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La politica tradisce e i giochi li fanno i supplenti

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Oltre al grande bluff della spending review, la politica continua ad abdicare i suoi poteri, soprattutto sul gioco.

Stando al calcolo di molti tecnici, la celeberrima “spending review” si può considerare oggi un enorme bluff della politica italiana: al punto che negli ultimi dieci anni i risparmi che si possono considerare davvero frutto della revisione della spesa non superano il 30 percento delle riduzioni operate, con ben 40 miliardi di euro usati quasi tutti per le coperture. Un fact-checking decisamente impietoso, quello pubblicato da IlSole24Ore, che mostra la pressoché totale inaffidabilità dell'attuale classe dirigente e dei governi, con particolare riguardo a quelli che si sono susseguiti negli ultimi anni, dal 2014 al 2020. In tale periodo, infatti, la politica aveva promesso una “dote” garantita dai tagli di spesa , ovvero in quella che era stata annunciata come la nuova era della spending review, pari appunto a poco più di 40 miliardi, che corrisponde a meno del 5 percento delle attuali uscite complessive dello Stato, di oltre 870 miliardi. Quasi tutte queste risorse però sono state utilizzate per “coprire” altre misure o come concorso indiretto alla riduzione del deficit. Insomma, una vera e propria bufala, sotto gli occhi di tutti. Ma non è certo l'unica promessa tradita dalla politica italiana degli ultimi anni.

Lo sanno bene gli addetti ai lavori del gioco pubblico: il comparto forse più tradito in assoluto dalle (false) promesse dei governi, tra annunci di riforme, Testi unici e Riordini, più volte annunciati e mai davvero compiuti. Molto spesso, addirittura, neppure avviati a livello dibattimentale. Non è un caso, quindi, che il periodo della (tradita) spending review combaci pressoché alla perfezione con quello di sostanziale dissesto del comparto dei giochi: per una politica delle illusioni, gestita a colpi di pubblici proclami e scandita a tocchi di bacchette magiche, per poi ritrovarsi senza nessun contenuto e con quella stessa magia che aveva gonfiato i consensi elettorali che si è presto dissolta, come avvenuto in tutte le ultime esperienze governative. Al punto che oggi ogni coalizione di maggioranza viene data per morta già prima di nascere, con l'esperienza di governo che si riduce a un misero conto alla rovescia verso la fine della legislatura. Uno scenario tutt'altro che edificante per la nostra Repubblica, sempre più vituperata dal dilagante malcostume politico e vessata dalla pressione fiscale, che per molti settori è ormai divenuta insostenibile. Come accade, di nuovo, nel gioco pubblico: che oltre ad essere il più colpito da sempre dall'aumento delle tasse (con particolare riguardo al segmento degli apparecchi) è anche il primo della lista nella pagina delle riforme tradite. Così, tra un governo e l'altro, tra promesse vanificate e speranze rinnovate, a farne le spese sono le imprese di un'industria martoriata e perenne ostaggio dei governi: con gli addetti ai lavori che si trovano a dover raccogliere i cocci di un comparto fatto a pezzi dalla politica. Fino ad arrivare alla situazione, per certi versi paradossale, che vede una parte della filiera depositare addirittura una petizione, in Senato e alla Camera, sulla tutela di 5mila imprese che operano nel comparto del gioco pubblico. Nella quale si chiede di salvaguardare le migliaia di imprese che si trovano a vivere sotto la scure di una pesante tassazione e che hanno a che fare con leggi regionali espulsivo. Come a dover ricordare allo Stato, inteso come totalità delle Istituzioni, che dovrebbe tornare a fare il proprio dovere: se non altro nel confermare quei dettami costituzionali che sembrano anch'essi ormai abbandonati: dal diritto di impresa, a quello del lavoro e così via. Principi quasi completamente dimenticati dalla politica, che molto spesso vengono “recuperati” da altri pezzi dello Stato, nel tentativo di ripristinare una situazione di apparente normalità, se non altro per garantire la minima continuità, evitando di far saltare il banco. Lo vediamo ogni giorno, con i tribunali italiani divenuti ormai dei veri supplenti del legislatore, scrivendo leggi, più che sentenze, o trovando il modo di rendere applicabili quelle emanate frettolosamente dai vari governi. Ma lo vediamo in maniera ancor più evidente, nelle ultime settimane, con i vari Ministeri che devono ricorrere al mero strumento di circolari applicative per far valere principi apparentemente scontati e teoricamente assodati, che pure la stessa politica aveva messo in discussione e pregiudicato, fino a ritrovarsi in un vortice da cui è sempre più difficile uscire, senza ricorrere alla burocrazia. E' accaduto nei mesi scorsi con l'Autorità garante delle Comunicazioni, costretta a emanare delle Linee guida interpretative per rendere attuabili le prescrizioni del decreto Dignità riguardo al divieto di pubblicità dei giochi, e accade ora con il Viminale chiamato ad interpretare le leggi sugli orari di esercizio delle slot emanate dalle regioni e le non-leggi approvate dall'ex governo Renzi sul Riordino del gioco pubblico, rievocando una presunta intesa, faticosamente partorita dalla Conferenza Unifica e mai attuata, salvo poi essere rispolverata due anni dopo. Proprio grazie a quei tribunali che hanno dovuto appigliarsi a quel poco materiale messo a disposizione dal Legislatore pur di recuperare una situazione ormai prossima al baratro, ma dal cui esito dipendono sempre più fortemente le casse dello Stato e, quindi, il futuro della Nazione.
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