifugi di montagna del Nord Italia ai ristoranti della Sicilia, passando per scuole, aziende e ogni altro tipo di attività sull’intero territorio nazionale, il tema del green pass continua ad arroventare l’estate, finendo col surriscaldare anche l’ultima decade di agosto. Promettendo di andare a infiammare anche il Parlamento, alla ripresa dei lavori. Con lo scontro sull’obbligo del certificato vaccinale che - di fatto - è diventato uno scontro sull’obbligo di vaccinazione, visto che dal 6 agosto il green pass è diventato requisito principale, in base al decreto di luglio, e ormai indispensabile per poter esibire dove richiesto l’ambìto (o contestato) codice a barre anti-Covid. Anche se per avere il pass bastano tamponi a ripetizione o la certificazione di aver avuto il Covid nei sei mesi precedenti, il nodo centrale che continua a dividere il paese resta il vaccino. Quello che il capo dello Stato Sergio Mattarella ha definito “Un dovere e un atto d’amore”, provando a rafforzare l’appello già lanciato prima della pausa estiva da Mario Draghi e riprendendo le parole di Papa Francesco di pochi giorni fa. Ma il fronte “no vax” non si placa e, ad oggi, sono ancora 2 milioni i cinquantenni non vaccinati. Un pubblico di fronte al quale non rimane certo indifferente la politica, con la Lega che- addirittura - si appresta a dare battaglia, alla ripresa dei lavori parlamentari di settembre, a colpi di emendamenti sul decreto di luglio.

In tutto questo caos generale, nel mezzo, ci sono gli operatori del gioco, tanto per cambiare. Con i controlli che in questo momento - già così critico per gli addetti ai lavori - sembrano focalizzarsi quasi esclusivamente sulle sale (o almeno questa è la sensazione di chi lavora nel comparto). Eppure, lo sforzo (ulteriore) che deve essere fatto in questo momento dagli addetti ai lavori è quello di guardare avanti, ancora una volta, pensando al domani: considerando il green pass non solo come un onere aggiuntivo e un'altra restrizione (com'è, di fatto, per tutte le attività), ma piuttosto come un lasciapassare per poter riportare il paese verso la normalità. Che tutti noi agognamo da tempo anche se ancora non riusciamo ad intravedere e, forse, neppure a immaginare, abituati a sentir parlare di un “new normal” che dovrebbe vederci tutti cambiati, ma forse non in meglio. E di certo non lo sarà l'economia, nonostante gli aiuti (non certo banali, anzi) provenienti da Bruxelles. Anche per questo, però, è necessario adottare la teoria dei piccoli passi e considerare ogni piccolo movimento fatto in avanti come un progresso, un avvicinamento verso la metà che dovrà essere, appunto, la normalità. Il green pass, dunque, rappresenta l'unica alternativa individuata dalla politica al lockdown e come tale, quindi, deve essere considerata. Adottando questa “soluzione” - per quanto discutibile sotto diversi profili e contestabile all'infinito – con grande senso di responsabilità e anche un pizzico di sacrificio. Anche se di sacrifici, gli addetti ai lavori, ne hanno fatti fin troppi. Come del resto, va detto, non è mai mancato neppure il senso di responsabilità da parte loro, ampiamente dimostrato in tutte le fasi della pandemia, dal lockdown alle varie ripartenze.

 

A capire l'importanza dello strumento, per esempio, è la Federazione italiana dei pubblici esercizi (Fipe) di Confcommercio che nelle scorse ore ha preso una posizione netta spiegando che il ritorno alla stagione delle misure restrittive sulle imprese deve essere scongiurato in ogni modo e lo strumento migliore per raggiungere questo risultato è proprio da individuare nel green pass. Aggiungendo, tuttavia, che affinhé ciò si realizzi !occorre collegare il suo utilizzo progressivo all’evoluzione del quadro epidemiologico prevedendo che il cambio di colore delle regioni si accompagni proprio ad un uso più estensivo del certificato”.
In questo modo, infatti, si potrebbero raggiungere tre risultati: incentivare la campagna di vaccinazione; non si penalizzerebbe la stragrande maggioranza degli italiani che hanno scelto responsabilmente di vaccinarsi e – soprattutto - non si fermerebbe neppure una sola impresa.
Con il presidente della federazione, Lino Enrico Stoppani, che ha voluto metterlo anche nero su bianco invicando una lettera al premier Mario Draghi e ai ministri competenti (Garavaglia, Giorgetti e Speranza), oltre ai singoli Governatori di Regione, attraverso le rispettive delegazioni territoriali.
“Serve un cambio di passo – sottolinea Stoppani – per fare in modo che la massiccia campagna vaccinale non solo prosegua speditamente ma serva proprio a coniugare la tutela della salute con la salvaguardia dell’economia”. Con 36 milioni di persone vaccinate con doppia dose, spiega Stoppani, è ora possibile cambiare approccio. Avanzando la proposta, appunto, di estendere progressivamente l’uso del green pass, collegando i livelli di rischio con cui si classificano le regioni all’utilizzo progressivo della certificazione verde: man mano che peggiora il quadro sanitario, si amplia la platea di attività e servizi nei quali si accede con il green pass. Una soluzione che andrebbe anche in direzione della vera equità, visto che dopo molti mesi di sacrifici, sarebbe infatti incomprensibile ricadere nelle maglie di nuove chiusure e restrizioni per causa di chi, dopo nove mesi di campagna vaccinale, sceglie ancora oggi liberamente di non vaccinarsi, aumentando con questa scelta individuale il rischio collettivo di assumere nuovi costosissimi provvedimenti, in termini sanitari, economici e sociali”.
Quello che è certo, dunque, è che anche questa volta l'ultima parola spetta alla politica e la decisione finale, chiaramente, all'esecutivo: chiamato a dettare la linea per gestire quella che si spera possa essere la fase finale della pandemia e dell'emergenza ad essa collegata. Ma è fin troppo evidente che per arrivare a dichiarare veramente chiusa la partita con il Covid-19, tutti dovranno fare la propria parte. A partire dai singoli cittadini, ma anche dagli addetti ai lavori del comparto, i quali potrebbero comunque aiutare ad “educare” quei milioni di italiani che non hanno ancora intenzione di vaccinarsi. E' quindi il momento di cambiare visione, oltre all'approccio, provando a scrutare il futuro, che prima o poi dovrà tornare roseo.

 

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