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Deleghe fiscali 'scadute': As.Tro 'Governo proceda per decreto legge'

  • Scritto da Redazione

“Cosa c’è di più urgente del riordino del sistema tributario e delle agenzie fiscali, ovvero delle leve amministrative ed economiche attraverso le quali un Paese viene giudicato dagli investitori esteri come opportunità piuttosto che rischio? Il gioco, verrebbe da replicare, posto che l’unico argomento a impatto zero (per i bilanci comunali) sul quale si concentrano le ‘seconde linee’ politiche di tutti i partiti è la indifferibilità di una riforma di contenimento del gioco distribuito dallo stato sui territori”. Lo sottolinea Emanuela Guzzo, della Segreteria As.Tro.

“Le recenti prese di posizione e iniziative di parlamentari, volte a ‘tenere in vita’ gli argomenti delle deleghe fiscali sono quindi lodevoli, ma scontano la attuale dominanza delle scelte governative, nell’ambito della formazione dell’agenda parlamentare. È quindi il Governo che deve maturare la decisione di considerare la fiscalità e il gioco alla stregua di priorità senza le quali rischiano di sparire due fondamentali ‘poste di bilancio’: da un lato i 3-4 miliardi di euro che vengono annualmente sottratti al sommerso (nonché recuperati dalla procedure concorsuali) tramite la ‘virtuosa deterrenza’ generata da una efficiente Agenzia delle Entrate; dall’altro lato i 9/10 miliardi di euro che confluiscono all’erario dalla distribuzione dei prodotti di gioco lecito. Ciò che l’Esecutivo probabilmente non sa in modo compiuto e dettagliato attiene alle modalità ‘straordinarie’ di ‘creazione’ di tali risorse che, oggi, possono definirsi entrambe scomparse. Da un lato l’Agenzia fiscale ha ‘perduto’ i dirigenti artefici delle performance degli uffici finanziari a causa di una sentenza della Corte Costituzionale; dall’altro lato, il gioco pubblico disciplinato da leggi del Parlamento e decreti dell’Agenzia dei Monopoli, può essere distribuito solo in mezza Italia, perché l’altra metà non ne ammette più la presenza (e lo azzera tramite ordinanze comunali sugli orari e distanziometri metrici). Dodici - tredici miliardi non sono la fine del mondo, e sicuramente non lo sarebbero stati se i progetti di investimento ‘per la crescita’ messi in cantiere dalla Commissione Europea non fossero stati ridimensionati/rimandati dalla emergenza Grecia.

Oggi, pertanto, il rischio di dover fare i conti con 12-13 miliardi in meno significa dover aumentare l’Iva, e quindi generare una ulteriore spinta recessiva che potrebbe vanificare job act, buona scuola, riforme istituzionali e quanto di ‘prioritario’ sino ad ora assunto nelle agende parlamentari, ma soprattutto perdere ogni speranza di vedere l’Italia come meta prediletta per investitori virtuosi. La riforma del lavoro non era semplice, e di contrasti ne ha scatenati tanti, soprattutto per l’intrinseca impopolarità di alcune scelte di fondo poste a perno del job act. La riforma del gioco lecito è stata, sino ad ora, (erroneamente) rappresentata come ‘mission impossible’ , ovvero percorso destinato a scontrarsi tra opposte finalità: da un lato una industria che deve essere mantenuta, per non consegnare il mercato del gioco a operatori che le tasse non le pagano, e dall’altro lato la prevenzione ad una malattia così devastante da generare malati che non si vedono (espressione che va intesa nella sua accezione statistica e pertanto non strumentalizzata, inerente al mero fatto che ai 7000 curati dalle strutture sanitarie per Gap, corrisponderebbero stime sul numero giocatori patologici oscillanti dai 35.000 ai due milioni). Si prenda quindi una decisione e lo si faccia per il bene dei più, chiedendo ‘sacrifici’ ai ‘meno’. Ma chi sono i più e chi sono i meno? I malati di Gap in carico ai servizi sanitari sono 7.000, gli addetti del comparto industriale gioco lecito oltre 120.000 (ed erano 140.000 l’anno scorso). I cittadini che resterebbero senza lavoro con l’Iva aumentata di un altro punto non sarebbero meno di 500.000, ovvero stessa cifra recessiva che ha accompagnato l’elevazione dell’aliquota al 22%. È verosimile questo scenario? Per alcuni non c’è proprio questione, e la risposta affermativa che propongono viene suffragata da stime tanto gravi quanto sfornite di accreditamento scientifico o comunque istituzionale. Per altri ‘solo in Italia’ è possibile che si metta in discussione l’equilibrio di un Paese descrivendo l’esistenza di una epidemia che solo le stime ‘non indipendenti’ rilevano con questa incidenza numerica”, conclude l’associazione.

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