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Riordinare sì, ma come?

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Mentre prende forma la (vera) manovra per il 2022 spuntano ipotesi di interventi sul gioco in vista di un (presunto) riordino: ma da dove iniziare?

 

 

Da troppo tempo ormai sentiamo parlare di riordino del gioco pubblico. E nulla più. Senza mai vedere neanche il minimo movimento, a livello legislativo, che possa andare in quella direzione, cioè verso una riforma generale del comparto. Come è stata promessa, annunciata, e in parte anche scritta, ma solo a livello di definizione. Ora però sembra proprio che il governo di Mario Draghi voglia davvero mettere le mani sul settore, risolvendone le (infinite) storture, in modo da poter finalmente bandire le varie gare per il rinnovo delle concessioni, la gran parte delle quali sono ormai in scadenza. Per il bene del paese, dunque, non (solo) dell’industria. Ma soprattutto - cosa che non si sente mai dire - prima che se ne accorga l’Europa, visto che le troppe proroghe consecutive concesse al settore delle scommesse sportive e a quello del bingo, di certo non piacerebbero a Bruxelles. E non siamo certo in un momento in cui possiamo permetterci di far storcere il naso al nostro grande Finanziatore della ricostruzione post-Covid, proprio mentre il premier sta cercando faticosamente di mettere a terra quel piano atto a garantire lo stanziamento di tutti i miliardi previsti dal Recovery Fund.

Non è quindi un caso, pertanto, se assistiamo a dei movimenti, stavolta molto concreti, dentro e fuori alle Camere, che potrebbero portare a una serie di misure, nella prossima manovra, di carattere propedeutico al riordino. Ma ora che la madre di tutte le riforme sul gioco sembra davvero in via di definizione è già ora di guarda al passo immediatamente successivo. Chiedendosi, quindi, come dovrà essere questa riforma, per poter essere degna di tale nome. Si fa presto, infatti, a parlare di riordino: ma il difficile diventa farlo (sul serio). E ancor più scriverlo. Evitando di usare formule ambigue e potenzialmente soggette a interpretazioni multiple, come accaduto sistematicamente con i precedenti interventi in materia di gioco, che hanno portato a vari e spesso infiniti contenziosi, anche di carattere internazionale. Lungi da noi mettere in dubbio le competenze a disposizione dell’attuale esecutivo, delle camere e dei vari ministeri coinvolti (augurandoci, semmai, un pieno coinvolgimento anche dell'organo “tecnico” che meglio conosce il settore, ovvero AdM), come pure non vogliamo arrogarci il diritto di indicare la strada da seguire. Quello che ci preme, tuttavia, è provare a fornire alcuni spunti di riflessione su temi che, a nostro giudizio di “osservatori privilegiati” del comparto, sufficientemente distaccati da non cadere nell’errore di privilegiare un’istanza rispetto a un’altra, potrebbero servire a inquadrare le priorità e le necessità da ritenere imprescindibili e di cui doversi occupare per muovere i primi passi in quella direzione.

Ricordando (perché spesso è proprio la politica a dimenticarlo) prima di ogni altra cosa che la gestione della raccolta del gioco pubblico si fonda su un sistema concessorio, regolamentato in modo stringente, così da assicurare il totale controllo delle giocate e delle movimentazioni finanziarie che vengono realizzate mediante i diversi tipi di gioco lecito che comprendono: gli apparecchi da intrattenimento con vincita (Awp e Vlt), le scommesse su rete fisica (terrestre) in agenzie e corner; il bingo; il gaming gioco online (scommesse, poker e casinò games). Mentre gli altri giochi di Stato che rientrano nel segmento delle lotterie operano sempre all’interno del sistema concessorio anche se in regime monopolistico. Ed è proprio questo sistema che, in quanto ben regolamentato (prima) e sufficientemente controllato, è stato in grado di offrire risultati straordinari in termini di emersione, contrasto all’evasione, difesa della legalità e sicurezza per i cittadini, oltre a creare centinaia di migliaia di preziosi posti di lavoro, pure di qualità. Eppure oggi questo prezioso e complesso modello in grado di far convivere pubblico e privato allo scopo di perseguire quegli importanti valori alla base della nostra Costituzione, viene continuamente minato, e in misura crescente nell’ultimo decennio (prima ancora dell’emergenza pandemica) dalla concomitanza di molteplici fattori che hanno creato effetti distorsivi di mercato e pesanti ricadute in termini di riduzione delle entrate pubbliche, chiusura delle attività aziendali, perdita occupazionale, nonché riemersione dell’illegalità.

A contribuire a questo sfacelo sono stati molteplici fattori e iniziative, che vale la pena qui sintetizzare proprio per indicare i primi aspetti da risolvere: a partire dalla diffusione di quell’ideologia “anti-gioco”, che ha portato alla successione, negli ultimi anni, di una moltitudine di provvedimenti volti a disincentivare l’utilizzo di apparecchi ed espellere le sale, riducendone il numero sul territorio, facendo esplodere quella che abbiamo battezzato come “questione territoriale”, oltre a proibire ogni forma di comunicazione e pubblicità, e così via.

Questo clima di pregiudizio e avversità, però, è finito col portare anche alla preclusione all’accesso al credito bancario e all’apertura di conti correnti a molti operatori del settore da parte della maggior parte degli istituti creditizi, assimilando le attività di gioco ad altre attività di stampo criminale come il commercio di armi o la prostituzione. Nonostante il sistema concessorio di cui sopra e in barba alla riserva di legge che disciplina il comparto, ma solo sulla carta, a ben vedere.

A tutto ciò si aggiunge, come se non bastasse, anche Il costante aumento del prelievo erariale sugli introiti del comparto, con particolare accanimento sugli apparecchi. Portando le imprese al di sotto del livello di sostenibilità economica ed impoverito a tempo stesso anche i giocatori a seguito della riduzione del “payout”. Con risultati a dir poco disastrosi, confermati di recente da diversi lavori di indagine, come il Primo rapporto di ricerca del Progetto sul settore del Gioco”, della Luiss Business School e Ipsos dello scorso luglio, che hanno messo nero su bianco come la repressione di alcuni tipi di gioco legale ha avuto come effetto quello di indirizzare i giocatori verso altre tipologie di gioco e, soprattutto, ha favorito la riemersione dell’illegalità. provocando, per giunta, una sostanziale perdita di gettito erariale, il fallimento o la chiusura di centinaia di aziende e le drammatiche conseguenze in termini occupazionali. Tutto questo, peggio ancora, senza neppure fornire alcun risultato in termini di contrasto al gioco d’azzardo patologico, come si voleva far credere all’epoca dell’ emanazione di ogni singolo provvedimento restrittivo (o punitivo).

In questo contesto, poi, si è inserita l’emergenza pandemica da Covid-19 che ha determinato, tra le misure adottate dal Governo per la limitazione del contagio, la sospensione della raccolta di gioco terrestre per più di 13 mesi negli ultimi due anni, pregiudicando in molti casi in modo irreparabile gli equilibri economici e finanziari di migliaia di imprese.

Ebbene, se il Legislatore ha deciso oggi (finalmente) di impegnarsi a definire i criteri di riordino per poter procedere al rinnovo dei nuovi bandi di gara, dovrà fare in modo di risolvere o superare tutte le distorsioni esistenti. Visto che, ad oggi la maggior parte delle concessioni opera in regime di proroga onerosa (Bingo, scommesse, giochi online) mentre altre sono di prossima scadenza (apparecchi) in attesa della formalizzazione delle proroghe non onerose a seguito delle sospensioni dettate dal Governo durante l’emergenza pandemica. Gli obiettivi, dunque, dovranno essere necessariamente i seguenti: l’armonizzazione delle regolamentazioni sul territorio; la sostenibilità delle imprese italiane del settore e dei livelli occupazionali; la salvaguardia delle entrate erariali con parziale destinazione delle stesse agli enti locali per il perseguimento degli obiettivi; l’innalzamento del controllo della legalità e del contrasto al gioco illegale ed al sommerso; la maggior tutela dei giocatori e la prevenzione delle dipendenze da gioco d’azzardo. Tutto questo, nell’ordine che si desidera, purché nessun punto venga ignorato, né trascurato.

Per centrare una riforma così ampia e complessa, dunque, sarà necessario riscrivere tutte le regole, puntando sull’armonizzazione, razionalizzazione e semplificazione, magari attraverso quel tanto atteso Testo Unico di cui si parla dal lontano 2008, senza mai ottenerlo. Ma bisognerà anche attuare una revisione completa della tassazione, magari passando a un regime basato sul margine per tutti i giochi, come avviene in tutti i paesi, meglio ancora se aggiungendo una quota di destinazione in favore degli enti locali, come si sente dire con insistenza in queste ultime settimane. Come potrebbe essere anche l’occasione per pensare a una nuova generazione di apparecchi, visto che continuando ad essere i più indicati dai detrattori del settore, anche con diversi parametri o dotazioni tecnologiche in grado di fornire ulteriori tutele e maggiori rassicurazioni. Che sia davvero in grado l’attuale governo (e il parlamento) di mettere a terra una riforma di così ampio respiro? Ai posteri l’addio sentenza, e agli operatori - per ora - la mera speranza. 

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