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Dl Covid: giochi sospesi e industria a rischio ma regole in aggiornamento

  • Scritto da Ac

Le regole del nuovo decreto Draghi, in vigore da lunedì 26 aprile, non contemplano il gioco pubblico: ma il testo è rivedibile già entro maggio.

Il governo (come anticipato su queste pagine) ha approvato il nuovo decreto che fissa il calendario delle riaperture a partire dal 26 aprile e sarà in vigore fino al 31 luglio confermando – oltre al coprifuoco alle 22, facendo infuriare l'opposizione – anche la sospensione dei giochi, provocando – in questo caso – la furia degli addetti ai lavori. O, meglio, la disperazione, che diventa sempre più crescente in quella parte del settore priva di garanzie, in quanto non può contare su stipendi fissi, compensati da cassa integrazione o altri sostegni, ma può soltanto puntare sulla riapertura per ricominciare a fatturare. Vale, dunque, per le tante migliaia di imprese e di imprenditori del comparto, cioè il popolo dei lavoratori autonomi, che oltre a non avere tutele, non hanno neppure alcuna indicazioni precisa riguardo al loro futuro. Non solo per via dell'incertezza generale provocata dalla pandemia che pone degli interrogativi a qualunque individuo, trattandosi di una vera e propria emergenza e, quindi, di un fatto del tutto eccezionale: sui giochi, infatti, a sommarsi alla situazione di instabilità si aggiunge anche la mancanza di risposte da parte della politica che rende ancora più difficile l'esistenza degli operatori e la sopravvivenza delle loro attività.

I GIOCHI FUORI DAI GIOCHI - In effetti, con il nuovo decreto predisposto dal premier Mario Draghi, stando alle anticipazioni provenienti dal Consiglio dei Ministri e alle prime bozza circolate nelle scorse ore, più che posticipare l'apertura dei locali di gioco, viene in realtà prorogata la loro sospensione. Non che cambi molto, in realtà, dal punto di vista operativo, in quanto si tratta sempre di rimanere con la saracinesca abbassata, come avviene ormai dallo scorso ottobre. La differenza, semmai, è dal punto di vista formale e “politico”, visto che all'interno di un elenco ben nutrito di attività per le quali è stata definitiva una precisa road map - anche particolarmente “cervellotica” nella sua definizione – i locali di gioco non vengono neppure considerati. Con gli addetti ai lavori che devono quindi dedurre, per esclusione, il prorogarsi della loro sospensione anche nei prossimi mesi e con il rischio – per giunta – che possa protrarsi fino al prossimo luglio, tenendo conto della proroga dello stato di emergenza fino al 31 di quel mese. Possibile che il futuro di quelle migliaia di imprese e di quei circa 120mila addetti ai lavori non meriti neppure una citazione e una minima considerazione? E' questo l'interrogativo che si pongono gli operatori in queste ultime ore, sprofondati nello sconforto più totale all'indomani della lettura delle prima bozze del decreto. Ma forse si tratta soltanto di un sillogismo spicciolo, che tutti sperano di poter vedere presto confutato dalla realtà. Tenendo anche conti dei movimenti – tutt'altro che sereni – all'interno della maggioranza che stanno accompagnando le ultime decisioni e che non permettono certo all'esecutivo di lavorare serenamente. Con la possibilità, dunque, che i giochi possano essere comunque presi in considerazione, in un modo o nell'altro, al di là delle mancate citazioni. In effetti, anche il sottosegretario all'Economia con delega ai giochi, Claudio Durigon, si è subito affrettato a diffondere una nota con la quale spiegava di essere al lavoro per rappresentare le esigenze del comparto. Ma anche in quel caso, non è emersa alcuna rassicurazioni in termini di riaperture, che con tutta probabilità dovranno attendere dunque l'estate. Tanto più che la ripartenza dei parchi tematici e di divertimento, quindi di altre attività di intrattenimento, è stata fissata a partire dal primo luglio.

In realtà, con il provvedimento di Draghi, non viene fissata una data esatta di scadenza: anzi, è stato chiarito che le misure saranno riesaminate in base all’andamento della curva epidemiologica. E' dunque possibile che, come si è già ipotizzato rispetto al limite orario del cosiddetto coprifuoco, possano anche essere rivisti i criteri di apertura dei locali. Probabilmente già alla fine di maggio. Mentre lo stato di emergenza che è stato prorogato fino alla fine di luglio riguarda più che altro le misure di carattere generale, come il lavoro in smart working e la procedura d’urgenza per numerosi adempimenti, compresi quelli relativi alla campagna vaccinale.

L'IPOTESI DI GIUGNO - Ecco quindi che il gioco può continuare a sperare, nonostante ad oggi rimangano chiuse le sale giochi e le postazioni all’interno dei locali pubblici, anche se la data di ripartenza – coerentemente con le norme appena stabilite dal governo – non sembra poter arrivare prima di giugno. Nonostante si parli, in linea generale, di riaperture dal 26 aprile, in realtà le prime misure che riguardano ristoranti e bar consentono l'attività, a pranzo o a cena, ma solo all’aperto. E solo ed esclusivamente in zona gialla. Come pure le attività sportive, a partire dalla stessa data e nelle stesse zone, saranno nuovamente autorizzate ma solo se all'aperto. Per tornare negli stadi e nei palazzetti si dovrà invece aspettare almeno il 1° giugno, sempre e solo se in zona gialla, e con una capienza consentita che non potrà comunque essere superiore al 25 per cento di quella massima autorizzata e, comunque, con un numero massimo di 1.000 spettatori all’aperto e 500 al chiuso. Ma nel frattempo ripartiranno anche le palestre, mentre le piscine potranno già tornare a operare da metà maggio. Anche quindi che un'ipotetica ripartenza totale dei giochi si potrebbe collocare accanto a quella delle palestre e delle attività sportive in generale, quindi a partire da giugno: anche se si potrebbe comunque prevedere anche una ripartenza graduale, partendo dall'autorizzazione delle scommesse in corner o agenzie per poi passare solo successivamente alle slot e, quindi, alla riapertura totale.

IL RETROSCENA – Nel frattempo, la linea del governo sembra comunque scricchiolare. Anzi, secondo le indiscrezioni trapelate da Palazzo Chigi, sembrerebbe che il premier sia apparso al CdM gelido e irritato, come i ministri non lo avevano mai visto prima. Segno evidente che non si aspettava lo strappo della Lega sul decreto Covid, che si porta dietro possibili conseguenze negative. Un partito di maggioranza che non vota un provvedimento chiave per la vita sociale ed economica del Paese è a tutti gli effetti un passaggio che rischia di destabilizzare la maggioranza. E a quanto pare Draghi non lo aveva messo in conto, tanto che venerdì, nell’ultima conferenza stampa, aveva assicurato che in Consiglio dei ministri “c’è sintonia”. E forse c'era davvero: almeno prima che Matteo Salvini annunciasse che la Lega “non può votare questo decreto” perché “troppo punitivo” su ristoranti, palestre e piscine. Ma senza citare i giochi, naturalmente.
Nel frattempo, tuttavia, il ministro delle Salute Roberto Speranza, illustrando le misure del decreto, ha osservato che la curva del virus mostra segnali incoraggianti: “Con l’Rt a 0,85 possiamo dare un messaggio di ragionata fiducia”, ha detto. Coltivando la speranza diffusa che i dati epidemiologici migliorino in fretta, non escludendo quindi di poter presto allentare le maglie dei divieti. Confermando, come più volte ribadito da Draghi, che un governo non insegue le bandierine dei partiti, ma “agisce nell’interesse generale”. L'obiettivo per gli addetti ai lavori del gioco, pertanto, è di fare in modo che in quell'interesse generale, possa essere considerato anche quello dei lavoratori del gioco, ora che l'industria rischia davvero il collasso e insieme ad essa la tenuta dell'intero sistema del gioco legale, con tutte le conseguenze del caso.

IL BLOCCO DI GIOCHI COSTA AL FISCO 20 MILIONI AL GIORNO – Tra le conseguenze più evidenti, peraltro, c'è anche quella economica ed eraraile visto che, nel 2020, sono già stati persi oltre cinque miliardi di gettito (-44,2 percento), come rilevato da IlSole24Ore. Ma il dato più drammatico messo in luce dal quotidiano è che circa un terzo dei 150mila addetti del settore rischia il posto di lavoro, di fronte ai ristori che coprono meno del 5 percento delle perdite subite dal comparto. Ogni settimana di chiusura rischia quindi di tradursi in un’emergenza economica e sociale avviando verso il fallimento e la disoccupazione migliaia di imprese e di lavoratori attualmente in cassa integrazione.
In effetti, con 295 giorni di chiusura alle spalle, quello del gioco pubblico è uno dei settori più colpiti dalle restrizioni. Ma la crisi economica ha pesanti ripercussioni anche sui conti pubblici: con le chiusure ormai quasi continuative dal 9 marzo 2020 al prossimo 30 aprile, l’Erario ha perso entrate per oltre cinque miliardi di euro (un dato certificato dal bollettino statistico delle entrate diramato dal Dipartimento delle Finanze), pari al 44,2 percento in meno rispetto agli 11,3 miliardi di euro incassati nel 2019.
A subire il danno maggiore è stato il segmento degli apparecchi (Slot e Vlt), che registra un crollo del 54 percento (a 4,7 miliardi) rispetto al 2019. A seguire, le scommesse, con una diminuzione del 36 percento della spesa, che si assesta a 800 milioni, mentre lotterie e Bingo hanno perso il 25 percento, fermandosi a 4,4 miliardi. Rispetto ad aprile 2019 (nel 2020 si era già in pieno lockdown) si stima che la riduzione della spesa complessiva, nel mese in corso, sarà pari a circa un miliardo di euro, con una conseguente perdita per l’Erario di oltre 600 milioni. Ma il dato tuttavia più preoccupante è quello relativo alla crescita del gioco illegale.
Non è un caso, quindi, se i dati relativi agli accertamenti sulla rete dei giochi tra il 2002 e il 2019 hanno registrato un aumento dell'879 percento, passando dal recupero di 12 milioni a 118 milioni di euro. E con le sanzioni passate da 900mila euro a 21 milioni nello stesso periodo, per un +2.189 percento. Cifre incredibili che dimostrano il boom dell'illegalità, che naturalmente si presume abbia dei confini molto più ampi rispetto a quelli rilevati dalle attività di accertamento. Tutti scenari, dunque, che il governo non può certo ignorare né tanto meno dimenticare.
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