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De Bertoldi (FdI): 'Operatori del gioco legale, ora tocca a voi'

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il senatore di Fratelli d'Italia Andrea de Bertoldi sollecita un salto di qualità da parte del comparto, ponendo gli addetti in prima posizione a tutela della legalità e contro il Gap.


Il concetto è semplice: per contrastare efficacemente il fenomeno della ludopatia occorre cambiare marcia e individuare soluzioni più efficaci rispetto ai provvedimenti confusi e contraddittori adottati da Governo centrale e autonomie locali negli ultimi anni.

I dati evidenziano infatti che la limitazione o l’espulsione dell’offerta di gioco legale, cioè il “gioco di Stato”, a seguito delle sempre più pressanti regolamentazioni adottate da Regioni e Comuni a difesa della salute pubblica, non hanno sortito alcun effetto in tema di contrasto al Gap, se non quello di favorire il progressivo riemergere dell’offerta di quello illegale, gestito dalla criminalità organizzata mediante apparecchi irregolari, sale clandestine e siti di raccolta online sotto il dominio “punto com”, come confermato anche dal direttore dell’Agenzia delle dogane e dei monopoli Marcello Minenna e dal procuratore antimafia Federico Cafiero De Raho.

Con le inevitabili conseguenze del fallimento di migliaia di piccole e medie imprese di gioco legale e della perdita occupazionale, acuiti dall’emergenza pandemica che ha imposto lo “stop” alle aziende del settore per oltre 13 mesi negli ultimi due anni, oltre alla significativa riduzione di entrate erariali (passate, nel 2020, da 11 miliardi di euro a poco meno della metà).
 
Occorre dunque riconsiderare il ruolo degli operatori della raccolta di gioco legale (concessionari, gestori di sale e di apparecchi), che rappresentano il primo baluardo contro l’illegalità oltre che di controllo e tutela dei giocatori più esposti al rischio di “dipendenza”. Con un intervento radicale della politica che metta queste aziende nelle condizioni di poter operare responsabilmente e legalmente, con regole chiare e uniformi e in condizioni di sostenibilità dei propri equilibri economici e finanziari.
 
Su un tema così complesso e delicato, abbiamo intervistato Andrea De Bertoldi, senatore di Fratelli d'Italia intervenuto a più riprese sul tema, anche alla luce della sua recente nomina quale segretario della neonata Commissione parlamentare d’inchiesta sul settore del gioco pubblico in Italia e sul contrasto del gioco illegale, dopo aver già ricoperto il ruolo di capogruppo del partito nella Commissione d’inchiesta sul sistema bancario e finanziario dove si è occupato anche di rapporti con le aziende del settore.
 
Quali sono gli obiettivi che vi siete dati attraverso la nuova Commissione di inchiesta?
“La volontà è quella di fare in modo che la Commissione possa operare nell'interesse del Paese, affinché vengano riconosciuti i diritti degli operatori del gioco legale e siano individuate le migliori soluzioni per contrastare il fenomeno delle dipendenze da gioco patologico e la riemersione dell’offerta illegale. Purtroppo le norme e le regolamentazioni adottate dagli ultimi Governi e dalla maggior parte delle Regioni, magari involontariamente, hanno creato le condizioni perché prosperassero le bische clandestine e il gioco online nei paradisi fiscali, a beneficio esclusivo della criminalità organizzata e delle mafie. Ricordo che da un recente studio Luiss – Ipsos, nel 2020 sarebbero stati almeno 4,4 milioni i giocatori illegali, cioè coloro che hanno penalizzato le entrate erariali ed il comparto legale, diventando le vittime più esposte alle ludopatie per l’assenza di ogni tutela o precauzione nell’ambito delle bische e delle scommesse clandestine, visto che chi opera nel sommerso non ha certo a cuore la tutela e la salute dei cittadini. E il trend, ahimè, è in continua crescita, anche come conseguenza delle politiche di contrasto al gioco legale adottate negli ultimi anni.
Urge quindi riorganizzare il settore al fine di garantire le entrate fiscali, salvaguardare le aziende che operano nella legalità e prevedere ogni tutela possibile contro la ludopatia, cioè la degenerazione compulsiva del gioco.
Noi ci batteremo per questo, perché finalmente lo Stato riconosca i propri operatori del gioco legale e li metta nelle condizioni di essere la prima barriera contro la ludopatia e la criminalità".
 
Crede quindi che il modo migliore di tutelare consumatori ed Erario sia quello di rafforzare il presidio del gioco legale?
“Assolutamente sì. Supportare il gioco legale equivale a sostenere la lotta alle ludopatie. È dunque sbagliato criminalizzare il gioco pubblico per combattere il disturbo del gioco d’azzardo. Si tratta di un pregiudizio sbagliato in quanto il gioco è insito nella natura umana e l'industria di quello pubblico rappresenta un presidio dello Stato creato appositamente per le necessità di tutela del cittadino e del giocatore. Il punto autorizzato, dopo le necessarie verifiche su requisiti legali e reputazionali, è uno strumento dello Stato e per questa ragione deve essere regolamentato in maniera chiara e definitiva e senza interpretazioni dubbie o contraddittorie, come spesso accade con le norme locali che si sovrappongono a quelle del Governo centrale. Una volta fatto questo, disponendo delle regole chiare per l'esercizio del punto vendita legale, se l'operatore sbaglia violando la legge, va sanzionato ed espulso dalla filiera. Ma non può essere 'bastonato' a prescindere, come accaduto in questi anni, e per giunta a scapito della riserva di legge che vede a tutti gli effetti nell'offerta di gioco pubblico che, come detto, è il baluardo opposto all’illegalità e alle ludopatie oltre che una fonte importante di entrate erariali”.
 
Che idea si è fatto di questo settore dopo averne approfondito vari aspetti in occasione degli ultimi impegni parlamentari?
“Di certo l'aspetto più evidente che balza agli occhi, dopo aver approfondito la realtà del gioco pubblico, è la forte discriminazione subita dagli addetti ai lavori, che oltre a operare sotto una serie di misure stringenti e spesso anche incoerenti, a seguito dell'esplosione della cosiddetta 'questione territoriale', si trovano a dover subire delle restrizioni esagerate e spesso ingiustificate. Basta guardare cosa è accaduto alle imprese che operano nel settore degli apparecchi da intrattenimento nei rapporti con gli istituti bancari, con centinaia di imprese che si sono viste chiudere i conti correnti o negare dei finanziamenti solo per via di 'questioni etiche' che le banche fanno senz'altro benissimo a perseguire: se non fosse tuttavia che nel caso del gioco parliamo di un settore non solo legale, ma per giunta offerto in concessione, quindi in nome e per conto dello Stato. Quindi non si capisce davvero come tali attività che operano nell’interesse dello Stato e che devono necessariamente 'tracciare' ogni movimentazione di raccolta attraverso circuiti bancari, possano risultare contrarie 'all’etica', al pari del traffico di armi e dello sfruttamento della prostituzione. Ma la risposta, di nuovo, sta nella discriminazione subita dagli operatori, enfatizzata da alcune componenti politiche e da qualche media”.
 
Come si può uscire, a suo giudizio, da questa situazione discriminatoria, ammesso che sia possibile uscirne?
“La progressiva espulsione di slot machine da bar e sale giochi in un numero sempre crescente di regioni non ha fatto che favorire lo spostamento degli interessi dei giocatori verso altre tipologie di gioco, purtroppo in molti casi offerto dalla criminalità, come dimostrano le decine di sale clandestine e di siti illegali individuati e sanzionati in questi ultimi mesi. E in tal caso il giocatore, specie se più fragile, non ha alcuna tutela o supporto.
Io penso che il disturbo patologico non si combatta eliminando una parte dell’offerta di gioco legale. Non è imponendo lo spostamento di sale e apparecchi di qualche centinaio di metri dai luoghi sensibili (scuole, chiese, ospedali etc) che si può pensare di risolvere il problema della ludopatia. Sarebbe come combattere l’alcolismo spostando un bar a 500 metri da un ospedale o da una chiesa. Non è specializzando o 'ghettizzando' il gioco in aree periferiche delle città che si risolve il problema; anzi così si favorirebbe il giocatore problematico che statisticamente preferisce isolarsi al di là di occhi indiscreti. Al contrario, vanno incentivati i giochi da intrattenimento, con possibilità di vincita (e di perdita) più ridotte piuttosto che quelli che promettono vincite milionarie che inducono il giocatore problematico a rovinarsi nella speranza di una giocata che gli cambi la vita. A mio modo di vedere l'industria deve fare un passo in avanti uscendo allo scoperto e innalzando il proprio livello di responsabilità, assumendo un ruolo maggiore e proattivo nel contrasto alle dipendenze. Servono soluzioni tecnologiche che impediscano ai giocatori di rovinarsi in breve tempo, ad esempio limitando le giocate, allungando i tempi delle partite e così via. Occorre istituire corsi di formazione e specializzazione obbligatori per gli operatori di raccolta di gioco; i gestori di bar e sale, che conoscono i frequentatori dei propri locali, devono essere i primi ad essere coinvolti nel contrasto alle ludopatie, intervenendo appena possibile per inibire il gioco non solo ai minorenni, come per legge, ma anche ai giocatori che evidenziano disturbi o fragilità. Questo potrà consentire alla politica e all'intero Paese di guardare il comparto in modo diverso. Sta di fatto, tuttavia, che questo percorso per poter essere realizzato dovrà essere accompagnato anche da un iter legislativo e regolamentare adeguato che sia in grado di garantire alla stessa industria di poter operare, altrimenti se salta il comparto del gioco pubblico salta anche quel presidio di legalità e di sicurezza che tutti vorrebbero garantire”.

Quali sono gli aspetti più critici che secondo lei bisogna assolutamente risolvere per garantire un corretto esercizio del gioco pubblico?
“Oltre ai due problemi centrali già citati poc'anzi, ovvero quello del conflitto delle norme territoriali e del contrasto al gioco patologico, c'è sicuramente un tema legato alla fiscalità del settore che è probabilmente da rivedere, tenuto conto dei progressivi incrementi di tassazione che si sono susseguiti negli ultimi anni e che diventano anacronistici alla luce delle mutate condizioni dovute alla pandemia. Basti pensare che ad oggi, l’aliquota che colpisce i proventi da slot machine (cioè la differenza fra somme inserite e vincite erogate) è pari al 70 percento, equivocamente normato come il 24 percento delle somme giocate. Anche in questo senso, dunque, una revisione generale della tassazione potrebbe consentire una razionalizzazione del settore supportando il processo di riorganizzazione della filiera. Inoltre, sempre alla luce della pandemia sono subentrate anche altre necessità, come quelle relative ai rinnovi delle concessioni dei vari giochi che richiedono forse un allineamento e, forse, un aggiornamento delle regole previste qualche anno fa, in condizioni palesemente diverse. Per tutti questi aspetti, l'intervento di riordino più volte promesso dal Governo ma mai attuato e nemmeno avviato, potrebbe rappresentare una soluzione, se mai arriverà. Che si cominci almeno a parlarne”.
 
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