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Gioco e informazione: Taraddei (As.Tro) ‘Dopo certe ‘condanne’ per diffamazione si può aprire un dibattito’

  • Scritto da Redazione

“Acquisire il rango di detentore della verità sempre e a prescindere, su qualunque argomento si voglia trattare, non è possibile senza possedere ‘prove’ di cosa si racconta, neppure se il proprio nome è ‘famoso’ e ‘cristallina’ è la propria reputazione di persona antagonista alla criminalità.

L’assunto è ovvio, ma spesso in Italia si vive per ‘semplificazioni’, e ‘approssimazioni’. Molte di queste ‘approssimazioni’ hanno caratterizzato gli ultimi tre anni del rapporto gioco e informazione (tutta, da quella onestamente schierata per la demonizzazione del gioco lecito a quella ancora propensa a definirsi autonoma e non posizionata)”. È quanto evidenzia il direttore generale di As.Tro, Silvia Taraddei parlando del rapporto tra il tema del gioco pubblico e il mondo dell’informazione.

Il nocciolo del problema gioco lecito – informazione, secondo Taraddei è “nella necessità di verificare se gli operatori dell’informazione che negli ultimi due anni hanno dipinto il ‘gioco lecito’ in un determinato modo, abbiano previamente acquisito conoscenze esatte, complete e compiutamente comprese, oppure si siano limitati a ‘suonare’ la gran cassa ad una campagna di panico morale accreditandola come fonte. In disparte restando i danni che al gioco lecito possono essere stati creati da chi dovesse mai aver ‘informato malamente’, risulta chiaro come ‘la cattiva informazione’ generi due grandi ripercussioni negative di carattere generale: la prima (e più seria) attiene al dato oggettivo di aver generato o condizionato opinioni pubbliche che la verità non avrebbe creato; la seconda (non meno grave) attiene al nocumento che si arreca alla ‘informazione stessa’, inteso come strumento di ‘sostentamento’ della democrazia (in re ipsa, laddove l’operatore dell’informazione sia ‘colto in flagranza di ‘non verità’). Analizzare la rassegna stampa sul gioco lecito degli ultimi tre anni, pertanto, è ora operazione che può essere compiuta con una sconsolante certezza ‘in più’, ovvero la possibilità che tra i tanti che hanno descritto ‘il gioco lecito’ come succursale del riciclaggio e cattedrale della malattia sociale italiana, ci siano dei male-informati, dei non-informati, dei non-idonei all’analisi e alla comprensione dei dati divulgati con i rispettivi canali di comunicazione.

Non è un ‘preannuncio’ di azioni giudiziarie ‘a catena’ contro una categoria (che in quanto tale ha il rango di elemento fondante la nostra democrazia e che quindi si stima nella sua essenza).

E’ una sfida di cultura e di principio, due ‘valori’ il cui effetto pratico non è certo esaltato dalle dinamiche ‘post moderne’ che viviamo, ma che alla lunga si impongono in molti più contesti di quello che potrebbe sembrare. L’antico adagio secondo quale chi ha ‘bad reputation’ deve sempre fare il mea culpa per la propria (quantomeno) imperfetta comunicazione, trova quindi il proprio punto di equilibrio: sapersi presentare è importante, ma non conta più nulla se chi ‘ti racconta’ non ti guarda per come sei davvero ma solo per come è più ‘pratico (o conveniente)’ descriverti”.

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