Il gioco con vincita è vietato ai minori di 18 anni e può causare dipendenza. Consulta probabilità di vincita su www.aams.gov.it
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Il gioco fa male e il legislatore, spesso, peggio

  • Scritto da Francesco Scardovi, Commercialista e Revisore contabile, membro dello Studio Associato Scardovi e Giordani

L’annoso problema della disparità di trattamento dei diversi giochi pubblici presenti sul territorio, non solo dal punto di vista economico e fiscale.

 

Il gioco fa parte della vita delle persone; chi non ricorda l’adrenalina e il divertimento del tombolone di Natale, di una combattuta partita a briscola e tresette o del tanto agognato “tredici” ricercato al Totocalcio. Ma il gioco può diventare vizio, quando il divertimento sporadico diventa abitudine e peggio ancora può diventare malattia, quando il vizio si trasforma in desiderio compulsivo e irrefrenabile. Alla base del processo degenerativo c’è sicuramente il “sogno” (o l’utopia) della vincita milionaria, quella che può risolvere i problemi di tutti i giorni, specie per le persone più in difficoltà, che sono sempre di più.

Pensiamo ad esempio alla vincita perpetua che si otterrebbe scoprendo la casellina giusta di un “gratta e vinci” o un bel “6” al Superenalotto (per cifre oramai difficili anche solo da scrivere, figuriamoci da vincere). La dipendenza, però, è un fenomeno grave e pericoloso, da controllare e da curare e chiunque si occupa del fenomeno (associazioni, enti, professionisti) merita supporto e condivisione. Proprio per questo si fatica a comprendere perché, nei dibattiti politici e sociali, sui media e sui social, il “gioco pubblico numero uno” da combattere sia sempre la fantomatica “slot da bar”, che distrugge le famiglie, mentre sia assolutamente normale entrare in un autogrill o in un supermercato e sentirsi ripetere più volte “vuole un grattino”. Come sono tanti i giocatori abituali di lotterie, bingo e altri giochi “tradizionali”. Ma questo per i più è solo “tentare la fortuna”. La stragrande maggioranza delle campagne pubblicitarie sui canali televisivi nazionali, spesso promosse da personaggi famosi, riguardano le grandi compagnie di raccolta di scommesse on line”, con quella frasetta finale, letta a velocità supersonica, che recita “ilgiocoèriservatoaimaggiorenniepuò causaredipendenzapatologica”.

Se ci si collega ad uno dei tanti siti di poker online anche a tarda notte, risultano collegati migliaia di giocatori, fra l’altro in buona parte di una fascia di età molto giovane. E allora come può un apparecchio, con un costo a partita riducibile fino a 10 centesimi ed una vincita massima (per legge) di 100 euro, rovinare le persone più di un tagliando che può costare decine di euro e si gratta in un secondo o peggio ancora di un clic su un tablet per bruciare, in una scommessa o in una partita a poker, centinaia di euro? La fantomatica “Conferenza Unificata” i cui esiti sono fermi al palo, è volta, di fatto, a regolare esclusivamente la diffusione delle slot sul territorio, prevedendo, tra l’altro, fasce di orari e distanze dai cd luoghi sensibili. Ben venga una uniformità di regole sul territorio e una collocazione degli apparecchi in locali più consoni e sorvegliabili, ma come si fa a non capire che da un tablet si può giocare d’azzardo non nei pressi ma addirittura da dentro una chiesa?
Non è eliminando le slot che si risolve il problema; lo evidenziano fra l’altro le prime analisi degli effetti dei regolamenti regionali più restrittivi (primo fra tutti quello del Piemonte che ha deciso di spegnere la quasi totalità degli apparecchi a partire dallo scorso novembre): risulta aumentato in maniera significativa l’utilizzo degli altri giochi e con importi giocati in costante ascesa. Senza parlare della conseguente inevitabile riemersione del gioco illegale, sia fisica che telematica, quello si privo di controllo e di tutela del giocatore, oltre che di prelievo erariale. Ora senza ergersi a paladino delle “vecchie” slot da bar, la cui presenza sul territorio è oramai giunta alla fine (in attesa delle annunciate ed ancora sconosciute Awp “da remoto”) è assolutamente necessario che lo Stato e le Regioni affrontino definitivamente il problema nella sua completezza per l’intero comparto dei giochi, partendo una volta per tutte da quelli che “promettono” e spesso non mantengono “sogni” milionari. A quel punto, forse, riusciremo ad affrontare le tematiche relative agli apparecchi come quelle di tutti gli altri giochi, anche dal punto di vista fiscale e contabile, come siamo soliti fare.

 

 
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