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Piemonte, Iaccarino (As.tro): 'Legge gioco, no ad approccio ideologico'

  • Scritto da Redazione

Iaccarino, presidente del Centro studi As.tro, analizza il 'caso Piemonte' e le pericolose conseguenze di un approccio ideologico alla modifica della legge sul gioco, in Aula il 14 aprile.

"Quella che si gioca in Piemonte intorno alla legge sul gioco appare sempre di più una partita politica con forti connotazioni ideologiche, in cui trionfano le affermazioni demagogiche e si è persa di vista la realtà dei fatti.
La legge di modifica.
Di che stiamo parlando?
Di un intervento sulla legge originale teso ad introdurre un elemento di civiltà giuridica in un testo che presentava un’evidente forzatura con rilievi di anticostituzionalità.
L’attuale legge prevede effetti, la sospensione dell’attività, anche per gli esercizi esistenti alla data di entrata in vigore; è come si dice in gergo retroattiva; a memoria è il primo caso in assoluto di cancellazione di un’attività economica senza che ne sia dichiarata l’illiceità, anzi in un contesto in cui quell’attività economica è riservata allo Stato ed esercitata mediante terzi soggetti titolari di concessione pubblica o, comunque, autorizzati attraverso iscrizione in apposito registro pubblico".

Esordisce così Armando Iaccarino, presidente del Centro studi As.tro, che approfondisce per GiocoNews.it il "caso Piemonte", in vista dell'esame in consiglio regionale della proposta di modifica della Lega (a firma di Claudio Leone) che intende eliminare la retroattività della normativa del 2016, in programma il 14 aprile.

Ma la legge prevedeva un congruo tempo per il trasferimento delle attività in zone che rispettassero le regole di distanza introdotte. Non è una garanzia sufficiente?
"A prescindere dalle difficoltà sempre presenti quando si deve trasferire un’attività economica (reperimento di una nuova sede idonea, costi di riallocazione, perdita di avviamento) sarebbe stata una garanzia sufficiente se fossero state rese disponibili porzioni utili di territorio.
Gli studi effettuati sull’applicazione delle regole introdotte con la legge n. 9\2016 evidenziano invece che il territorio interessato dai divieti raggiunge percentuali superiori al 90 percento delle diverse aree comunali. Ciò è potuto avvenire grazie alla proliferazione dei cosiddetti luoghi sensibili, identificati come luoghi di aggregazione delle componenti fragili della società, in particolare anziani e minori. È evidente l’approccio ideologico, teso ad eliminare il gioco pubblico piuttosto che a contenerne l’offerta".
 
Ma i risultati della legge sono presentati come positivi ed efficaci nel contrasto al disturbo da gioco d’azzardo. Sono analisi discutibili?
"Premesso che non mi appassiona particolarmente la guerra delle cifre che si è aperta su questi temi, non si può non cogliere alcuni aspetti quantomeno bizzarri negli studi a sostegno dell’efficacia della legge vigente.
In primo luogo i dati ufficiali dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli dimostrano che la propensione al gioco non è diminuita, ma si è redistribuita tra le diverse offerte in misura quasi equivalente alla riduzione dei volumi di gioco tramite apparecchi, anche senza tener conto della domanda di gioco online e dello spostamento verso il gioco illegale.
In questi giorni i fautori della legge in vigore ripetono come un mantra che il gioco online è aumentato in Piemonte ad un ritmo inferiore a quello del resto d’Italia.
Piacerebbe avere qualche indicazione più precisa sulla metodologia adottata per arrivare a questo risultato. Considerata la natura del gioco a distanza, un’affermazione del genere non corroborata da metodologie d’analisi adeguate costituisce un ulteriore esempio di approccio ideologico.
Analogamente non si può liquidare il serio problema dello spostamento di volumi di gioco verso il mercato illegale sostenendo che non ve ne sono evidenze. L’esplosione del mercato illegale in Piemonte negli anni 2018/2019 è certificata dai report ufficiali della Guardia di Finanza. Non tenerne conto equivale a nascondere la testa sotto la sabbia rispetto a un tema che ha riflessi che vanno oltre l’argomento gioco. Il proibizionismo introdotto in Piemonte libera risorse per le organizzazioni malavitose, senza incidere direttamente sui malati di gioco che, nel rivolgersi all’offerta illegale, perdono anche quelle forme di tutela che il sistema regolamentato gli assicura, dall’emersione all’assistenza".
 
Ma i volumi di gioco tramite apparecchi sono drasticamente diminuiti. Non è un buon segno?
"Non voglio ripetermi sull’analisi dei numeri. È evidente che le limitazioni introdotte non possano che aver ridotto i volumi di gioco interessati. Anche a non voler considerare l’effetto sostituzione (legale ed illegale) che si è prodotto, mi piacerebbe che l’analisi su quel che è successo si focalizzasse maggiormente su chi è affetto da dipendenza.
Vorrei cioè capire quanto della diminuzione dei volumi di gioco su apparecchi ha comportato una corrispondente riduzione dei fenomeni di dipendenza. Esperti del settore negano un rapporto diretto tra i due fenomeni. Esiste la probabilità credibile che una percentuale elevata dei giocatori problematici si sia rivolta verso altre tipologie di offerta prive di qualsiasi tutela. È proprio questa tipologia di giocatori che risulta particolarmente refrattaria a interventi di tipo proibizionista e che con questi interventi viene sostanzialmente abbandonata".
 
Approccio ideologico, in che senso?
"La fotografia di un approccio ideologico si deduce dai toni e dai contenuti. Per quest’ultimo aspetto basti dire che la legge di modifica mantiene inalterata l’impalcatura della legge n. 9/2016, sia sotto il profilo della prevenzione e della formazione che prevedendo misure di contenimento dell’offerta. Interviene sulla retroattività, introducendo come già detto un elemento di civiltà giuridica, e su quei parametri che portavano alla concreta impossibilità di operare sul territorio comunale. Viene, cioè, mantenuto sia il cosiddetto distanziometro che l’individuazione di siti delicati, rendendo però le regole più coerenti con l’obiettivo di contenimento dell’offerta, depurandole dagli effetti espulsivi propri delle precedenti disposizioni. Il quadro che ne deriva è analogo a quello previsto da altre regolamentazioni regionali ascrivibili a diverse parti politiche. Non ha senso, da questo punto di vista, l’ossessivo richiamo al ritorno ad una situazione incontrollata ed incontrollabile. Il vero far west era quello precedente al 2004, cioè prima che si introducesse il sistema del gioco pubblico".
 
Quanto ai toni, è difficile non pensare che il contrasto al gioco sia diventato una bandiera da esibire nella lotta politica ben al di là delle problematiche che sicuramente comporta.
"È in atto una crociata che, identificato il nemico, tende ad amplificare oltre ogni misura toni e comportamenti. Si sottovaluta il tema occupazionale, sino a negare le conseguenze dell’abolizione del comparto sui lavoratori che ne fanno parte. Ad essi si rimprovera di 'fare le barricate per difendere il gioco d’azzardo'. No, essi difendono il proprio lavoro, legittimo sotto ogni punto di vista, e quindi la vita delle proprie famiglie".
 
Si sottovaluta il tema dell’illegalità, quasi fosse un escamotage per fornire giustificazione per interventi tesi a favorire le cosiddette lobbies del gioco.
"Questo delle lobbies è un altro mantra ricorrente. La difesa del gioco pubblico e la sua funzione di presidio contro l’illegalità sono interpretate come manifestazioni di sottomissione alle famigerate lobbies. Ma, allora, ne fanno parte anche tutte quelle voci istituzionali che vanno da tempo ribadendo l’importanza del sistema del gioco pubblico? Dal ministro dell’Interno agli innumerevoli procuratori della Repubblica che si sono espressi sulla funzione positiva del gioco pubblico, al direttore dell’Agenzia delle Dogane ed ai più alti vertici della Guardia di Finanza che ne hanno delineato il ruolo di presidio contro l’illegalità, per citarne solo alcuni".
 
E non sfugga lo strettissimo nesso tra difesa della legalità e contrasto alle dipendenze.
"L’approccio ideologico non fornisce soluzioni perché si ferma alla superficie e non coglie la complessità dei problemi. In Italia, in diverse Regioni, questo sì è capito, così come si è capito che occorre studiare tale complessità e confrontarsi con essa, specie nella particolare difficile situazione che il Paese sta vivendo".
 
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