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Gioco pubblico: l’unione fa la forza ma non la ripartenza

  • Scritto da Alessio Crisantemi

All’indomani della fiera Enada di Rimini il comparto del gioco si ritrova unito attorno all’unico obiettivo: il riordino.

L'unione fa la forza, recita l'antico adagio. E pure la ripartenza, aggiungiamo noi, ma non le riforme. A conferma del fatto - anche questo più volte ribadito - che nessuno si salva da solo: soprattutto in tempi di pandemia. Tutto questo per dire che nonostante la volontà (sacrosanta) dell'industria di schierarsi compatta verso uno o più obiettivi rappresenti un punto di partenza fondamentale per affrontare le prossime sfide (e, in un certo senso, è già questo in sé un primo risultato), la soluzione ai tanti problemi e alle varie difficoltà provocate dalla pandemia non può che arrivare dallo Stato. E, quindi, dal Governo e/o dal Parlamento. Senza l'intervento dei quali nulla o quasi potrà risolversi in modo definitivo. Un principio, questo, che vale per tutti, ma vale ancor più per il comparto del gioco pubblico: non soltanto per via delle sue peculiarità e delicatezze, ma anche e soprattutto perché tale settore è stato uno dei più colpiti dalla pandemia, ma prima ancora (e, forse, peggio ancora) anche dalla schizofrenia legislativa degli ultimi anni (e governi) che ha provocato soltanto guai agli addetti ai lavori, con inevitabili conseguenze in termini di sostenibilità, sia dal punto di vista economico ma anche sotto il profilo della legalità e dell'ordine pubblico, nonché della sicurezza dei giocatori. Sì, perché, come ormai evidente a tutti (o quasi), alterare gli equilibri faticosamente raggiunti nel tempo dal sistema del gioco di Stato significa inevitabilmente alterare quel presidio si legalità sul territorio rappresentato dai punti vendita statali e dall'aziende del settore autorizzate ad operare in questo comparto. Andando così a creare scompiglio su tutti gli altri aspetti.
Per queste ragioni la realtà che si trova ad affrontare oggi il settore del gioco pubblico risulta talmente ingarbugliata da richiedere interventi urgenti da parte del Legislatore, il che vuol dire fare riforme. Anzi, ne bastarebbe una soltanto, ma più che significativa: quella cioè che passa sotto il nome del famigerato Riordino di cui tutti continuano a parlare, ma senza mai occuparsene davvero. O, almeno, così è stato fino ad oggi. Mentre tutti intorno continuano a saltare pezzi di filiera e, di conseguenza – per le ragioni sopra ricordate – pezzi di legalità.
E' arrivato dunque il momento di cambiare e di attivare quella ricostruzione del gioco pubblico che il settore attende da tempo, soprattutto all'indomani dell'emergenza sanitaria: quando anche le Regioni (addirittura) hanno capito che non è più tempo di pensare alle ideologie o alle ostilità, magari anche condite da un pizzico di populismo, mettendo tutta la dose di concretezza che richiede una situazione di crisi generalizzata e globale come quella che stiamo vivendo tutti in questo periodo. Ad averlo capito (e per fortuna) sono anche gli addetti ai lavori del comparto, che dopo tante divisioni e conflitti, sembrano aver compreso una volta per tutte che l'unico modo per poter essere ascoltati (e considerati) dalla politica e magari anche dalla società civile, è quello di fare fronte comune tra tutte le categorie e marciare uniti verso il percorso che dovrà portare alla nuova normalità (un altro termine senz'altro abusato, alla pari del riordino). Lo abbiamo visto nei giorni scorsi in occasione della fiera di Rimini, quando non solo le aziende hanno voluto dare un segnale di presenza, ma anche le sigle che rappresentano i lavoratori: in una comunione di visioni e di intenti che soltanto raramente si era potuta osservare nella storia del comparto. Ora però la palla è soltanto nelle mani del governo, che dovrà dare il via a quell'atteso processo di riforma che non potrà più essere rimandato. E se la fiera ha coinciso anche con il periodo di elezione del nuovo sottosegretario all'Economia con delega ai giochi, forse, per una volta, potrebbe trattarsi di una felice coincidenza. Tanto per voler essere ottimisti e cercare di ridare speranza a un settore che non chiede altro che poter lavorare, serenamente, e di poter raggiungere quella normalità che per chi lavora nei giochi ha sempre dovuto seguire, continuando ad essere trattato come un caso a parte, diverso dagli altri, fuori dai tradizionali schemi dell'economia, della politica e delle relazioni.
Ed è proprio da qui che bisogna ripartire: puntando all'unione (da mantenere), alla stabilità (da ottenere) e – di nuovo – alla normalità. Tutta da vivere, e non più da immaginare.

 

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