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Prelievo straordinario e Preu: “Creatività finanziaria, ma i soldi non ci sono più”

  • Scritto da Redazione

“Pare che tutti siano contenti del fatto che si vociferi che i contestati 500 milioni si ridurranno (salvo buon fine dei rumors di corridoio) a 200, perché i 300 residui saranno incamerati dall’Erario sotto forma di Preu più pesante, nel secondo semestre dell’anno, mentre, a regime, l’anomalo balzello straordinario impatterà solo come aggravio del Preu (idoneo a generare un maggior gettito di almeno 500 milioni all’anno), scomparendo come voce autonoma e contestata”. Lo afferma Michele Franzoso, del Centro studi di Sistema Gioco Italia, tornando sulle misure contenute nella legge di Stabilità per i concessionari slot. “Tutto sicuramente più chiaro, visto che quando si parla di Preu tutti capiscono di cosa si tratta.

 

 

Tutti felici anche al cospetto della tassa sul cassetto, battaglia storica del settore, benché legata più ai periodi dei bachi software che facevano pagare le awp fino al 90% più che a reali esigenze industriali (per le Awp), nonché ancora di salvezza operativa per le Vlt (incapaci di reggere il Preu sul bet, stante la diversità di tale parametro sul coin in). Tuttavia, i conti teorici si scontrano contro la realtà attuale, in virtù della quale tutti gli apparecchi da gioco saranno sottoposti (tempo pochi mesi) a restrizioni di orario tali da non poter restare accesi per più di 6-8 ore al giorno (con espresso divieto per le ore normalmente dedicabili ad una pausa al gioco dalla stragrande maggioranza della popolazione). Cassetto o coin in passano attraverso un unico canale: la possibilità di poter inserire una moneta da un euro in un congegno lecito da parte di una persona fisica. L’aspettativa erariale di maggior gettito, pertanto, richiede l’ampliamento di tale possibilità, indissolubilmente legata a due fattori: l’aumento della spesa di gioco e l’aumento delle capacità operative dei congegni. Le ordinanze sindacali sugli orari affossano le seconde, mentre la crisi affossa la prima (arrivando persino a smentire gli studi della consulta nazionale anti-usura che collega la propensione al gioco alle slot al disagio), come dimostrano dati nazionali della raccolta in flessione costante negli ultimi 4 anni consecutivi (nonostante l’aumento dei congegni installati). Ragionando in termini di pressione fiscale sul 2015, pertanto, un incremento di prelievo in termini di 500 milioni decurta di un terzo un cassetto che quest’anno sarà il 30% in meno del 2014, il quale era già il dieci per cento in meno del 2013, il quale era già il 10 per cento in meno del 2012 (il tutto a parità, almeno, di costi). La prospettiva di buttare tutte le awp, entro due anni, poi, non sarà di aiuto ai bilanci, che sicuramente si avviano ad una criticità tale da generare ribrezzo bancario ben maggiore dell’etica.

Senza nulla togliere all’impegno del Governo che si trova al cospetto di un compito difficile come quello di capire in pochi giorni come risolvere antinomie indissolubili (più gettito dal gioco con meno gioco, più gettito dalle imprese di gioco con meno imprese di gioco), corre l’obbligo di evidenziare che nessuna contentezza ha diritto di cittadinanza. La direzione del settore ha imboccato l’unica strada che non doveva imboccare, ovvero quella di rendere il gioco lecito un asset tendenzialmente improponibile per quelle imprese che dal 2004 ad oggi hanno allestito il circuito, la fiscalità derivante da esso, la tutela del territorio dalle offerte non autorizzate e non tassate, in primis quei gestori che tengono in piedi il circuito con una propria esposizione di oltre 2 miliardi (tra immobilizzazioni di capitali, tassi di attualizzazione delle stesse, investimenti aziendali e mantenimento della base occupazionale, avviamento stesso di alcune società concessionarie) .

Sono pochi i settori che stanno meglio del nostro, ci viene spesso replicato, ma ciò non sposta la questione sul fatto che il gioco lecito passerà alla storia per essere stato annientato da una ventina di sindaci folgorati dalla paura delle sole slot, e da una necessità di cassa da 500 milioni di euro per l’Erario mal scritta (senza peraltro far calare di una sola unità il numero dei malati di Gap). Sul primo fenomeno il decreto attuativo ha scelto di intervenire in ritardo (nessuna ordinanza comunale potrà verosimilmente cessare i propri effetti riduttivi sugli orari in corso d’anno), mentre sul secondo da scelto di rischiare tutti gli otto miliardi del comparto gioco pubblico pur di confermare l’aspettativa di incasso di 500 milioni in più dagli apparecchi (il cui effetto traino per tutto il settore è tale da ben poter generare una spirale di recessione generale e repentina qualora si confermasse la crisi del segmento-apparecchi). I margini per ridefinire i perimetri di intervento sono oramai risicati, ma attraverso piccole e mirate prese di coraggio politico, si può ancora intervenire: per concordare all’Erario un maggior gettito di comparto (e non di segmento) pari a 500 milioni l’anno, per ricondurre le ordinanze sindacali (motivate da motivi sanitari) all’interno dello specifico protocollo ufficiale degli allarmi epidemiologici. Nessuno, infatti, ha mai pensato di vietare ad un sindaco la chiusura di acquedotti inquinati o mercati rionali contaminati, o scuole con casi diffusi di meningite, così come nessuno ha mai pensato di impedirgli lo spegnimento delle slot se la sua popolazione si sia trasformata in zombi schiavi degli apparecchi da gioco lecito. L’unica differenza rispetto al presente è il criterio attraverso il quale il potere di tutela della salute pubblica viene assicurata in perimetri fattuali e contestuali non utilizzabili elettoralmente, ma solo per attuare disposizioni dell’Autorità Sanitaria. L’unico dato su cui nessuno può opporre eccezioni è comunque il seguente: un sistema che non consente al gestore di continuare ad essere quello che è oggi, e non lo mette in condizione di migliorare quello che è adesso, si candida: a perdere 2 miliardi di impegno economico-finanziario della categoria a perdere un plotone di controllori della legalità sul territorio, a perdere gli artefici imprenditoriali del circuito legale di gioco a mezzo di apparecchi, a consegnare il gioco lecito alle stesse logiche a cui sono oggi sottoposte le autostrade, fulgido esempio di quanto non convenga che un bene pubblico possa essere consegnato solo a concessionari”, conclude l’avvocato Franzoso.

 

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