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Bianchella (As.tro): 'A Bologna chiuse sale giochi legali'

  • Scritto da Redazione

Il responsabile per il territorio di As.tro, Claudio Bianchella, sottolinea all'assessore bolognese Alberto Aitini che le sale giochi chiuse sono legali e non organizzazioni criminali.

 

Fanno discutere, i numeri e soprattutto le dichiarazioni dell'assessore bolognese Alberto Aitini sugli effetti della legge regionale sul gioco dell'Emilia Romagna n. 5 del 2013. A prendere la parola,in una lettera invata all'assessore bolognese, è il responsabile nazionale per il territorio, di As.tro, Claudio Bianchella, che nella sua missiva afferma l'associazione sia "esterrefatta" da dichiarazioni come "In questi anni abbiamo lavorato molto sul contrasto al gioco d'azzardo patologico e questo lavoro sta portando ad importanti risultati: oltre quaranta sale scommesse hanno chiuso o delocalizzato l'attività".

Come associazione di rappresentanza degli operatori del gioco lecito, ricorda Bianchella, "siamo ormai abituati al livore ideologico che parte della classe politica riversa nei confronti delle nostre imprese. Ma ciò che questa volta ci sorprende, come cittadini, prima ancora che come membri di un'associazione di categoria, è l'ostentata soddisfazione da lei manifestata per la chiusura di 40 sale scommesse nel territorio del Comune di Bologna, parlando come se stesse riferendosi a delle organizzazioni criminali piuttosto che a delle attività imprenditoriali attorno alle quali gravitavano delle persone che lavoravano onestamente e che la politica ha deciso di mettere sulla strada".

Per essere più precisi, secondo lo studio della Cgia di Mestre sulla Legge Regionale 5/2013, presentato a Bologna il 15 gennaio 2020, le persone che perderanno il posto di lavoro per effetto della sua applicazione sono state stimate, per difetto, in un numero pari a 3700 unità.

"Ma probabilmente lei non è a conoscenza che quelle attività, a cui la Regione Emilia Romagna ha imposto e sta imponendo la chiusura, sono sorte e sviluppate nella piena legalità e sono tuttora considerate lecite dallo Stato italiano: titolare primario dell'attività di gioco, la quale viene svolta da imprenditori privati solo per effetto della scelta del legislatore nazionale di organizzare il comparto mediante l'adozione di un sistema concessorio".

Bianchella si dice dunque stupito che Aitini "utilizzi come indicatore dell'efficacia di una legge, asseritamente adottata con la finalità di prevenire il gioco d'azzardo patologico (Gap), il numero di imprese che per effetto di essa hanno chiuso, anziché fare riferimento agli effetti sanitari che con questa legge ci si proponeva di ottenere (almeno stando alle dichiarazioni che accompagnarono la sua emanazione e le premesse in essa riportate)".
Infatti, "non cogliamo nelle sue dichiarazioni alcun riferimento ad eventuali benefici nella lotta al Gap, a meno che lei non consideri il pallottoliere delle imprese che chiudono lo strumento diagnostico da utilizzare per monitorare l'andamento di una patologia. Il suo ragionamento avrebbe un senso se le attività che offrono gioco chiudessero per sopraggiunta carenza della domanda anziché per effetto di un atto di imperio, a seguito del quale la domanda si sposta altrove (soprattutto verso l'offerta illegale)".

Ritenendo che l'assessore sia in buona fede, Bianchella ritiene che possa essergli sfuggita la Relazione Valutativa presentata dalla Giunta Regionale alla fine dello scorso mese di novembre, "nella quale è dato atto che il numero di persone assistite dai servizi per le dipendenze della Ausl sono 'in costante aumento'".

Proprio per questo As.tro ha inviato a tutti i consiglieri regionali un'apposita istanza affinché, "tenuto conto che l'unico effetto ottenuto dalla legge 5/2013 è stato quello di far chiudere le imprese del gioco e creare disoccupazione", venga "seriamente presa in esame l'ipotesi di una sua radicale revisione. Non è nostra intenzione contestare le convinzioni etico-politiche di chi, in nome dei principi in cui crede, porta avanti posizioni proibizioniste. Ci appare però scorretto il tentativo di nascondere il carattere etico-ideologico della propria posizione politica (con lo scopo di conferirle una parvenza di oggettività), attraverso equazioni ardite come quella di considerare la chiusura coatta di un nutrito numero di imprese, come indicatore della diminuzione del numero di soggetti affetti da una patologia (peraltro a dispetto dei dati)".

 

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