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Dall'Emilia il grido dell'industria: distruzione della legalità, non tutela

  • Scritto da Ac

Dopo le dichiarazioni autocelebrative del Comune di Bologna, l'industria del gioco evidenzia le anomalie e la perdita di occupazione causata dalla legge regionale.

Si fa presto a parlare di legalità. E pure di prevenzione. Diverso, invece, significa regolamentare un'attività, disciplinare un fenomeno economico e sociale, in tutte le sue specificità, caratteristiche, cause e conseguenze. O, per dirlo in un'unica parola: governare. Nel senso politico del termine, cioè quello di guidare, amministrare, dirigere. Affrontando i problemi e le questioni nella loro completezza e complessità.

Ciò che troppo spesso non avviene – o, almeno, non completamente – quando si tratta di gioco pubblico. Come ha fin troppo bene evidenziato l'annosa “Questione territoriale” che continua a compromettere e caratterizzare la storia del comparto.

Una vicenda nella quale, diversi anni fa, si è inserita anche la Regione Emilia-Romagna, in maniera anche piuttosto prepotente, introducendo cioè una delle leggi di carattere locale più rigida e restrittiva nei confronti dell'industria e una delle poche che è rimasta tutt'ora in vigore e senza la concessione di alcuna deroga o proroga per gli addetti ai lavori, com'è invece avvenuto in tanti altri territori, dove le singole amministrazioni hanno ritenuto ragionevole procedere con il revierement, al fine di scongiurare la mortalità di tante imprese (legali) del settore e la conseguente perdita di posti di lavoro. 

È successo in Liguria, in Puglia, in Abruzzo e così via. Ma non è successo in Piemonte e neppure in Emilia-Romagna, appunto. Anzi, proprio qui, nella regione governata dall'attuale presidente della Conferenza Stato-Regioni, Stefano Bonaccini, oltre al danno subito dalle tante imprese locali che – ricordiamo – pur lavorando nella perfetta legalità e in virtù della concessione di un servizio esercitato in nome e per conto dello Stato, gli addetti ai lavori si ritrovano anche a dover ascoltare gli auto-elogi delle amministrazioni locali, nella lettura dei numeri che scaturiscono dall'attuazione delle norme in questione.
 
In particolare, dopo le recenti dichiarazioni dell'assessore regionale Raffaele Donini, che avevano provocato la reazione di operatori e associazioni, a scuotere ulteriormente gli animi degli addetti ai lavori durante le ultime ore sono state le parole pronunciate dall'assessore comunale di Bologna, Alberto Aitini, il quale, facendo il punto sull'applicazione del distanziometro regionale nel capoluogo emiliano, celebra come “importanti risultati” i numeri relativi alle oltre 40 sale scommesse che “hanno chiuso o delocalizzato l’attività”.
Poiché vicine a luoghi ritenuti “sensibili” come scuole, ospedali, strutture assistenziali, aree sportive. Non si tratta, dunque, di attività che hanno commesso frodi o reati di chissà quale natura, bensì di attività perfettamente lecite e già esistenti, che sono diventate successivamente “irregolari” sulla base non di una norma nazionale, bensì di una nuova e successiva norma di carattere locale che le ha dichiarate fuori legge (regionale). Anche se per lo Stato si tratta formalmente di attività regolari, almeno sulla carta.
 
Peccato però che tale ragione non venga fatta valere dallo stesso Stato anche nelle sedi opportune, per esempio, in Consiglio dei Ministri, quando vengono vagliare le leggi regionali, né tanto meno nei vari tribunali, dove vengono discussi i tanti ricorso sollevati dagli addetti ai lavori in difesa delle loro attività. Come accaduto proprio in Emilia, dove alla fine di un nutrito contenzioso, il giudice locale ha decretato la legittimità delle norme regionali, da cui scaturiscono – evidentemente – anche i vari proclami delle amministrazioni interessate.

Tutto questo, però, rischia di tradursi in una (ulteriore) provocazione per gli operatori, pensando soprattutto a quelli che si sono visti costretti a chiudere delle attività o a mandare a casa dei lavoratori, proprio a causa di quelle leggi regionali. Con l'ulteriore beffa, peraltro, che la presunta delocalizzazione di cui parla l'assessore Aitini, risulta poco più che teorica, come hanno dimostrato gli operatori in tribunale, visto che oltre il 97 percento del territorio, a Bologna, non è insediabile.
Ragion per cui la maggior parte delle attività vittime dello “sfratto” da parte della Regione, sono state costrette a chiudere. Con tutte le conseguenze del caso, in un periodo già di per sé difficile per l'economia nazionale.
 
Come evidenzia il legale Gianfranco Fiorentini, che ha seguito personalmente il contenzioso sul territorio: “Le 40 sale giochi e scommesse sono state chiuse o hanno chiuso e non 'delocalizzato' poiché di fatto non esiste la delocalizzazione nel comune di Bologna come testimonia la sentenza del Tar Emilia Romagna del 23 dicembre 2020”, spiega l'esperto. “Con questa dichiarazione l’assessore Altini certifica dunque il fallimento della legge regionale 5/2013 che non delocalizza, ma espelle - con pregiudizio ideologico - il gioco legale a vantaggio di quello illegale e non risolve la questione della 'ludopatia', visto che nel 2018 e 2019 i soggetti in cura sono aumentati (studio 3 dicembre 2020 assessore regionale Donini). L’unica cosa certa è che circa 200 persone hanno già perso o perderanno a breve il lavoro e anche 40 proprietari non incasseranno più il canone di locazione. Tutti più poveri e disoccupati senza che il problema della ludopatia sia stato risolto. Si colpiscono solo alcuni mentre il gioco online e le altre offerte come quelle da ricevitoria sono disponibili come prima”.

E se l'assessore, addirittura, rilancia, spiegando che “Non ci fermiamo, dobbiamo continuare questo lavoro per diffondere sempre più consapevolezza sul problema", sarà forse il caso di diffondere, prima di tutto, la consapevolezza tra le istituzioni di cosa è legale e cosa non lo è, e dove si insidiano davvero i rischi reali per i consumatori. In modo da poter attuare una vera ed efficace attività di prevenzione e tutela della cittadinanza.
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