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Nuovo Dpcm e altro lockdown dei giochi: ma l'industria stavolta confida nei ricorsi

  • Scritto da Ac

In vigore il Dpcm che prolunga il lockdown del gioco pubblico che il Tar del Lazio ha appena legittimato, ma fino a un certo punto. E ora il nuovo stop potrebbe anche saltare.

Dura lex, sed lex. La legge è dura, ma è la legge. Già, ma fino a che punto? E' la domanda che si pongono in molti, in questo periodo così difficile, a causa dei vari turbamenti provocati dalla pandemia. Ma soprattutto, ciò che si chiedono in molti, oggi, è: quanto possono durare le misure di contenimento del virus che impongono la chiusura di molte attività economiche e, in particolare, di tutte quelle di gioco? A chiederselo, in particolare, sono gli addetti ai lavori del comparto del gaming, i più colpiti dalle restrizioni governative che hanno portato a un duplice e prolungato lockdown di tutte le attività retail. Una serrata generale che – come noto – è stata peraltro appena estesa fino al prossimo 15 gennaio attraverso l'ultimo decreto del presidente del Consiglio dei Ministri in vigore da oggi. Nonostante lo stesso premier, Giuseppe Conte, nella conferenza stampa di ieri, abbia ricordato che gli ultimi sacrifici richiesti agli italiani siano serviti per evitare il lockdown generale, la consolazione non vale certo per gli operatori del gioco, per i quali non ci sono sconti né eccezioni. Pur avendo dimostrato elevati standard di sicurezza durante la fase di riapertura, anche ben più alti rispetto ad altre attività che oggi rimangono comunque aperte (dai centri commerciali a quelli estetici), ma tant'è.

IL VERDETTO DEL TAR - A nulla è valso anche il tentativo operato da alcune aziende del comparto di impugnare il precedente Dpcm del 3 novembre davanti al Tar del Lazio il quale – come riportato ieri – ha respinto la domanda di sospensiva legittimando la scelta del governo, motivata dal “principio di precauzione”, in virtù del quale diventa lecito interrompere delle attività. 
Del resto, va detto, gli ambienti di gioco non sono gli unici ad essere stati interrotti dall'esecutivo e i loro titolari non sono gli unici ad aver tentato le vie legali. Anzi. A far rumore è stato anche il tentativo - giudicato nella stessa giornata dal Tar laziale – portato avanti dal critico d'arte Vittorio Sgarbi che, in qualità di sindaco di Sutri (Vt) ha tentato di sovvertire la linea governativa che ha decretato la sparizione (anche) dei luoghi di cultura nella Penisola. Presentando un ricorso, supportato e difeso dagli avvocati Gino Giuliano e Carlo Rienzi, contro la Presidenza del Consiglio dei Ministri, Ministero della Salute e Ministero per i beni e le attività culturali per l’annullamento – previa sospensione dell’efficacia – dello stesso Dpcm di novembre. Anche in questo caso, com'era forse inevitabile, i giudici hanno dato ragione al governo, sempre per via della “ragionevolezza” riscontrata nella decisione di comprimere delle attività economiche in virtù della tutela della salute.
In entrambi i casi, tuttavia, il Tar ha comunque fissato alcuni “paletti” che potrebbero rivelarsi potenzialmente favorevoli in difesa delle tesi portate avanti dall'industria.
In particolare, secondo il legale Gianfranco Fiorentini, tra i difensori dei ricorrenti intervenuti al Tribunale capitolino, il nuovo Dpcm di oggi potrebbe essere impugnato al Tar con maggiore convinzione e fondamento, proprio sulla base della pronuncia di ieri. Con la quale “il tribunale amministrativo laziale evidenzia che il Dpcm di novembre vale solo per un tempo limitato di un mese – spiega il legale -  mentre da oggi il tempo dello stop ai lavori non sarà più tanto limitato perché dal 24 ottobre 2020 si passerà al 15 gennaio 2021, senza offerta di gioco nemmeno negli esercizi generalisti. Con il principio di precauzione, che vale per il Tar a evitare il contagio, che non sarà a quel punto più effettivo perché i bar saranno riaperti anche in orari più ampi. Secondo il Tar del Lazio, in effetti, il Dpcm del 3 novembre scorso si legittima per la fase di recrudescenza della pandemia in atto che invece ora non sta crescendo ma diminuendo”. Tutti argomenti che potrebbero dunque rivelarsi vincenti per la prossima impugnativa promossa dagli operatori del gioco.
 
INTERESSI PREVALENTI, MA CON UN LIMITE - Anche  nel caso della cultura e di Sgarbi, in effetti, i giudici capitolini hanno ritenuto “non manifestamente irragionevole” (!) la decisione dell’Autorità di “comprimere per un periodo di tempo circoscritto un interesse certamente significativo per il benessere individuale e della collettività, quale è quello alla fruizione dei musei e degli altri luoghi di cultura, in ragione della particolare gravità della emergenza sanitaria in atto”. Tutto ciò, di nuovo, “Ritenuto di dover considerare prevalente l’esigenza sottostante all’adozione delle misure impugnate di tutelare il diritto alla salute, a seguito della recrudescenza del contagio epidemiologico, attraverso una significativa riduzione delle attività da svolgersi in presenza”, ma sempre e comunque entro un periodo di tempo circoscritto. E se il tempo inizia dunque a dilatarsi, mentre, al contrario, il virus inizia a ridursi negli effetti e nel contagio, diventa quindi legittimo chiedersi se ha senso continuare a perpetrare restrizioni così devastanti per l'economia e per il benessere delle persone - pensando anche ai musei. Ed è proprio quello che chiederanno ora ai giudizi laziali gli addetti ai lavori del gioco, nei prossimi giorni. Cosa che, probabilmente, proverà a fare anche il sindaco di Sutri e, magari, anche i rappresentanti di altre attività economiche compromesse dalla linea rigorista dell'esecutivo.
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