Riordino gioco, Cardia (Acadi): ‘Misure ponte imprescindibili’

Scritto da LP

Il presidente di Acadi, Geronimo Cardia, ha articolato in sei punti le criticità del riordino del comparto del gioco pubblico.

Roma – Nel corso del convegno “Gioco pubblico: regolazione, concorrenza e libero mercato”, organizzato dal Milton Friedman Institut nella giornata di oggi, 4 marzo, il presidente di Acadi, Geronimo Cardia, ha articolato in sei punti le criticità del riordino del comparto del gioco pubblico, lanciando un appello al Governo per una valutazione di impatto preventiva sulle ipotesi in discussione.

Cardia ha ribadito la propria contrarietà alle restrizioni su distanze e orari, definendole misure “inutili, perché oggi applicate quasi esclusivamente agli apparecchi e non all’intero comparto del gioco pubblico”. Una regolazione parziale, ha osservato, finisce inevitabilmente per essere “inefficace e distorsiva, incidendo solo su una parte della filiera senza affrontare il fenomeno nella sua complessità”.

Altro nodo centrale è quello delle misure ponte, ritenute “imprescindibili”. In assenza di interventi transitori, ha avvertito, “la filiera distributiva degli apparecchi – che garantisce oltre il 50 per cento del gettito erariale dell’intero settore – rischia un calo annuo compreso tra l’8 e il 10 per cento. Una dinamica che costringerebbe il Mef a rivedere ogni anno le previsioni di bilancio, con ripercussioni strutturali sui conti pubblici, indipendentemente dall’esito del riordino”.

Il passaggio più delicato riguarda però le indiscrezioni sull’innalzamento del tetto di concentrazione dal 25 al 34-40 per cento. Una scelta che, secondo Cardia, “dovrebbe essere sostenuta da un interesse pubblico chiaro e dimostrabile, considerando che il limite attuale è già fissato nelle convenzioni di concessione. Anche perché, guardando ai gruppi societari, alcuni operatori supererebbero già oggi la soglia del 25 per cento. Un eventuale aumento rischierebbe quindi di consolidare un assetto oligopolistico, mettendo in difficoltà fino a sei concessionari su otto”.

Il presidente di Acadi ha inoltre messo in discussione l’idea che una gara al massimo rialzo possa produrre benefici strutturali per lo Stato: “Si può fare cassa il giorno della gara, ma poi il gettito diminuisce”, ha osservato. L”a concentrazione nelle mani di soggetti già forti nel segmento online finirebbe per incentivare lo spostamento della domanda dal gioco fisico – che assicura maggiori entrate fiscali – verso quello a distanza, più redditizio per i privati ma meno per l’Erario”. Anche il dibattito sui Pvr e sul limite dei 100 euro in contanti nei punti fisici, a suo avviso, “rischia di favorire indirettamente questa migrazione verso l’online”.

Sul piano occupazionale, Cardia ha parlato di un potenziale impatto negativo su migliaia di piccole e medie imprese del territorio. La riduzione dei punti vendita, l’integrazione verticale e la maggiore concentrazione potrebbero tradursi in una contrazione – e non in un rafforzamento – del tessuto imprenditoriale, in apparente contraddizione con la tradizionale attenzione del Governo verso le Pmi.

Ulteriore criticità riguarda i concessionari cosiddetti “online puri”, privi di una rete fisica e soggetti al divieto di pubblicità introdotto nel 2018. In un mercato ancora più concentrato, per questi operatori diventerebbe sempre più difficile competere e far conoscere la propria offerta sul territorio, con evidenti profili di disparità di trattamento.

Infine, Cardia ha evidenziato la compattezza della filiera, che – dalla Fipe, rappresentativa di circa 130mila bar, a Igp e Sapar, fino a sei concessionari – ha già sottoscritto una richiesta di incontro con l’Agenzia delle dogane e dei monopoli e con il viceministro dell’Economia Maurizio Leo. L’obiettivo è ottenere un confronto prima della pubblicazione della bozza di decreto e una valutazione di impatto preventiva sulle misure ipotizzate.

“Non si tratta di concetti astratti – ha concluso – ma di posti di lavoro e di imprese che rischiano di essere travolti da scelte non condivise e non adeguatamente valutate nei loro effetti economici e sociali”.