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Politici, veri giocatori d’azzardo

  • Scritto da Anna Maria Rengo

Se il buongiorno si vede dal mattino, la ‘giornata’, o meglio, la nuova legislatura non si è certo annunciata nel migliore del modi per il settore del gioco pubblico. A fare scoppiare il caso, la sparatoria di fronte a Palazzo Chigi, proprio mentre il nuovo esecutivo guidato da Enrico Letta prestava il suo giuramento nelle mani del capo dello Stato Giorgio Napolitano, ad opera dell’operaio disoccupato Luigi Preiti. Ne è nata una violenta campagna mediatica contro il gioco, prendendo per spunto la pur smentita sua dipendenza delle slot. E proprio dal caso Preiti partiamo per analizzare con il politologo Gianfranco Pasquino, professore di European studies al Bologna Center della Johns Hopkins University, i possibili scenari politici per ciò che riguarda il gioco pubblico e la sua regolamentazione.

Secondo lei cosa c’è dietro e a che cosa potrebbero preludere gli attacchi che sono stati rivolti al gioco dalla stampa?

“Il passaggio dall’essere dipendenti dal gioco allo sparare ai Carabinieri è abbastanza ardito. Preiti ha compiuto quel gesto per altre ragioni, soprattutto a causa del suo odio per la politica e i politici. Voleva inoltre mettersi in luce in maniera esibizionista, e del resto chi fallisce nella vita cerca sempre un modo per farlo. Per lui sarebbe stato il massimo uccidere un politico, altro che sparare a un carabiniere. E se la stampa si è buttata a pesce sul caso è perché non sa selezionare gli argomenti e non sa cogliere il problema vero, che in questo caso era l’odio per la politica e non la dipendenza da gioco. Tra l’altro, ci sono altri elementi che possono creare dipendenza e devianza, per esempio l’uso eccessivo di strumenti elettronici che può spingere al suicidio soprattutto gli adolescenti e i giovani. Premesso inoltre che non gioco e che ritengo sarebbe meglio non giocare, non credo che la campagna mediatica debba essere rivolta contro questo settore, se c’è poi un problema di trovare nuove risorse finanziarie da esso, che lo si dica chiaramente!”

Ritiene che parlare male del gioco sia oggi uno strumento attraverso il quale si cerca consenso politico?

“Il caso recente penso sia stato occasionale, Un fatto che è accaduto e che i giornalisti hanno cercato di cavalcare e sfruttare, peccando di innovazione. Ma mi pare che questa fase di emergenza sia già stata superata e che il discorso stia già cadendo”.

Anche in campagna elettorale si è parlato di gioco e più volte Silvio Berlusconi ha parlato di togliere l’Imu, e di restituirla ai cittadini, anche inasprendo la tassazione relativa. Secondo lei si trattava e si tratta di pura demagogia oppure c’è un fondo di ragionevolezza in queste proposte?

“Da un lato certamente Berlusconi sta cercando di ottenere un successo dal punto di vista programmatico, visto che quello dell’Imu era un punto dominante di quest’ultima ma anche dalla campagna elettorale precedente, quella del 2006, quando perse contro Prodi. Abolire l’Imu mi sembra sbagliato sia dal punto di vista sociale che economico. Dal punto di vista sociale, chi ha una sua solidità è giusto che paghi una buona tassa sulla casa, mentre da quello economico, occorre considerare che allo Stato e ai Comuni servono i soldi. In particolare, i Comuni devono avere delle tasse che possono estrarre da loro stessi, se gliele togli crei loro un problema a coprire i loro bilanci”.

Nella passata legislatura, la legge Balduzzi ha previsto nuove disposizioni sul gioco: limiti alla pubblicità, l’inserimento della ludopatia nei Lea, un possibile piano di ricollocazione delle slot esistenti. Non si è fatto ancora abbastanza a suo giudizio?

“Io sono per una regolamentazione che sia in qualche modo tassativa una volta che siano chiari gli obiettivi che si perseguono. Dico no al massimo profitto dai giochi, ma occorre anche regolamentare per evitare abusi ed eccessi”.

Come si aspetta che si muoverà il nuovo governo in materia di gioco?

“Resta l’esigenza di fare cassa, mentre per quanto riguarda il gioco è possibile che sia inserito in quel federalismo fiscale di cui si sta discutendo. È plausibile infatti che i Comuni conoscano meglio i loro cittadini e sappiano regolamentare in maniera più adeguata la materia, ma questo nell’ambito di una normativa generale che consenta dei margini di flessibilità a livello locale”.

La legge comunitaria approvata nel 2010 prevedeva che sarebbero state aperte 1000 sale per il poker live. Ritiene che si darà corso a questa disposizione?

“Spero di no, se si va verso un ampliamento delle possibilità di gioco auspico che ciò avvenga gradualmente o soppesando bene le conseguenze”.

Il suo ultimo libro si intitola ‘Finale di partita. Tramonto di una Repubblica’ (Egea-Unibocconi 2013). Siamo davvero alla fine di una partita, e che similitudine c’è tra il gioco e la politica?

“I politici giocano un insieme di partite. Con i cittadini elettori si tratta davvero di un gioco d’azzardo: propongono un programma e questi devono fidarsi, rilanciare o giocare. I politici giocano anche una partita, anzi la ‘vera’ partita, tra di loro. Chi riesce a convincere di più e dunque ad avere più seggi, ma anche chi riesce a ingannare gli avversari politici! Quando al finale di partita che dà il titolo al mio libro, ritengo che sia terminata quella cominciata nel 1994. Berlusconi ha vinto diverse mosse, ma non la partita nel suo insieme. Ora cambieranno finalmente alcune regole del gioco, a cominciare dalla legge elettorale, ma se non cambia la partita il gioco sarà brutto. E a noi spettatori il compito di cercare qualcuno più originale, come Beppe Grillo, un vero giocatore d’azzardo che ha ottenuto applausi e voti da parte di chi ormai si è annoiato della vecchia partita. Il libro è stato pubblicato a febbraio, prima delle elezioni, e resta d’attualità: prevedevo la necessità di alleanza dei tre maggiori partiti, visto che il paese non poteva essere governato direttamente, come pure il successo alle urne di Grillo. Ci sono poi diversi capitoli in cui sostengo la necessità di cambiare le regole del gioco, cominciando dalla legge elettorale, ma non come dicevano i politici, piuttosto ricorrendo a uno dei due sistemi elettorali che in Europa funzionano: quello tedesco e quello francese. Tutto ciò però senza esagerare con le capacità divinatorie, piuttosto cercando di capire che cosa è successo finora”.

Secondo lei questo governo durerà?

“Letta ha detto bene che vuole durare almeno diciotto mesi, specie se vuole fare alcune riforme istituzionali, le premesse ci sono e ho l’impressione che sia nell’interesse di tutti. Ma può durare anche meno se alcuni giocatori sbagliano la partita”.

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