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Questione territoriale: in Piemonte serve una proroga, per tutti

  • Scritto da Alessio Crisantemi

A venti giorni dallo "spegnimento" del settore causato dalla legge regionale in Piemonte urge una proroga. Ecco perché.

 

Il conto allo rovescia, in Piemonte, è partito da tempo. Specialmente tra gli addetti ai lavori del gioco pubblico, che in virtù della legge regionale emanata dall'amministrazione locale qualche anno fa, dovranno spegnere le macchine da gioco attive sul territorio: per un vero e proprio "game over" stabilito dal legislatore piemontese. Con il rischio, evidenziato più volte dalle associazioni di categoria, di radere al suolo un intero comparto e il suo indotto, provocando la chiusura di aziende e la perdita di centinaia di posti di lavoro. Proprio in un momento in cui lo Stato - e, teoricamente, anche la stessa Regione - si dice impegnato nel far ripartire l'economia proprio attraverso la creazione di nuovi posti di lavori. Ma non è solo questo il punto, nonostante la sua evidente rilevanza. Ci sono in effetti un'altra serie di aspetti di cui la politica dovrà necessariamente tenere conto, che rendono inevitabile, e non solo auspicabile, uno slittamento dei termini previsti dalla legge per la sua definitiva entrata in vigore. Proprio come accaduto, ormai diversi mesi fa, in Liguria: dove l'amministrazione regionale aveva adottato una legge simile, poiché altamente restrittiva nei confronti del gioco, salvo poi dover correre ai ripari nel momento della sua definitiva adozione, di fronte ad una evidente insostenibilità.

In Piemonte, però, la situazione è (se possibile) ancora più complessa, soprattutto per la Regione: al punto che una proroga sembra essere l'unica soluzione possibile per tutelare, in primo luogo, la stessa amministrazione e non solo le imprese locali. Se in Liguria la giunta regionale aveva deciso di prendere più tempo una volta compresi i rischi legati alla scomparsa dell'offerta del gioco legale, sia in termini di sicurezza ed ordine pubblico, ma anche in termini di occupazione e tutela delle attività produttive del posto, in Piemonte si deve anche tenere conto del sopraggiunto accordo siglato tra il governo centrale e gli enti locali, che vede tra i firmatari la stessa Regione, la quale non potrebbe (né tanto meno dovrebbe) quindi sottrarsi ai principi sanciti dalla Conferenza Unificata che ci si è impegnati a rispettare. In primis, quello della "equa distribuzione dell'offerta sul territorio", ma anche quello della "tutela degli investimenti esistenti". Due principi rispetto ai quali la regione andrebbe in palese conflitto con l'attuazione della propria legge locale che - come previsto dallo stesso accordo - non viene evidentemente cancellata con un colpo di spugna dalla Conferenza, ma dovrà inevitabilmente adeguarsi ai dettami previsti dall'intesa. Non solo. L'altro punto particolarmente critico per la Regione, del quale avrà di certo tenuto conto a suo tempo anche la Liguria nel disporre lo slittamento dei termini della propria legge, è quello della tenuta erariale. Un principio forse meno "etico" rispetto ai precedenti, ma assai importante in termini politici e amministrativi, per il Legislatore locale. Se la Regione dovesse decidere di proseguire per la propria strada, contravvenendo quindi agli accordi presi con il governo (e non solo con l'antica Riserva di Stato che governa da sempre il settore, seppure soltanto in teoria, verrebbe da dire), sarebbe chiamata ad assumersi le responsabilità di un eventuale "danno erariale" di fronte alla Corte dei Conti, che si potrebbe configurare dalla perdita di giocate sul territorio.

Ecco quindi che una proroga dei termini della legge piemontese sembra essere più urgente per l'amministrazione che per l'industria. E, forse, inevitabile. Quasi un atto dovuto, dopo gli accordi del 7 settembre. Fermo restando che il Legislatore locale, proprio come quello ligure, non dovrebbe cancellare la propria legge, ma soltanto prendere del tempo utile per capire come intervenire in maniera efficace e più indolore possibile. Certo è che la situazione politica attuale non rappresenta il contesto migliore per prendere decisioni di un certo tipo, tenendo conto delle imminenti elezioni e della ricerca di consenso elettorale a cui guardano inevitabilmente tutte le forze politiche del paese. Ma in ballo, questa volta, c'è il futuro dell'intero territorio e, forse, anche del paese, che non può permettersi il rischio di ritrovarsi con un'esplosione del gioco illegale. Il governo, va detto, potrebbe comunque fare qualcosa, dal canto proprio, per agevolare le regioni ad uscire da questa impasse: per esempio, andando a emanare il decreto attuativo dell'accordo sancito dalla Conferenza unificata prima dell'entrata in vigore delle leggi regionali sotto esame, visto che la data prevista era quella del 31 ottobre, salvo poi subire uno slittamento. In modo tale da offrire una chiara via di uscita ai territori e sollevare tutti da un (colpevole) imbarazzo di cui tutti, probabilmente, vorrebbero uscire al più presto.

 

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