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Sgi e As.Tro: 'Settore gioco sia considerato diversamente'

  • Scritto da Ac

Sistema gioco Italia e As.Tro puntano l'accento sulle gravi ricadute in termini di occupazione e legalità che decreto Dignità e misure proibizioniste potrebbero innescare.

Roma - “Un percento del valore del giocato (con i suoi 1,5 miliardi), ma il 10 percento dell’occupazione del gioco. Sono 10mila i cittadini italiani che operano in virtù delle 200 sale bingo attive nella penisola, che offrono lavoro stabile e offrono servizi di gioco che hanno un proprio pubblico specifico al punto che quell'1,5 miliardi di giocato nel bingo rappresenta un valore costante nel tempo che negli ultimi anni non è cresciuto né diminuito”. Lo sottolinea Italo Marcotti, vice presidente di Sistema Gioco Italia e presidente di Federbingo, in occasione dell'assemblea pubblica dell'associazione.

“Ora queste attività - che sono peraltro nate per contrastare il proliferare del gioco della tombola sul territorio che veniva offerta in modo del tutto illegale - sono a rischio scomparsa essendo divenute attività anti-economiche a causa delle restrizioni degli enti locali a cui si aggiunge, ora, anche il divieto di pubblicità che non permette alle sale bingo di fare promozione sul proprio territorio di competenza.

Quello che sta accadendo, di fatto, è la diffusione di un proibizionismo che non trova giustificazioni e che rappresenta una grave anomalia di sistema, tenendo conto che in questo modo si va a svilire completamente il valore di concessioni che sono state proposte e acquisite a caro prezzo”.

Gli fa eco l'altro vice presidente di Sgi, Gennaro Parlati, il quale ha la delega ai rapporti di filiera.

“Quando Confindustria mi ha chiesto di scrivere una relazione sullo stato attuale del settore mi sono trovato a stilare un vero e proprio bollettino di guerra visto che sono dovuto partire dal conteggio de numero dei morti e dei feriti. Cioè dalle aziende che hanno chiuso o di quelle che sono in cassa integrazione o prossime alla chiusura. Tutto questo a causa degli aumenti di tassazione e del blocco totale della produzione che si protrae da tempo. Oggi sono circa il 50 percento le società di produzione del comparto rispetto a quelle che operavano fino a qualche anno fa.

Quello che chiediamo al governo è un approccio diverso rispetto al settore del gioco, libero da pregiudizi e mistificazioni. Chiediamo di essere ascoltati attraverso l’apertura di un tavolo di confronto basato sui dati e sui numeri reali e chiediamo certezze per dare stabilità ad aziende italiane che garantiscono posti di lavoro e investono peraltro in ricerca e sviluppo tecnologico. Altri aspetti che vanno salvaguardati”.
Per Massimiliano Pucci di (As.Tro), “far chiudere le aziende che operano nel settore del gioco, come accade oggi, non fa smettere ai giocatori di spendere denaro sul gioco e di certo non accade per i giocatori problematici. Non esistono studi o rapporti sull’efficacia del distanziometro. Non sappiamo che impatto ha avuto sulla domanda di gioco e non sappiamo, soprattutto, che ricadute ha avuto in termini i illegalità. Quello che sappiamo con certezza è che il distanziometro ha causato la chiusura di molte aziende, perché lo stiamo vedendo ogni giorno. Ma di certo non ha portato alcun beneficio né sui territori né sui giocatori.
Auspico che il governo faccia marcia indietro rispetto ai provvedimenti intrapresi fino ad oggi, ma quello che dobbiamo fare come industria è rimanere compatti e proporre soluzioni che siano in linea con le esigenze del territorio”.
E aggiunge: "Porto la solidarietà della nostra Associazione a tutti gli operatori colpiti dal divieto assoluto di pubblicità: tra il far west attuale ed il coprifuoco imposto dal Decreto Dignità, ribadiamo, che c’è uno spazio enorme dove contemperare tutti gli interessi in campo.
Vietare - di per sè - è un atto pre-moderno. Vietare significa abdicare a quello che è il compito più nobile della politica: ovvero trovare soluzioni, senza lasciarsi prendere la mano da convinzioni personali o da debiti elettorali.
Quando si vieta qualcosa, senza argomenti scientifici a supporto, significa che siamo tutti in pericolo. Voltarsi dall’altra parte solo perché un divieto non colpisce i nostri interessi più immediati, significa non aver capito quello che da tre anni continuiamo a denunciare: è l’intero settore ad essere sotto attacco, è l’intero “sistema gioco lecito” messo in discussione. Le aziende iscritte ad As.Tro sono parte di questo sistema, e non si sono mai tirate indietro (sui territori come nella condivisione di progetti di riforma) nel tutelare il sistema gioco lecito nella sua interezza.
Le dichiarazioni fatte da alcune aziende nei giorni scorsi non aiutano il sistema gioco lecito, e non devono trovare cittadinanza all’interno dello stesso. L’interesse supremo da perseguire è -e deve continuare ad essere- la salvaguardia dell’intero sistema gioco lecito, senza distinzioni tra segmenti, senza distinzioni tra prodotti. Ogni dichiarazione volta a mettere in discussione questo principio stride con quello che sta accadendo là fuori. Continuare a mistificare la realtà, non solo divide il settore in un momento in cui tutto serve meno che essere divisi, ma fa perdere allo stesso quella credibilità necessaria per avviare un confronto costruttivo con il nuovo Governo.
Chiediamo, quindi, all’intera filiera di cambiare narrazione. Perdiamo di credibilità quando, per salvare un nostro prodotto/segmento, gettiamo la croce addosso ad altri prodotti/segmenti. Cambiamo narrazione e, invece di fare come il secchione che denuncia alla maestra il compagno che copia, mettiamo al centro dei nostri programmi concetti come 'difesa della legalità', 'difesa dell’occupazione', 'interesse erariale', 'interesse ad uno sviluppo sostenibile per il giocatore'. Cambiamo narrazione e, forse, qualcosa là fuori cambierà insieme a noi. Impariamo a ragionare con il 'noi' e abbandoniamo l’io, quello che - a ragione - Gadda ha definito il pidocchio del pensiero. Solo dopo aver fatto un percorso capace di superare la conflittualità interna al settore, si può giungere al grande interrogativo che tutti noi ci stiamo ponendo in questo momento, e cioè se questo Governo sarà capace di invertire la rotta rispetto a quanto fatto dai Territori sul problema del gap. Ad oggi, quanto fatto dai Territori, si può riassumere con l’equazione 'tolgo il gioco lecito, scompare il gap': tutte le normative che si sono succedute hanno seguito questo schema. Si sta distruggendo l’azienda del gioco lecito nella convinzione che, scomparendo quest’ultima, scompaia anche il Gap. La sfera di azione di queste normative si è concentrata su due campi: il distanziometro: strumento efficace per far chiudere le aziende del gioco lecito, ma inefficace per comprimere il gap. A 499 metri si gioca con tutti i prodotti diversi dagli apparecchi, a 501 metri l’offerta diventa libera e ghettizza i giocatori in quartieri Casinò; si è sacrificato il concetto della 'qualificazione' del punto vendita (attraverso cui ovviare a molti dei problemi sollevati dai territori) con uno strumento ideologico e –ribadiamo- inefficace rispetto agli obiettivi che si prefigge di raggiungere; le limitazioni orarie: il 'frazionamento' è efficace per far chiudere le aziende, inefficace per la lotta al gap. Il giocatore, nel periodo di spegnimento, gioca sui prodotti che non subiscono tali limitazioni, oltre che su tutti i prodotti illeciti. Generano compulsività: la letteratura scientifica è unanime nel considerare simili misure come ‘generatore di ansia’ per l’approssimarsi del termine dello spegnimento, acuendo ed estremizzando la velocità di gioco proprio per timore di 'non fare in tempo'. A conferma di quanto detto, ad oggi, non è dato sapere se ci siano studi o prime verifiche da parte dei territori aventi ad oggetto la bontà di questi strumenti. L’unica evidenza in nostro possesso è quanto dichiarato dalla Asl 3 di Torino secondo la quale 'a fronte del dimezzamento degli orari dei congegni leciti, sono diminuite le giocate' come dire che con il ritorno dell’ora solare diminuiscono le ore di luce, senza dire se, in quei lassi di tempo, vi sia stato uno spostamento della domanda verso il gioco illegale o verso altre offerte. Siamo quindi tutti in attesa di sapere. Capire se vi sarà una inversione di marcia, significa verificare se il nuovo Governo sarà coraggioso al punto tale da sostituire alle convinzioni personali, i numeri reali del fenomeno. Alle ideologie, la volontà di risolvere il problema senza derive populiste che non avrebbero altro sfogo che consegnare il settore all’illegalità ed all’immersione fiscale, lasciando il giocatore in balia di pseudo-operatori privi di scrupoli. Ma anche il settore è chiamato a fare la sua parte, riappropriandosi di quel momento propositivo tipico della storia industriale italiana. E quindi, se dall’esterno ci arrivano segnalazioni di pericoli attinenti ai limiti massimi di spesa, al rispetto degli orari di funzionamento o richieste di severi controlli sul divieto di gioco ai minori, non dimentichiamoci di essere un settore che vive di tecnologia. E con la tecnologia possiamo fare qualsiasi cosa per rendere la nostra offerta più consona a quanto ci chiedono i territori. Ed invece di pensare a chi dovrà gestire i prodotti di nuova generazione, in una patetica lotta tra segmenti, una lotta che oggi non può che apparire come una 'lotta tra poveri', sforziamoci di rispondere a quelle istanze, ad esempio costruendo prodotti capaci di avvisare l’utente quando esagera o capaci di controllare la maggiore età dello stesso. Solo così saremo in grado di capire se la politica ha la volontà di regolamentare il nostro settore, o siamo nel pieno di una ventata proibizionista che spazzerà via tutti - ribadisco tutti- aprendo la strada all’illegalità".
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