Confcommercio: ‘Riaprire il terziario e garantire ristori adeguati’

Confcommercio lancia la campagna 'Il Futuro non (si) chiude' e tira le somme degli effetti della crisi Covid: nel gioco persi 5 miliardi dallo Stato e 4 miliardi dal comparto.
Scritto da Redazione

Confcommercio: 'Riaprire il terziario e garantire ristori adeguati'

Non c’è più tempo da perdere.
È questo, in sintesi, l’appello lanciato da Confcommercio che tira le somme sull’impatto dell’emergenza Coronavirus nel mondo del terziario, per il quale l’Ufficio Studi stima una riduzione di oltre 300mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi (saldo tra aperture e chiusure), di cui circa 240mila esclusivamente a causa della pandemia.
Fra di loro anche quelle afferenti al settore del gioco pubblico, dove da marzo 2020 si sono persi circa 5 miliardi di euro di gettito per lo Stato e circa 4 miliardi di ricavi per il comparto, nel quale sono a rischio 70mila imprese.

Per attirare l’attenzione di Governo e opinione pubblica su questa situazione drammatica, la Confederazione generale italiana delle Imprese lancia una grande campagna social nazionale caratterizzata da un forte impatto visivo ed emotivo, che coinvolge l’intero sistema attraverso le Associazioni territoriali e le Federazioni, all’insegna del claim “Il Futuro non (si) chiude”.

Confcommercio rimarca come il terziario sia “un settore strategico per numeri, imprese e lavoratori coinvolti”, e di quanto, per far ripartire il Paese, sia importante ricominciare proprio dall’economia della “socialità”, che è il tratto distintivo del Made in Italy, e che assicura vivibilità e qualità della vita nelle nostre città e nei centri storici.
Il Covid è stato e continua ad essere uno “tsunami” per tutti, un’emergenza sanitaria che è diventata economica e sociale colpendo in maniera drammatica soprattutto le imprese del terziario di mercato: intere filiere hanno registrato, infatti, crolli verticali di fatturato e moltissime imprese di questi settori hanno chiuso definitivamente l’attività. Una situazione che, soprattutto durante il primo lockdown, è stata resa ancor più drammatica per la “pressione” della criminalità che si è fatta sentire su una consistente parte delle micro e piccole imprese del commercio e dei pubblici esercizi. Circa il 10 percento degli imprenditori, infatti, durante quel periodo, è risultato esposto all’usura o a tentativi di appropriazione “anomala” dell’azienda.
 
GLI EFFETTI SUI SETTORI ECONOMICI – Per il 2020, l’Ufficio Studi di Confcommercio stima una riduzione di oltre 300mila imprese del commercio non alimentare e dei servizi (saldo tra aperture e chiusure), di cui circa 240mila esclusivamente a causa della pandemia, a cui si deve aggiungere anche la perdita di circa 200mila attività professionali sparite dal mercato. Complessivamente, nel 2020 sono andati persi 160 miliardi di euro di Pil, quasi 130 miliardi di consumi (-11,8 percento rispetto al 2019) e il 10 percento di ore lavorate.
Solo nel comparto della ristorazione le perdite di fatturato nel 2020 hanno raggiunto i 38 miliardi, con la chiusura di circa 23mila imprese; il turismo ha registrato una perdita di valore della produzione di 100 miliardi, solo il comparto ricettivo ha perso oltre 13 miliardi di fatturato; nel commercio al dettaglio, il settore abbigliamento e calzature ha perso 20 miliardi di consumi con la chiusura definitiva di 20mila negozi; nel commercio su aree pubbliche si registrano cali fino a circa 10 miliardi e 30mila imprese a rischio chiusura; nel settore degli spettacoli le perdite hanno superato 1 miliardo, in termini di mancati incassi, tra cinema e spettacoli dal vivo (musica, teatro, lirica, danza); nel settore del gioco pubblico da inizio pandemia si sono persi circa 5 miliardi di euro di gettito per lo Stato e circa 4 miliardi di ricavi per il comparto nel quale sono a rischio 70mila imprese.
 
LE RICHIESTE DI CONFCOMMERCIO – Le priorità per uscire il prima possibile dal tunnel del Covid-19 e salvare le imprese che rischiano di chiudere sono due: contrasto alla pandemia;
difesa del tessuto produttivo per farlo giungere “vivo” e reattivo fino al momento della ripartenza.
Sul primo punto bisogna accelerare il più possibile i tempi della campagna di vaccinazione evitando, però, l’adozione di strategie di contrasto dell’epidemia incentrate su lockdown e limitazioni di circolazione che sono economicamente e socialmente insostenibili. Quello che serve è una strategia articolata che consenta un salto di qualità per far convivere salute e lavoro e mettere, quindi, il sistema in condizione di ripartire subito e in sicurezza. Come, peraltro, stanno dimostrando le attività rimaste aperte osservando tutte le regole e i protocolli di sicurezza. Per Confcommercio è fondamentale poter riaprire e lavorare rispettando, naturalmente, tutte le regole e i protocolli di sicurezza a tutela della salute di tutti, imprenditori, collaboratori e consumatori.
La seconda priorità riguarda essenzialmente il nodo dei ristori e indennizzi e degli ammortizzatori sociali. Come già evidenziato, i settori economici rappresentati da Confcommercio sono quelli maggiormente colpiti dagli effetti della pandemia e dei conseguenti provvedimenti adottati.
Per questo, servono ristori più adeguati in termini di risorse, più inclusivi in termini di parametri d’accesso, più tempestivi in termini di meccanismi operativi. Una misura che dovrà essere accompagnata anche da interventi per ridurre o azzerare la pressione di imposte e tributi locali nei confronti delle imprese rimaste chiuse o fortemente penalizzate per i vari lockdown.
Sul versante degli ammortizzatori sociali occorre una riforma strutturale di questo strumento e una ampia proroga della Cassa Covid-19.
LE RISORSE PER RIPARTIRE – Il Piano nazionale di ripresa e resilienza, attraverso l’utilizzo delle risorse del Recovery Fund, è l’occasione per una possibile ripartenza. Bisogna, però, arrivare al più presto ad un progetto compiuto e condiviso. E due, secondo Confcommercio, sono i punti chiave per una rapida programmazione e attuazione degli investimenti: una strategia per le riforme e la messa a punto di un meccanismo di governance, cruciale anche per il recupero dei divari territoriali, che consenta un’effettiva svolta nella capacità di programmazione e realizzazione degli investimenti pubblici. In particolare è necessario investire con determinazione, in termini di politiche, progetti e risorse, proprio sull’economia del terziario di mercato, perché rafforzarne la resilienza significa rafforzare la resilienza del sistema Paese.