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Dl liquidità: Stato risolva anomalia che compromette imprese del gioco

  • Scritto da Francesco Scardovi, commercialista e revisore contabile

Se il decreto “liquidità” propone intereventi mirati a sostenere le imprese, per quelle del gioco l'accesso è spesso inibito: con una pericolosa equiparazione.

Se l'industria, in senso più ampio e generale, si aspettava (e ancora auspica) aiuti di Stato ben più incisivi e concreti di quelli messi in campio finora dal governo, a seguito della forzata chiusura delle attività in atto oramai da due mesi, è comunque offerta a tutte le imprese la possibilità di accedere a finanziamenti bancari garantiti, con durata fino a 6 anni e 24 mesi di preammortamento (cioè con esborso dei soli interessi, comunque molto ridotti), che può rappresentare uno strumento finanziario utile per l’uscita dall’emergenza. Anche per le aziende del gioco e, in particolare, per quelle degli apparecchi, che dovranno tenere duro – con tutte le difficoltà del caso - fino alla auspicata normalizzazione del mercato, tenuto conto anche degli investimenti avviati e poi interrotti dai gestori per l’aggiornamento degli apparecchi dopo le note modifiche regolamentari per le Awp introdotte dalla Legge di Bilancio 2020. Peccato però che per queste imprese l'accesso al credito rappresenta un percorso in salita, e viene spesso addirittura precluso.

Le modalità e i requisiti per l'accesso al credito sono chiaramente indicati nel cosiddetto Decreto Liquidità dello scorso 8 Aprile, con l'Abi (Associazione Bancaria Italiana), che attraverso una serie di circolari e comunicati (cfr comunicati del 09 e del 16 Aprile u.s.) ha invitato il sistema bancario ad agevolare il ricorso al credito da parte delle imprese. Su questi aspetti, peraltro, abbiamo pubblicato un compiuto approfondimento nel numero di maggio della Rivista cartacea Gioco News (disponibile anche in versione digitale).

IL CODICE ETICO - La cosa che si sta verificando, nelle concitate fasi di presentazione delle prime istanze dopo la pubblicazione del Decreto, è che alcuni istituti bancari stanno negando il diritto di accesso ai finanziamenti a gestori e raccoglitori, sul presupposto di un presunto “codice etico” già applicato anche prima dell’avvento del Covid, nei confronti delle attività connesse al gioco d’azzardo. Nonostante il Decreto Cura Italia (n.18 del 17 marzo scorso), aveva ricompreso le aziende del settore tra quelle più colpite dall’emergenza, destinatarie dei primi provvedimenti di sostegno. E lo stesso principio vale a maggior ragione per il Decreto Liquidità. 

L'ASSURDA EQUIPARAZIONE DEL GIOCO - Ancora più sconcertante, però, è la lettura dei moduli predisposti per il ricorso alla garanzia pubblica per tramite del Medio Credito (ed in particolare dell’Allegato 4 – “Garanzia Diretta – Modulo richiesta agevolazione soggetto beneficiario finale”), ove il richiedente deve dichiarare di non svolgere attività illegali compresa la clonazione umana (e ci mancherebbe altro!) ed una serie di ulteriori attività tra le quali, il commercio di armi, la pornografia, l’accesso illegale a reti di dati elettronici e … l’attività di casinò ed attività equivalenti, nonché il gioco d’azzardo on-line.

Pur in mancanza di un preciso riferimento agli apparecchi da intrattenimento - le cui imprese, quindi, sono da ritenere escluse da questa pericolosa assimilazione - tali indicazioni (derivanti - va detto - da una modulistica di matrice europea) continuano ad alimentare purtroppo l’equivoco e la contraddizione già più volte segnalata da chi vi scrive, che consente a qualche Istituto di ricomprendere tra le attività illecite, quella della raccolta di gioco legale, che al contrario rappresenta una attività strategica e necessaria per l’interesse pubblico e di totale antitesi al gioco illegale. E tale importanza è ancora più evidente con gli apparecchi spenti, con una perdita di introito erariale stimata tra i 500 ed i 600 milioni di euro mensili.

E’ dunque necessario ed urgente che l’Amministrazione Pubblica e la stessa Associazione Bancaria Italiana intervengano sulla tematica per chiarire definitivamente se le migliaia di imprese che operano sul territorio, con oltre 150mila addetti, possano essere riconosciute istituzionalmente al pari delle altre piccole e medie imprese italiane o se debbano continuare ad essere imprese figlie di un Dio minore tali da non meritare neanche, in un momento così drammatico, un’ancora di salvataggio per la salvaguardia delle proprie aziende e dei propri dipendenti.

 
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