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Il gioco pubblico come valore e risorsa di Stato

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il momento è più propizio che mai per realizzare l'atteso riordino del gioco pubblico, che dovrà avere come unico obiettivo quello della piena sostenibilità.

Tra la (temibile) “Questione territoriale”, le esigenze di cassa del Paese e quelle di tutela della legalità e di protezione dei minori accentuate dalla pandemia e dai vari lockdown, oltre alle varie situazioni più tecniche o normative relative a specifici settori del gioco pubblico (dall'ippica all'Amusement, passando per il bingo o per le scommesse sportive), tutto sembra portare verso un'unica soluzione: cioè quella del Riordino generale del comparto. Nulla di nuovo, quindi, rispetto a qualche anno fa. Almeno sulla carta, visto che di questa famigerata riforma si parla ormai da troppo tempo, ma senza mai volerla affrontare davvero. Solo che stavolta la discussione ha (finalmente) preso davvero il via, come pure i lavori parlamentari; con le prime proposte (per quanto preoccupanti, come abbiamo detto, sotto diversi punti di vista) che hanno già iniziato a trapelare tra via Venti Settembre e Palazzo Chigi. Mentre in parallelo in Senato sta procedendo il lavoro di analisi sintesi promesso e avviato dalle Camere attraverso la Commissione di inchiesta sul gioco che dovrebbe svolgere un ruolo propedeutivo e significativo proprio in ottica di riordino. Provando ad offrire all'esecutivo e agli organi dello Stato tutti gli elementi di riflessione necessari per attuare una riforma che oltre ad essere degna di tale possa essere davvero funzionale a inquadrare il settore in un perimetro di piena e reale sostenibilità. Nel senso più ampio del termine. Gettando quindi le basi per la ricostruzione di un settore che possa continuare a operare nel tempo, in modo stabile e duraturo, ma soprattutto sicuro. Sia dal punto di vista della tutela dei consumatori e della salute pubblica, ma anche in termini di presidio della legalità. Per il bene della collettività, quindi, come ci sforziamo di ripetere da troppo tempo su queste pagine, per evidenziare come la riforma del settore non deve essere considerata un intervento a favore dell'industria ma a tutela dei valori fondanti della nostra Costituzione. Come il diritto alla salute, al lavoro, alla libertà di impresa e così via, come già emerso dalle righe precedenti. E tanto dovrebbe bastare per accogliere con positività questo percorso (finalmente) avviato in Parlamento in direzione della riforma dei giochi. Eppure, nonostante le varie audizioni già tenute dalla Commissione - supportate peraltro anche da un serie di eventi pubblici e dibattiti – abbiamo già mostrato in modo più che evidente quanto sia importante e necessario intervenire sul settore per il bene del paese, c'è ancora chi continua a mostrare la più totale diffidenza e reticenza nel considerare opportuno questo tipo di percorso. Anche se da più parti è stata dimostrata e invocata in modo piuttosto palese la periorità assoluta di un tale percorso. Come ha fatto, nei giorni scorsi, il al vice ministro dello Sviluppo economico Gilberto Pichetto Fratin, o come avevano già ribadito il messaggio i suoi predecessori: dal direttore generale di AdM, Marcello Minenna, al Sottosegretario all'economia, con delega ai giochi, Federico Freni. Pur aggiungendo un importante e utile spunto, più concreto che mai: cioè quello di ripartire dai precedenti lavori del 2017 e da quell'intesa faticosamente raggiunta in sede di conferenza unificata. E se allora la maggior parte delle Regioni si era dimostrata ostinatamente ostile nei confronti del settore, con una levata di scudi pressoché generale (e forse pure strumentale), oggi le condizioni generali sembrano essere decisamente diverse e, forse, migliori: a causa della pandemia che ha steso un velo di concretezza sull'intera Penisola, avvolgendo le varie tematiche di cui si occupano le varie amministrazioni locali, in un momento in cui la tutela dell'occupazione, insieme a quella della salute, sono diventate autentiche priorità, che non lasciano più spazio alle ideologiche, e men che meno ai giochi di partito o alle strategie politiche di consenso od ostruzione. Come ci hanno dimostrato in questi mesi i vari revirement realizzati dalla maggioranza delle Regioni proprio sul tema della regolamentazione del gioco pubblico.

In questo scenario, poi, si aggiunge oggi anche un altro elemento di riflessione, di estremo interesse e non solo di attualità, che è quello del contrasto alle frodi sportive e al matchfixing che pone il sistema del gioco pubblico come una straordinaria risorsa in mano allo Stato per intervenire e prevenedire nei confronti di queste attività criminali. Altro tema da valutare attentamente e considerare, anche in ottica di Riordino, per fare in modo di salavaguardare davvero i valori fondanti dello Stato ed evitare di sprecare l'enorme lavoro svolto in questi ultimi quindi anni non solo dall'industria, ma dallo stesso Stato, per allestite un sistema di prevenzione e controllo così straordinariamente effecace come quello del gioco pubblico. A offrire questo prezioso spunto di riflessione, stavolta, non è l'industria del gioco né quella dello sport, e neppure il Parlamento: bensì il consiglio d'Europa che nello sviluppare il proprio percorso sull'integrità dello sport ha voluto organizzare una due-giorni di lavori a Roma, dove il gioco troverà, sia pure di riflesso, un'importante collocazione, apparendo una volta tanto per quello che è: cioè una preziosa risorsa per gli Stati e per i governi. E se l'Italia, in questo senso, può vantare il sistema più collaudato in assoluto a livello mondiale, offrendo un modello di studio a livello internazionale, dovrebbe essere un elemento di vanto, per tutti. Ma così non è. Del resto, si sa, nemo propheta in patria.

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