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Tutti i danni del Covid sull'economia e il rischio di collasso del gioco pubblico

  • Scritto da Ac

I dati che emergono sul danno economico provocato dalla pandemia sono impietosi e il gioco pubblico è il più penalizzato: per questo occorre intervenire, e subito.

Il 10 percento delle società europee ha riserve liquide per durare solo sei mesi. E le imprese italiane sono tra le più compromesse.
È questo lo scenario (impietoso) delineato dallo studio condotto dall'Associazione dei mercati finanziari europei (Afme) e da PwC, pubblicato su IlSole24Ore di oggi, 21 gennaio, che, oltre alle imprese coinvolte, dovrebbe far venire i brividi anche ai singoli governi. Con particolare riferimento al nostro.
Allo scopo, magari, di individuare e attivare risposte immediate. Tenendo anche conto dell'altro numero particolarmente importante (e altrettanto preoccupante) che emerge dallo stesso rapporto, cioè quello relativo ai “ristori” reali che serviranno: all'interno dell'Unione europea, le aziende colpite dalla lunga pandemia e dai ripetuti lockdown, avranno bisogno di mille miliardi di euro di capitali per risollevarsi dalla crisi. Ovvero, una montagna di soldi, come scrive il quotidiano, per poter colmare la voragine patrimoniale che il Covid-19 ha scavato nei loro bilanci. E di questi mille miliardi, oltre 175 servono alle sole imprese italiane.

I DANNI DELLA PANDEMIA - Dopo quasi un anno dall'arrivo del coronavirus in Europa, Afme e Pwc provano a tirare le somme sui danni economici che la pandemia ha provocato sui bilanci delle aziende europee. Perché se è vero che nei mesi del lockdown i governi sono intervenuti (tutti, chi meglio e chi peggio) per sostenere le imprese, in gran parte mettendo la garanzia statale sui prestiti bancari, è altrettanto vero che i finanziamenti (anche quelli garantiti) sono pur sempre debiti, che hanno sostituito ricavi mancati nei bilanci delle aziende. Quindi, una volta passato il Covid (e ci auguriamo presto), quando le misure d'emergenza saranno finite, resterà dunque sulle spalle delle imprese una montagna di debiti “sterili”, serviti solo per sopravvivere durante la pandemia e per sopperire alla mancanza di fatturato dovuta ai lockdown. Un problema da affrontare con tempestività. In Europa, ma anche – e soprattutto – in Italia.
 
LA CRITICITÀ DEI GIOCHI – In questo scenario già particolarmente nefasto, si individua poi una situazione ancora più critica e preoccupante che è quella relativa all'industria del gioco pubblico, che come scriviamo ogni giorno, risulta la più colpita dalla pandemia e, forse, la meno considerata a livello legislativo e normativo, come è evidente non soltanto dall'inconsistenza dei provvedimenti di ristoro destinati alle sue imprese, ma anche dall'assenza di interventi di carattere fiscale destinati a salvare le aziende, come per esempio la sospensione del prelievo erariale unico, chiesta a gran voce dagli addetti.
Senza contare, poi, che lo stesso settore sconta anche una serie di ulteriori problemi che si trascina dietro da troppo tempo, ben prima del Covid, che ora finiscono col compromettere definitivamente l'attività di tante aziende. Soprattutto quelle di più piccole dimensioni, anche se non solo.
Un tema che viene oggi affrontato, in maniera puntuale, dall'ex senatore Riccardo Pedrizzi, sulle colonne de Il Tempo, all'interno del quale, oltre a sottolineare l'impatto della pandemia sul comparto dei giochi, evidenzia anche, in modo più generale, il “trattamento penalizzante di un intero settore, che pure aveva predisposto un rigoroso protocollo per il contenimento del Covid-19 nelle sale e nei luoghi di accesso ai giochi".
Dopo aver ricordato le diverse difficoltà che sta affrontando la filiera a causa del Covid, il senatore evidenzia infatti come ai provvedimenti di carattere contingente (Dpcm e altro) si aggiungono anche gli altri fattori collaterali che contribuiscono al calo del gioco legale: gli interventi normativi sull'aliquota delle scommesse, il minor reddito disponibile dei giocatori, la riduzione della rete dei negozi, l'espulsione del gioco legale dai centri urbani in applicazione delle leggi regionali e comunali.
"Da ciò i rischi di chiusura principalmente di piccole imprese familiari di gestione di agenzie di scommesse, esercizi pubblici e sale da gioco di vario genere, che andrebbe ad interessare almeno 30mila addetti (solo per le sale scommesse ci sono in ballo 25mila posti di lavoro diretti)”.
A tutti questi soggetti si aggiungono poi gli addetti impiegati attualmente presso i concessionari, i cui bilanci - come divulgato anche dal direttore dell'Agenzia dogane e monopoli, Marcello Minenna - hanno subito un "impatto profondo" a causa della pandemia.
"La crisi ha dunque effetti diretti sulle imprese e sui dipendenti dei concessionari ed indiretti sui conti dello Stato, perché si tratta di un segmento della filiera che funge da player e da motore dell'intero settore, svolgendo, oltre il ruolo di sostituto di imposta nell'interesse dello Stato, anche quello di garante della legalità, della trasparenza e della regolarità di tutto il processo del gioco", scrive l'ex senatore.
Individuando, tra le principali necessità del settore, quella di creare un Testo unico che raccolga e sintetizzi tutta la normativa, la devoluzione di una parte delle entrate dei giochi a Regioni e Comuni e l'intensificazione del controllo del territorio per contrastare il gioco illegale.
"Tutte proposte, peraltro - ricorda Pedrizzi - che erano anche contenute nelle conclusioni dell'indagine conoscitiva promossa al Senato della Repubblica e votata all'unanimità da tutte le forze politiche".
 
I POSSIBILI SVILUPPI - Del resto, non si tratta certo dell'unico testo o impegno “tradito” dagli ultimi governi che si sono alternati in questi 15 anni a Palazzo Chigi, per quanto riguarda i giochi. Chi ha buona memoria ricorderà i tanti passaggi istituzionali in cui erano state ipotizzate riforme di vario genere del settore, mai realizzate. Dallo stesso Testo unico promesso già nel lontano 2008, alla riforma totale contenuta nell'articolo 14 della Legge delega del 2014, al Riordino dei nostri giorni, annunciato per la prima volta due governi fa e rimbalzato tra due legislature e diverse maggioranze, ma senza mai trovare alcuno sviluppo oltre il mero annuncio.
L'unico accenno di contenuto, nel merito, è stato avanzato nelle scorse settimane dall'Agenzia delle dogane e dei monopoli con la delega chiesta dal Dg Minenna, che a questo punto, forse, rappresenta l'unica speranza – comunque concreta– di salvezza per il settore.
Ma bisogna fare presto. E, soprattutto, prima ancora della riforma, serve un intervento serio e concreto anche in termini di ristoro, per garantire alle imprese di uscire dalla crisi e provare a ripartire. Altrimenti non ci sarà più nulla da riordinare.
 
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