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Giochi, As.Tro: 'Tra Fase 2 e Fase 3, alla ricerca del senno perduto'

  • Scritto da Redazione

L'associazione AsTro ripercorre il 'vissuto' del settore del gioco nei tre mesi di lockdown, fra Dpcm, ordinanze e bandi regionali discriminatori e proposte parlamentari abolizioniste.

 

Riceviamo e pubblichiamo. Contributo a firma dell'avvocato Massimo Piozzi, Centro Studi Assotrattenimento 2007 – AsTro

 

È arrivato il momento per una rassegna riassuntiva di quanto assistito nella fase finale del lockdown, in prossimità della sofferta riapertura delle attività di gioco e in quella immediatamente successiva.

Strumentalizzazioni dell’emergenza, piani di riconversione di stampo sovietico, discriminazioni, codici etici, paradossi, ipocrisie e via discorrendo.

IL SUBDOLO TENTATIVO DI ABOLIRE IL GIOCO LECITO PER VIA AMMINISTRATIVA – PARTE I - Nel corso della discussione sui tempi di riapertura delle diverse attività siamo stati costretti ad assistere, passivamente attoniti, a numerose voci levatesi dal mondo politico ma anche dai diversi coloriti ambiti in cui si articola la lobby dell’anti gioco, che proponevano esplicitamente di approfittare della sospensione, in quel momento vigente allo scopo di limitare i rischi dell’epidemia, per abolire definitivamente il gioco legale, in maniera silenziosa, facendolo perire per inerzia.

 

LA RICONVERSIONE DI STAMPO SOVIETICO - Un parlamentare ha proposto la riconversione delle imprese del gioco, come alternativa alla loro chiusura coatta, da attuare, quest’ultima, a legislazione vigente, mediante l’omessa emanazione dei provvedimenti amministrativi necessari a consentire le ripresa delle attività sospese per ragioni sanitarie legate esclusivamente alla riduzione del rischio epidemiologico.
 
IL PARADOSSO E L’ETEROGENESI DEI FINI - A qualche illustre “esperto” di ludopatia è sfuggita di mano una tesi tanto paradossale quanto suggestiva: riscontrato che i “ludopatici” non avrebbero sofferto in alcun modo la sospensione delle attività di gioco, non avvertendo il bisogno compulsivo di giocare, bisognava cogliere la palla al balzo e rendere definitiva l’interruzione delle attività. In altre parole, ci stavano (involontariamente) raccontando che la dipendenza da gioco non esisterebbe, dal momento che, come noto a tutti, le persone affette da una qualsiasi “dipendenza” soffrono tremendamente se private dell’oggetto che le attrae compulsivamente. Non si accorgevano di offrire argomenti a chi sostiene che la ludopatia sia una pura invenzione. Noi invece crediamo che la “ludopatia” sia un problema serio e che, come tale, vada affrontato con il contributo di persone all’altezza e non da consulenti in cerca di gloria prestati alla politica.
 
IL SUBDOLO TENTATIVO DI ABOLIRE IL GIOCO LECITO PER VIA AMMINISTRATIVA – PARTE II - È poi finalmente giunto il Dpcm 11 giugno 2020 con cui è stata consentita la riapertura anche delle attività di gioco, condizionata soltanto ad una preventiva valutazione, rimessa alle Regioni e alle Province autonome, circa la loro concreta compatibilità con il quadro epidemiologico presente nel territorio di riferimento. Gran parte delle Regioni hanno tenuto fede al suddetto parametro “obiettivo” di valutazione consentendo immediatamente la riapertura delle attività di gioco. Altri Enti, tipo la Regione Lazio e la Provincia Autonoma di Bolzano l’hanno invece rinviata di parecchi giorni, senza motivare alcunché in termini compatibilità con il quadro epidemiologico locale (come imponeva il richiamato Dpcm) ed aprendo contestualmente altre attività, quali ad esempio le palestre e i centri benessere, connotate da rischi intrinseci uguali se non maggiori delle sale giochi. Il Presidente della Provincia di Bolzano, in risposta ad una nostra lettera, ha tentato di giustificare la propria scelta facendo riferimento all’astratta pericolosità delle sale giochi nella diffusione del contagio, non correlandola al rischio epidemiologico del territorio di riferimento – peraltro descritto in termini ottimistici – come invece gli imponeva il Dpcm 11 giugno 2020, così sostituendosi all’autorità statale che, nell’adottare la scelta della riapertura, aveva già svolto la valutazione del rischio intrinseco alle attività di gioco, per le quali sono state emanate delle specifiche linee guida finalizzate a minimizzare i rischi di contagio. I casi summenzionati della Provincia Autonoma di Bolzano e della Regione Lazio, in cui una scelta amministrativa a discrezionalità limitata è stata soppiantata da una scelta squisitamente politica (con riflessi pregiudizievoli evidenti a carico di attività già ampiamente pregiudicate dalla chiusura prolungata), hanno rappresentato un indizio concreto (fortunatamente ad efficacia temporalmente limitata) di quella strategia che si proponeva di abolire, attraverso atti amministrativi (rectius: la mancata adozione di atti amministrativi) un’attività legislativamente consentita.
 
LA DISCRIMINAZIONE NEI FINANZIAMENTI - Altro punto dolente che le imprese del gioco si stanno trovando ad affrontare in questa difficile fase di riavvio delle attività riguarda la discriminazione che stanno subendo nell’erogazione dei finanziamenti statali o regionali, per far fronte alle conseguenze economico-finanziarie legate all’emergenza Covid-19.
 
L’ETICA DELLE BANCHE - In palese violazione delle normative statali in materia, alcuni importanti Istituti bancari stanno tuttora ponendo ostacoli all’erogazione alle imprese del gioco dei finanziamenti stabiliti dal Governo per fronteggiare le conseguenze economiche dell’emergenza Covid. Le banche si appellano a dei “codici etici” interni che gli imporrebbero di escludere queste attività dall’erogazione dei finanziamenti. Visto che il Governo non ha sottoposto a valutazioni etiche l’erogazione dei finanziamenti, questi, in presenza delle condizioni richieste dalla legge, devono essere erogati. Sarebbe allora opportuno che il Governo richiamasse le banche ad adempiere al loro ruolo e alla funzione di rilevanza pubblica che anche la Costituzione gli attribuisce. Però questo ci consente di raccontare, trattenendo a fatica la risata o il pianto, che sarebbe l’“etica” ad ispirare le banche nella scelta dei beneficiari dell’erogazione dei finanziamenti. Non sappiamo se è la stessa etica che molti istituti hanno utilizzato, nel corso degli anni, nell’erogare determinati prodotti finanziari ad ignari piccoli risparmiatori.
 
LE REGIONI - Analoghe condotte sono ravvisabili in quelle scelte regionali che escludono in maniera esplicita le imprese del gioco dalla possibilità di beneficiare di quei sussidi erogati per favorire la sopravvivenza delle imprese uscite fortemente provate dalla chiusura prolungata. Come se gli imprenditori del gioco ed i loro dipendenti non fossero meritevoli di quel riconoscimento di “dignità” che qualsiasi lavoratore merita di ricevere.
 
I fatti elencati in questa rassegna (certamente non esaustiva) denotano una generale ambiguità su cui continueremo ad insistere chiedendo che, una volta per tutte, venga tolto quel velo di ipocrisia che la avvolge. In uno Stato laico e di diritto non è infatti ammissibile che delle imprese pienamente riconosciute dall’ordinamento possano continuare ad essere sfacciatamente discriminate sulla base di valutazioni etiche, le quali, seppure palesemente sbandierate, non trovano riscontro in corrispondenti disposizioni normative. La drammatica esperienza del lockdown, con lo stravolgimento delle priorità e dei valori preesistenti che ha determinato, rende oggi indifferibile un definitivo cambio di rotta: chi ha l’autorità per farlo decida una volta per tutte se il gioco legale debba continuare ad esistere oppure se di debba tornare all’epoca in cui imperversavano i videopoker e le bische clandestine. Ma finché tale decisione non verrà presa, lo Stato, in ogni sua articolazione, avrebbe il dovere di tutelare da ogni discriminazione le imprese del gioco e i loro dipendenti, in tutte le sedi e con la stessa determinazione riservata agli altri attori economici. Al contempo, gli operatori del gioco che lavorano nel rispetto delle leggi ed i loro dipendenti continueranno ad avere il pieno diritto di rivendicare con orgoglio il loro ruolo, senza dover cedere il passo di fronte alle incursioni diffamanti e discriminatorie che quotidianamente sono costretti a subire.
 
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