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Una proroga non fa primavera (ma salva l’economia)

  • Scritto da Alessio Crisantemi

E’ arrivata sul filo di lana la tanto attesa proroga delle concessioni pubbliche per la gestione degli apparecchi da intrattenimento che sposta la palla avanti in attesa del riordino.

Alla fine, è arrivata. La tanto attesa proroga delle concessioni per la gestione della rete telematica degli apparecchi è stata firmata dal regolatore, a poche ore dal termine ultimo consentito dalla legge, ai sensi della convenzione sottoscritta tra lo Stato e le varie società incaricate. Dopo la proroga generale di tutti i titoli adottata dal Legislatore attraverso il decreto “Cura Italia” in risposta alla pandemia, che aveva già spostato in avanti la scadenza (anche) delle concessioni di gioco per ben tre volte, di pari passo con la fine dell’emergenza sanitaria, adesso è toccato al regolatore – ovvero all’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli – mettere mano alla situazione, salvando capra e cavoli, come si usa dire in questi casi. Sì, perché oltre a salvare le imprese che compongono l’intera filiera del gioco terrestre e il suo incredibile indotto, fatto da oltre 100mila addetti, così facendo si è soprattutto messo in sicurezza quello straordinario tesoretto che lo Stato riesce a garantirsi ogni anno attraverso i giochi a terra.

Ancor più importante se si pensa alla sua provenienza, cioè a quello straordinario lavoro di emersione che si è riuscito a realizzare legalizzando il comparto del gioco e sottraendo una più che florida economia alla criminalità, che prima gestire l’intera offerta “di azzardo” sui territori, attraverso i temibili videopoker.

Ecco, quindi, che quel tanto agognato provvedimento di estensione delle concessioni rappresenta soltanto un atto dovuto da parte del regolatore: sacrosanto e legittimo quanto inevitabile, alla luce dell’interruzione dei lavori provocata dalla pandemia, attraverso i vari lockdown, che ha reso impossibile per gli addetti ai lavori generare ricavi, rendendo così impossibile ammortizzare i costi concessori come previsto da ogni gara. Non è un caso, infatti, che la convenzione siglata per il rilascio del titolo autorizzatorio contenga un articolo specifico che preveda proprio la proroga tecnica della scadenza, per un periodo di 12 mesi, nel caso in cui si verifichi un’interruzione dei lavori per cause di forza maggiore. Eppure, chissà perché, per gli operatori del gioco anche questo passaggio così innocuo e inevitabile, appunto, appare quasi come una specie di conquista: abituati a veder sfuggire anche le più banali opportunità legislative e – peggio ancora – a dover subire maltrattamenti politici di vario genere, come la storia recente ci ha ben insegnato.

Ma adesso il gioco è fatto. E il legislatore che ha buttato nuovamente la palla avanti dovrà ora preoccuparsi di tutto il resto, creando cioè le condizioni per fare in modo che tra un anno si possa davvero svolgere una regolare gara per il rilascio delle concessioni: non come è accaduto – e sta accadendo, da troppo tempo – per le altre licenze di scommesse e bingo, per le quali si continua a procedere di proroga in proroga, in attesa di un riordino che tarda ancora ad arrivare, ma senza il quale non si potrà eseguire nessuna procedura competitiva. In questo senso, dunque, i prossimi dodici mesi sono ancora più importanti e strategici, per il governo e per l’intera industria, per puntare concretamente a quell’obiettivo: visto che, invece di allineare le scadenze delle concessioni per i vari giochi come si chiedeva di fare da tempo, l’unico allineamento temporale che si è verificato, ma solo per caso, è quello tra il termine delle licenze per gli apparecchi e la legislatura corrente, entrambi in scadenza il prossimo marzo 2023. E’ bene infatti ricordare che la XVIII legislatura della Repubblica Italiana, cioè quella attuale, ha avuto inizio il 23 marzo 2018 con la prima seduta della Camera dei deputati e del Senato, le cui composizioni sono state determinate dai risultati delle elezioni politiche del 4 marzo 2018, indette dopo lo scioglimento delle Camere da parte del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella avvenuto il 28 dicembre 2017 e il suo termine naturale è previsto per il marzo 2023.

Ebbene, anche se la prossima maggioranza in Parlamento – qualunque essa sia - dovrebbe rivelarsi difficilmente più ostile rispetto a quella attuale (pur essendo completamente diverso lo scenario, tenendo conto che a seguito dell'esito positivo del referendum costituzionale del 2020, quella corrente è l’ultima legislatura ad avere 630 deputati e 315 senatori, mentre dalla prossima diventeranno rispettivamente 400 e 200), sarà quella di oggi a dover scrivere e approvare la riforma del gioco pubblico attraverso il disegno di legge di delega il cui iter ci si augura possa iniziare nei prossimi giorni con l’approdo alla camere dopo il primo vaglio del Consiglio dei Ministri. Anche per questo, dunque, il testo proposto dal governo che abbiamo conosciuto in questi giorni grazie alla pubblicazione di varie bozze in corso di definizione, appare particolarmente democratico e fortemente orientato alla mediazione tra le varie parti in causa: pur sapendo di dover arginare una deriva politica e amministrativa ben precisa, conosciuto sotto il nome di “Questione territoriale”, che oltre a minare seriamente il futuro dell’industria del gioco, è finita con lo scardinare i principi base dell’ordinamento giuridico del nostro paese, finendo col far prevalere una sorta di autonomia, travestita da sussidiarietà, persino su una riserva di legge prevista per la natura complessa e delicata di un mercato, come quello del gioco, che necessita di un trattamento sì speciale, ma coerente ed omogeneo sull’intero territorio. Ovvero, l’esatto contrario di ciò che accaduto negli ultimi dieci anni, durante i quali, a farne le spese, sono stati gli addetti ai lavori. Anche se a pagarne il prezzo sono stati un po’ tutti i cittadini, visto che il sistema di iper-regolazione e stratificazione normativa è finita col creare un corto circuito sul territorio che ha consentito all’illegalità di ritrovare alcuni spazi che un tempo erano stati perduti.

E’ giunto dunque il momento di fare le cose per bene e di riparare ai troppi danni causati finora da un certo malcostume politico, condito di ideologia, di cui tutti sembrano ora – e finalmente – rendersi conto. Perché dietro alle emergenze con cui si sta scontrando il governo in questo periodo, c’è sempre e ancora l’emergenza del gioco pubblico: che non sarà certo prioritaria come la guerra o la pandemia (e ci mancherebbe altro) ma che di fatto non può più essere rimandata.

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