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Per fare un comparto ci vuole un Governo (e un Parlamento)

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il Governo prepara i lavori attorno alla manovra economica e, forse, anche quelli sui giochi: ma serve il sostegno delle Camere.

Per fare un albero ci vuole un fiore, scriveva Gianni Rodari, in quella che diventò una celebre canzone italiana portata al successo da Sergio Endrigo. Un testo molto più profondo di quanto si possa immaginare a prima vista (o al primo ascolto) - come del resto accade con tutti gli scritti dello stesso autore - che racconta come dietro alle cose e alle esigenze di tutti i giorni ve ne siano nascoste altre, meno evidenti e spesso ignorate, ma spesso anche più importanti, se non addirittura fondamentali per arrivare a quello stesso “prodotto finale” che si sta osservando o desiderando in quel momento.

Così, se si ha bisogno di un tavolo, si ha bisogno del legno, quindi di un albero, ma prima ancora serve avere un seme, quindi un frutto e quindi ancora un fiore, procedendo a ritroso. Fino a concludere che per avere un tavolo bisogna dunque avere un fiore.

Metafora impeccabile, attraverso la quale si riesce a spiegare ai bambini la complessità delle cose e dei processi, invitandoli a non fermarsi soltanto alle prime apparenze o a limitarsi a contemplare soltanto la propria e ultima necessità.

 

Peccato però che se la storia sembra funzionare a meraviglia per i bambini, pare avere un po’ meno effetto sui grandi, che forse hanno soltanto la memoria corta, visto che la canzone risulta essere ben nota almeno a un paio di generazioni.
Lo vediamo tutti i giorni di fronte a ogni circostanza che riguarda il vivere comune, e in modo particolare quando ad affrontare una determinata esigenza dei cittadini è la politica. E il comparto del gioco pubblico né è una prova evidente. Per fare una manovra servono dei soldi, per trovare sei soldi basta alzare le imposte sui giochi: parafrasando nel modo peggiore la filastrocca di Rodari, come sembrano aver fatto gli ultimi Governi, da qualche anno a questa parte.
Anche se con il Governo di Mario Draghi la musica sembra essere cambiata: e, si spera, anche il testo che la accompagna, se proprio deve essere quello utilizzato dai precedenti inquilini di Palazzo Chigi, che abbiamo qui stigmatizzato, scimmiottando (da veri ingrati) il grande autore per l’infanzia.
Anche se l’attuale Governo deve ancora superare l’esame più arduo per tutti gli Esecutivi, vale a dire quello della consueta Manovra di fine anno, prima di essere giudicato. Un autentico “stress-test” che consentirà anche di valutarlo ancora più nella sostanza e in quello che dovrebbe essere più o meno il vero regime, nonostante la situazione attuale sia ancora fortemente condizionata dall’emergenza sanitaria, che la stessa Manovra dovrà comunque gestire o comunque assecondarne il percorso di uscita, come tutti ci auguriamo.
 
Ma tornando al gioco pubblico - che dall’Esecutivo attende risposte concrete, e da tempo - senza uscire dalla metafora, potremmo dire che per fare un comparto (stabile), ci vuole una riforma e per fare una riforma (vera) ci vuole un Governo. E per fare un Governo, ancora, ci vogliono le competenze. Ma su questo, possiamo dirlo, sembrerebbe di poter stare tranquilli: almeno, così appare sentendo le parole pronunciate nei giorni dal sottosegretario all’Economia con delega ai giochi, Federico Freni, che ha detto chiaramente: “Il Governo c’è ed è pronto ad agire, con tutte le migliori intenzioni per dare al settore una regolazione stabile, omogenea e duratura”.
Dimostrando, peraltro, anche una certa conoscenza e padronanza degli argomenti che piu interessano il comparto, anche i più tecnici e scivolosi, che spesso sembrano sfuggire alla politica. Ma non a Freni, che appare tutt’altro che impreparato, riuscendo a guardare anche dietro al tavolo, oltre l’albero e il seme, fino ad arrivare al fiore. Solo che nella catena di montaggio che permette di arrivare a quella che lui definisce “una buona regolazione che consenta al comparto di operare in maniera normale”, è lo stesso Freni a inserire anche il Parlamento, come del resto prevede la Costituzione.
Quindi per fare un comparto e le riforme che gli consentano di operare, non basta più avere un Governo stabile e competente, ma serve anche un Parlamento disponibile e altrettanto attento alle singole necessità. E qui l’affare si complica. Ma certo è che le cose potevano andare in maniera decisamente peggiore, nel caso in cui a mancare fossero state anche le altri parti dell’ingranaggio, che invece sembrano esserci tutte.
A partire dalla consapevolezza dei problemi e dalle competenze (cosa sempre più rara, ahinoi, nella politica di oggi), che invece ci sono. Ma se è vero che il buongiorno si vede dal mattino, allora non resta che aspettare di vedere come proseguirà la giornata, guardando con un pizzico di fiducia in più al futuro del comparto, come del resto a quello del Paese. Con l’ormai imminente manovra di bilancio che saprà già indicarci se il futuro ci potrà riservare davvero una bella stagione, oppure se dovremo fare i conti (letteralmente, pure) con la solita politica e la solita “italietta”.
 
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