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Gioco, Ati chiude scrivendo a Draghi: ‘15mila aziende allo stremo’

Ati Gioco lecito termina il suo percorso e chiede a Draghi la riapertura in zona gialla e un incontro insieme con le associazioni di categoria.

 

La voce del gioco legale non si è fermata nelle piazze di Roma e Milano. Dopo la grande manifestazione realizzata da Ati Gioco lecito il 18 febbraio scorso, che ha fatto conoscere all'opinione pubblica il periodo critico di una delle principali industrie del Paese, l’Associazione temporanea di imprese ha concluso ufficialmente la sua attività, ma come ultimo impegno ha inviato ieri una lettera al Presidente del consiglio Mario Draghi e al governo, auspicando che la questione venga affrontata al più presto.

“Ati Gioco lecito ha terminato il suo compito giovedì scorso – precisa subito Riccardo Sozzi, ex portavoce dell’associazione, raggiunto telefonicamente –, la lettera al governo è solo il capitolo finale di questa iniziativa, che porta in sé l’auspicio che il dialogo con la politica, in particolare con il governo, si possa instaurare presto con le varie associazioni di categoria, le uniche che sono deputare a parlare a nome di imprese e lavoratori”.

La missiva indirizzata al Presidente del Consiglio Mario Draghi e ai ministri Daniele Franco (Economia), Roberto Speranza (Salute), Maria Stella Gelmini (Affari Regionali), Giancarlo Giorgetti (Sviluppo economico) e al presidente della Conferenza delle Regioni Stefano Bonaccini, ripresenta i punti più importanti della questione, gli stessi portati in piazza giovedì e proposti anche nei vari comunicati emanati nel tempo dall’Ati. 

Il gioco legale in Italia è ormai allo stremo – è l'incipit della lettera –: le restrizioni dovute all’emergenza sanitaria hanno portato ad una chiusura prolungata per oltre 220 giorni dei punti vendita di gioco legale su tutto il territorio nazionale. Il comparto sta vivendo una situazione drammatica”. Il governo probabilmente conosce già, o conoscerà a breve, i numeri di quello che è uno dei comparti più importanti per il Paese, ma in ogni caso Ati ricorda che sono a rischio 15.000 punti vendita (di commercianti regolari e regolati da Concessioni Statali), ma soprattutto più di 150mila persone tra lavoratori diretti, dipendenti dei concessionari e lavoratori dell’indotto. 

Al di là delle misure imposte dalla legge, in altri passaggi della lettera l’Associazione fa presente al governo che “esercenti e operatori del comparto, con il supporto delle Organizzazioni Sindacali e dei Concessionari di gioco legale, in molti casi hanno autonomamente adottato dei Protocolli di Sicurezza Sanitaria contenenti misure di prevenzione e contenimento del virus ancor più restrittive rispetto a quelle previste dai Dpcm e dalle Linee Guida emanate dalla Conferenza delle Regioni”. 

E poi c’è la grande questione dell’Erario, con la chiusura dei punti di vendita di gioco legale che “ha determinato per lo Stato italiano anche un’importante diminuzione delle entrate erariali, stimata per un anno in oltre 5 miliardi di euro in meno rispetto al 2019”.

Una situazione che, per chi appartiene al settore, si aggrava ulteriormente di fronte alle “difficoltà di accesso al credito per le aziende”, con la posizione manichea manifestata dagli istituti di credito, che “potrebbe comportare la definitiva chiusura dell'attività per un notevole numero di esercizi”. Un fronte, quello bancario, sul quale la situazione non è migliore nemmeno per i dipendenti, anche di fronte ai quali molti istituti storcono il naso, non tanto per una possibile inaffidabilità del cliente, quanto perché, stando a codici etici interni, non è loro gradito il settore di attività.

Il comparto del gioco legale richiede a gran voce la riapertura per i punti vendita nelle zone gialle, offrendo le migliori garanzie di mantenimento delle misure previste, più stringenti di molti settori affini già operativi – scrive Ati al governo –. Tutti i lavoratori del gioco legale chiedono con forza e drammatica preoccupazione un incontro con Lei e gli altri rappresentanti del governo coinvolti per verificare insieme la sussistenza delle condizioni indicate e consentire quindi una rapida riapertura nei limiti temporali previsti dall’ultimo DPCM, il 6 marzo”.

Ati Gioco lecito chiude così la sua esistenza. “È stata una organizzazione di imprese e lavoratori che hanno voluto promuovere la manifestazione di piazza portando avanti le istanze dell’interno comparto senza nessuna bandiera – ricorda Sozzi –. Ora tutti auspichiamo che le varie associazioni di categoria possano trovare nel governo un interlocutore aperto. Adesso lo spazio è loro, interlocutori istituzionali che sono più organizzati e deputati al dialogo”.

“Oltre a portare in piazza la situazione critica che stiamo vivendo abbiamo provato a far capire la gran confusione che si è fatta finora facendo mancare una uniformità di giudizio e comportamento. Si è parlato del nostro lavoro come di attività non primaria e non necessaria, ma in una economia circolare come quella odierna, definire quello che è primario e essenziale è davvero difficile, a meno di non tornare alle condizioni del primo lockdown, quando rimanevano aperte solo farmacie e esercizi commerciali”.

“Non si vuole passare davanti o sopra a qualche altro – spiega ancora l’ex portavoce di Ati Gioco lecito –, ma far prendere coscienza alla politica che la domanda di gioco continua ad esserci, mentre la risposta è ad oggi totalmente fuori controllo. Nessuno ha più le garanzie e le tutele che il gioco pubblico e il gioco lecito riconosce. Occorre far qualcosa subito perché anche una eventuale ripartenza non sarà fluida e immediata, ma avrà bisogno di un po’ di rodaggio, come potrebbe essere quella di un atleta dopo un lungo infortunio. Con tutto ciò sia chiaro che non si vuole beatificare il gioco, sia chiaro, ma solo far presente che ci sono tanti posti di lavoro, e di professionalità al servizio dello Stato, che rischiano di sparire”.

 

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