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Dl dignità e giochi: tra critiche, anomalie e una difficile attuazione

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Mentre si attende la pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del Dl dignità che contiene il divieto di pubblicità dei giochi, si moltiplicano le perplessità su forma e sostanza della norma.

 

“Vietare la pubblicità al gioco d’azzardo è un passo storico di grande valore culturale”, secondo Luigi Di Maio, capo politico del Movimento 5 Stelle, in qualità di ministro del Lavoro e dello Sviluppo economico, nonché autore del provvedimento. Anche per questo, la norma, è stata accolta con soddisfazione dalle associazioni che lottano contro la diffusione del gioco d'azzardo.
Al contrario, il mondo dello sport (attraverso, per esempio la Lega calcio Serie A, o quella del basket) si è espresso in maniera contraria, ravvisando come tali misure, oltre a non essere “realmente efficaci” per arginare la dipendenza, suscitano “estrema preoccupazione” per gli effetti sulle squadre che rischiano di perdere importanti sponsorizzazioni. Con conseguenze “per la tenuta occupazionale e lo sviluppo” dello sport italiano e del suo indotto e “per il rischio che si incrementi il ricorso al gioco d’azzardo clandestino”.

Così, mentre il decreto non è ancora entrato in vigore (ma lo farà a breve, a quanto pare), oltre ad impazzare il dibattito tra favorevoli e contrari, iniziano a sollevarsi i primi dubbi, non solo sulla reale esigenza di un provvedimento di questo tipo – e, soprattutto, sull'effettiva urgenza – ma sulla reale applicazione, per via di una difficile attuazione ed efficacia.
 
COSA DICE LA NORMA - Trattandosi di un divieto totale (la norma in questione, ricordiamo, prevede il divieto di “qualsiasi forma di pubblicità, anche indiretta, relativa a giochi o scommesse con vincite di denaro, comunque effettuata e su qualunque mezzo, incluse le manifestazioni sportive, culturali o artistiche, le trasmissioni televisive o radiofoniche, la stampa quotidiana e periodica, le pubblicazioni in genere, le affissioni ed internet”. E dal 1° gennaio 2019 il divieto si applica “anche alle sponsorizzazioni di eventi, attività, manifestazioni programmi, prodotti o servizi e a tutte le altre forme di comunicazione di contenuto promozionale, comprese le citazioni visive ed acustiche e la sovraimpressione del nome, marchio, simboli, attività o prodotti la cui pubblicità, ai sensi del presente articolo, è vietata".
 
I DUBBI SULLA RETE - Insomma, come avviene per i tabacchi, nessun marchio di gioco potrà più comparire, in nessun modo e in alcun mezzo. Già qui sorgono i primi dubbi. In primis, per via della manifesta impossibilità di controllare efficacemente il canale web, essendo ben note a tutti le difficoltà concrete nel limitare le comunicazioni in rete. E lo sanno bene proprio gli operatori del gioco, in particolare quelli che operano online – come pure il regolatore – quanto sia difficile bloccare la rete, visto che l'Italia (quella volta sì, da vera avanguardista) aveva pensato bene di arginare la diffusione dei siti di gioco illegali consentendo l'accesso dalla Penisola unicamente ai siti autorizzati, “oscurando” quelli non collegati a nessuna concessione, introducendo la famigerata “black list”: ma sappiamo altrettanto bene quanto sia sterile e ardua tale attività, visto il continuo proliferare di siti web che rimbalzano di pagina in pagina e di server in server, sfuggendo sistematicamente ogni controllo. Nonostante gli straordinari successi dell'oscuramento dei siti di gioco illegali (visto che si parla di miliardi di accessi illeciti respinti e, quindi, di potenziali truffe sventate), è evidente e sotto gli occhi di tutti che chi vuole continuare a giocare online riesce comunque a trovare il modo per raggiungere tali portali illeciti, i quali continuano ad esistere. Anche per via del fatto che risulta quasi impossibile risalire agli autori di certe offerte ed eventualmente perseguirli dall'Italia, tenendo conto della complessa macchina burocratica del nostro paese e a livello internazionale più in generale. Anche spostandosi dal mondo del gioco, tuttavia, la difficoltà – se non, appunto, l'impossibilità – di bloccare la rete è altrettanto evidente pensando all'offerta in streaming degli eventi sportivi, che avviene da anni in maniera del tutto illecita, violando gli accordi internazionali sui diritti televisivi, e che non riesce ad essere arginata. Nonostante decine di udienze, in Italia e all'estero, svariati sequestri, e altrettanti cambi di server e domini che consentono ai canali illeciti di continuare ad esistere, operare e incassare. In barba alle leggi che comunque vietano tale pratica prevedendo anche ingenti sanzioni, ma senza riuscire ad applicarle.
 
LE DIFFICOLTA' IN TV - E a proposito di sport e diritti televisivi, spostandoci quindi dal web alla tv, l'altra grande anomalia che il governo si troverà a gestire - come pure l'Agcom, quale autorità preposta al controllo e all'erogazione di sanzioni – è quella delle partite di calcio e degli eventi sportivi più in generale. Poiché un divieto di questo tipo, relativo alla pubblicità dei giochi, esiste solo e soltanto in Italia, cosa accadrà quando le nostre televisioni dovranno trasmettere partite di calcio dove gli stadi saranno contornati di pubblicità di bookmaker o casinò online? Certo, è evidente, le società italiane non potranno siglare accordi per comparire su quell'evento, ma visto che molte aziende (la maggior parte, peraltro, almeno per ciò che riguarda l'online) sono di carattere internazionale, se pensiamo, per esempio, a una finale di Champions League disputata per esempio in Regno Unito, nulla impedirebbe a un bookmaker britannico di acquistare spazi in quell'evento. Solo che quello stesso evento verrà trasmesso in tutto il mondo, Italia compresa, dove verrebbe quindi visualizzata quella pubblicità, dando quindi benefici a quello stesso bookmaker che avrà una presenza anche in Italia. Questo, in teoria, dovrebbe comportare una sanzione per il mezzo televisivo che manderà in onda il match, stando all'attuale formulazione della nuova legge italiana. Generando quindi due possibili scenari: il primo, è il crollo totale del valore di quei diritti televisivi nel nostro paese, con tutte le conseguenze del caso. Il secondo, forse più facilmente ipotizzabile, prevederebbe la classica “soluzione all'italiana” secondo la quale all'emittente conviene comunque trasmettere l'evento, pur sapendo di ricevere una sanzione, eventualmente andando ad aumentare i costi degli spazi pubblicitari per compensare quelle perdite ex lege. Anche per questo in molti considerano le misure previste nel Decreto Dignità o dannose, oppure inutili. Senza una terza possibilità. Ipotizzando anche la totale sterilità rispetto alla propensione al gioco degli italiani, che si può già evincere guardando ai casi del live streaming degli eventi sportivi (nessun italiano ha smesso di guardare le partite dai siti “pirata” i quali, al contrario, hanno avuto un incremento delle visite dopo che molti utenti ne sono venuti a conoscenza leggendo sui giornali dei sequestri dei siti web incriminati, subito sostituiti da altri), o a quello più volte citato in questi giorni delle sigarette: i cui consumi non sono affatto diminuiti dopo il divieto totale di pubblicità disposto dalle leggi.
 
E IL GIOCO RESPONSABILE? - Tornando al decreto dignità: il testo attuale prevede tuttavia delle eccezioni. Sono escluse dal divieto “le lotterie nazionali a estrazione differita e i loghi sul gioco sicuro e responsabile dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli”. Se, nel primo caso, si può comprendere che l'eccezione di alcune lotterie sia legata alla bassa componente di “addiction” dei giochi, per quanto riguarda “i loghi sul gioco sicuro e responsabile” dell'Agenzia, ci sarà bisogno di ulteriori specifiche e indicazioni. Per evitare cioè di includere esclusivamente i loghi creati dai Monopoli (ciò significherebbe soltanto poter pubblicare il logo del classico “timone” del gioco sicuro?) e magari includendo le promozioni in generale che invitino gli utenti a giocare in maniera sicura e responsabile. A meno che non si vogliano evitare anche le forme di “pubblicità progresso” utilizzate in tanti altri settori e promosse in genere anche direttamente dai vari ministeri a tutela della cittadinanza. Ma in questo caso di andrebbe incontro a un vero e proprio paradosso. Certo non l'unico né tanto meno il primo, ma comunque tale.
 
DECRETO URGENTE, OPPURE NO? - Tra le varie anomalie riscontrate attorno al decreto dignità e, in particolare, riguardo alle norme sulla pubblicità, ce ne sono alcune anche di metodo. In particolare rispetto ai tempi di introduzione ed emanazione del decreto. Il provvedimento è stato approvato più di dieci giorni fa dal Consiglio dei ministri, tramite decreto legge: un tipo di norma che può essere approvata direttamente dal Consiglio dei ministri ed entrare in vigore senza passare dal Parlamento, il quale però deve confermarlo entro 60 giorni, altrimenti decade automaticamente. Stranamente, però, dopo oltre dieci giorni dall’approvazione il decreto non è ancora stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale, quindi non è ancora entrato in vigore. Senza neppure essere arrivato, fino a qualche ora fa, alla Ragioneria generale dello Stato. Secondo il quotidiano Huffington Post, la ragione sarebbe dovuta al fatto che, in realtà, il testo del decreto non sarebbe ancora pronto, perché ancora privo di tutta la parte di relazione tecnica. Come del resto si intuisce anche dalle ultime dichiarazioni del ministro Di Maio. Ma non è la prima volta che un provvedimento viene presentato al Consiglio dei ministri senza essere prima stato completato, come il governo di Matteo Renzi ha insegnato: mai però sono trascorsi più di dieci giorni. Tenendo anche conto che i decreti legge possono essere usati solo “in casi straordinari di necessità e di urgenza”, secondo la Costituzione. E il passaggio di così tanti giorni sembrerebbe tradire questo principio. Nel frattempo però la Camera ha già deciso che l’analisi del provvedimento inizierà il prossimo 24 luglio: entro quella data, quindi, il provvedimento verrà pubblicato in Gazzetta Ufficiale. Aprendo però ulteriori fronti, già approdati nelle prime pagine dei giornali, visto che nel frattempo sono state eseguite firme di nuovi contratti di sponsorizzazione, soprattutto nel mondo del calcio (per esempio, Lazio e Roma hanno appena siglato un accordo con due diversi bookmaker). Per un'altra questione da risolvere e disciplinare da parte del governo, lasciando immaginare modifiche al testo di base approvato dal Consiglio dei Ministri. Anche se Di Maio continua a escludere qualunque modifica e, addirittura, ogni possibilità di confronto con la filiera. Nonostante nell'ultima formulazione del provvedimento sia stato inserito anche l'aumento del Prelievo erariale sugli apparecchi da intrattenimento: altro tema critico per l'industria, ma anche un argomento ulteriore da discutere, in Parlamento, in ottica di legittimità procedurale.
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