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Ricominciamo dal green pass, ma l'obbligo ora è nelle riforme

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Che il green pass sia la vera soluzione per evitare il lockdown è ormai un fatto: ma per uscire dalla crisi servono le riforme.

 

 

 

 

Ci risiamo. Neanche il tempo di avviare il tradizionale fact-checking sul governo Draghi rispetto alle politiche da attuare nei confronti del gioco pubblico che si ha subito la prima interruzione, dovuta all’uscita di scena (sia pure non improvvisa) del sottosegretario “delegato” a gestire il comparto, Claudio Durigon. Un addio che impone un inevitabile stop ai lavori di riforma promessi dal governo sul settore, che sarebbero dovuti partire - ma solo teoricamente - proprio in questi giorni, alla ripresa delle attività parlamentari dopo la pausa estiva. Invece, tutto è da rifare, in attesa di conoscere - in primis - chi sarà il nuovo sottosegretario a ricoprire il vuoto lasciato da Durigon (pur sapendo già che si tratterà comunque di un leghista e che dovrà gestire le stesse deleghe e gli stessi dossier) e quale sarà il suo approccio rispetto alla “materia” gioco.
Tutto questo in un momento tutt’altro che semplice, per il comparto come per il resto del paese e dell’economia. Un motivo in più per essere preoccupati, dentro e fuori al settore. Anche se i denari iniziati ad arrivare dall’Europa attraverso il Recovey Fund cominciano a dispensare entusiasmo in gran parte dei mercati, promettendo un nuovo slancio in un paese che già prima del Covid soffriva di asfissia, dimostrandosi incapace di crescere. Almeno fino all’arrivo di Mario Draghi, per il quale il vero test e la vera sfida iniziano adesso: dopo l’uscita (si spera, a breve) dalla pandemia e con l’avvio del Recovery Plan.
Per quanto riguarda il settore del gaming, però, tutto è ancora da vedere e da capire: nella speranza generale che il nuovo incaricato possa proporsi con tutto il pragmatismo che serve in un momento come questo per riscrivere (letteralmente) le regole del gioco. In ogni caso, ciò su cui sembrano essere ormai tutti d’accordo (eccetto i “no-vax”), è che il punto di partenza per uscire dalla prima emergenza, cioè quella sanitaria, è l’impiego del green pass, nella consapevolezza ormai diffusa della necessità di estenderne l’utilizzo - quindi l’obbligo - anche a tutti i mezzi pubblici e ai supermercati e non più soltanto ai locali pubblici. Per evitare le discriminazioni e aumentarne l’efficacia, oltre a sensibilizzare ulteriormente l’opinione pubblica. Come scrivono correttamente su IlSole24Ore il giurista Carlo Melzi d’Eril e il costituzionalista Giulio Enea Vigevani, l'obbligo della certificazione non solo è compatibile con il rispetto delle libertà costituzionali ma anche in sintonia con il principio di solidarietà. Confermando ulteriormente - qualora ce ne fosse stato bisogno - la strategia governativa per condurre i più titubanti a vaccinarsi spontaneamente, senza per ora giungere alla misura più draconiana dell'obbligo, almeno per gli individui più a rischio. Tutto nasce dal fatto che dal 1° settembre saranno in vigore nuove disposizioni che imporranno la certificazione vaccinale per l’esercizio di alcune professioni e per la partecipazione ad alcune attività. Solo chi potrà dimostrare di avere contratto la malattia ed essere guarito, chi avrà effettuato un tampone nei due giorni precedenti e, ovviamente, chi si sarà vaccinato potrà viaggiare su treni a lunga percorrenza, insegnare nella scuola dell’obbligo o frequentare l’università. Per una significativa estensione rispetto a quanto sinora previsto. Oggi, infatti, il “green pass” è richiesto per consumare nei ristoranti, entrare in cinema, musei, teatri, stadi, palestre, piscine, centri benessere, fiere, congressi, parchi divertimento, sale da gioco, centri culturali o ricreativi e persino per partecipare a concorsi pubblici. Ma non ovunque. Mentre con le imminenti nuove restrizioni si andrà ad incidere ulteriormente (e non poco) su diritti fondamentali, quali la libera circolazione e lo studio: al punto che in molti si chiedono se siano compatibili con la nostra costituzione e con i trattati che tutelano i diritti umani.
Secondo gli esperti che affrontano il tema sul quotidiano economico, ricordando che siamo di fronte a una pandemia che flagella il nostro Paese e il mondo intero da un anno e mezzo, il cui contagio è propiziato da assembramenti, specie in luoghi chiusi, non si ravvisa alcun problema nel condizionare la frequentazione di questi ultimi all’esibizione di un certificato di avvenuta immunizzazione. Ciò, in particolare, tenuto conto del fatto che la comunità scientifica nel suo complesso non ha dubbi sull’utilità del vaccino e sull’esistenza di persone “fragili”, alle quali quest’ultimo non può essere inoculato. In una simile situazione, sia per garantire la salute di tutti, evitando che gli ospedali siano ancora “colonizzati” da pazienti Covid, sia per tutelare chi non può essere sottoposto alla profilassi, non si intravedono dunque particolari difficoltà a limitare, temporaneamente e con una norma di rango primario, alcune libertà anche fondamentali. E ancora meno difficoltà si scorgono quando a essere limitate sono le libertà di chi, senza alcun appiglio razionale, semplicemente rifiuti di vaccinarsi. Rifiuti cioè una condotta che, a fronte di rischi infinitesimali, contribuisce a debellare il virus e consente, a chi vorrebbe ma non può farlo, di esercitare fin d’ora quelle stesse libertà. Per questo gli esperti si dicono “convinti che l’utilizzo, fatto finora e quello che sembra imminente, della certificazione sia non solo compatibile con il rispetto delle libertà costituzionali ma anche in sintonia con il principio solidaristico, con cui tali libertà debbono essere in concreto tradotte nelle disposizioni legislative, soprattutto in periodi emergenziali come questo”. Proponendo - addirittura - al legislatore “la facoltà – che forse trascolora in un dovere – di estendere l’obbligo di certificazione a mezzi pubblici di ogni tipo (treni anche a breve percorrenza, trasporti pubblici urbani), a luoghi di culto, a supermercati e centri commerciali, a chi amministra la giustizia e, in generale, al personale a contatto quotidiano con il pubblico”.
Eccesso di rigore? Obbietterà qualcuno. Forse, ma non del tutto, aggiungiamo noi. Se non altro una misura di questo tipo aiuterebbe a rendere più coerente l’approccio generale utilizzato in questa ultima (di nuovo, si spera) fase di emergenza sanitaria oltre a riequilibrare la situazione dopo le disparità di trattamento che si sono venute a creare in questo momento, pensando anche ai locali di gioco: nei quali l’utilizzo del green pass è stato applicato nel modo più rigoroso possibile, con tutte le conseguenze del caso visto che a differenza dei ristoranti in questo caso non è possibile servire i clienti all’aperto, con i giocatori senza certificato che vengono allontanati da una sala possono tranquillamente salire a bordo di un mezzo pubblico o entrare in un supermercato o in tanti altri luoghi dove - a differenza dei locali di gioco - si creano dei veri assembramenti. Da questo punto di vista, dunque, più che anticostituzionale, un obbligo più esteso diventerebbe addirittura una misura paritaria. Ferma restando la speranza generale di poter fare a meno di tutte queste regole nel più breve tempo possibile (anche se non sarà così semplice), insieme a quella degli operatori del gioco di vedere questo percorso di uscita dalla pandemia accompagnato da un cammino di riforme, all’insegna di quell’altrettanto agognato riordino.

 

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