La sottile linea rossa

Tra giocatori patologici e ludopatici esistono profonde differenze, e l'esperienza internazionale mostra come la “cura” consistente nella sola esclusione non sia efficace nel lungo periodo, che occorra un approccio non ideologico e che punti anche sull'inclusione.
Scritto da Michael Haile

La sottile linea rossa

Esiste un’abbondante letteratura che riguarda giocatori problematici, ma la vasta gamma delle ricerche compiute su di loro tende a raggrupparli in una sola categoria, “giocatori patologici o ludopatici”.

La gran parte dell’opposizione al gioco legale nasce dal costo sociale proveniente dalla dipendenza da esso. Negli ultimi anni c’è stato un grande dibattito sui benefici e sui costi del gioco legalizzato. L’industria del settore sostiene che il suo prodotto è semplicemente un’altra forma di intrattenimento, come andare al cinema e guardare una partita di calcio. Ma molti ricercatori ritengono che il gioco con vincita in denaro sia fondamentalmente diverso da altre forme di intrattenimento in quanto esso, a differenza dei film e del calcio, può portare alla dipendenza. Inoltre, i giocatori dipendenti o patologici sono accusati di infliggere costi elevati alla società. 

I ricercatori adottano diversi variabili per calcolare tale costo, ma in generale quelli sociali del gioco problematico si suddividono in nove gruppi: costi della criminalità, costi per le imprese e l’occupazione, bancarotta, suicidi, malattie legate al gioco patologico, costi per i servizi sociali, costi di regolamentazione, costi per le famiglie (divorzi) e costi diretti causati dall’abuso.

Ma cos’è la “dipendenza”? La definizione scientifica che raccoglie il consenso degli esperti è “malattia neurobiologica cronica caratterizzata da comportamenti che includono uno o più dei seguenti: controllo alterato dell’uso di droghe, alcol, gioco, sesso etc., uso compulsivo e uso continuato nonostante il danno e inabilità nel gestire la brama”. 

Le parole chiave sono “uso compulsivo e uso continuato nonostante il danno…”. Il problema non è la quantità e neanche la frequenza, ma l’impatto. 

Si può identificare un giocatore problematico quando si può dimostrare un modello di ossessione mentale e uso compulsivo di prodotti di gioco ripetuto nel tempo e con ricadute. Quando i giocatori si sentono obbligati a persistere, indipendentemente dall’impatto negativo sulla loro vita e su quella degli altri, come familiari, amici e colleghi, li si può descrivere come problematici. La dipendenza ha tre chiare caratteristiche:

– controllo alterato

– persistenza o ricaduta, nonostante l’evidenza del danno

– insoddisfazione, irritabilità e desiderio intenso quando l’oggetto, sia esso droga, attività di gioco o un altro obiettivo, non è immediatamente disponibile.

La “dipendenza dal gioco” ha tutti gli elementi distintivi della “ludopatia”, ma si differenzia per un aspetto fondamentale: una persona dipendente da una sostanza o dal gioco può essere curata, mentre un ludopatico, come l’alcolizzato e il tossicodipendente cronico, non può esserlo. Un alcolizzato rimarrà sempre un alcolizzato, come un ludopatico rimarrà sempre un ludopatico; quindi l’unica scelta che hanno, che poi scelta non è, è di non bere o non giocare mai. 

Gambling anonymous (giocatori anonimi), l’associazione che aiuta i giocatori problematici, descrive la ludopatia come “una malattia, progressiva nella sua natura, che non può mai essere curata, ma può essere arrestata”. Mentre le persone dipendenti dal gioco, simili a quelle che lo sono da stupefacenti e alcol, hanno la possibilità e la capacità di ridurre o di smettere, i ludopatici ne sono completamente incapaci.

Secondo molti ricercatori e professionisti del settore, i giocatori problematici e i ludopatici condividono molti requisiti simili, innescano dopamina e endorfina nel cervello a livello crescente il che, come risultato, alza la loro eccitazione e crea una dipendenza fisica. Le endorfine sono neurotrasmettitori che aiutano a far fronte al dolore e allo stress, la dopamina è un neurotrasmettitore che stimola l’umore che viene rilasciato dopo aver raggiunto un obiettivo. Infatti il giocatore problematico non è dipendente dal gioco, ma dalla dopamina e dall’endorfina provocate dall’atto di giocare, soprattutto quando vince (vuole ricatturare il momento) o perde per un soffio (vuole raggiungere il risultato).

La differenza tra un giocatore dipendente dal gioco e un ludopatico è che il “dipendente può ridurre il suo consumo o astenersi con l’aiuto di professionisti o tramite la sua libera scelta”. È possibile che abbia bisogno di “disintossicarsi” e ricevere una cura psicologica o medica per un periodo di tempo, come è anche possibile che possa riprendere a giocare in maniera sana. Insomma, è possibile curarlo. Mentre il ludopatico non può essere curato, quindi è impossibile che possa mai giocare in sicurezza e in maniera sana.

Mentre esploriamo la ricerca scientifica, si deve evitare di credere che la ludopatia e la dipendenza da gioco possano essere ridotti alle azioni delle sostanze chimiche nel cervello o dei circuiti nervosi o di qualsiasi altro tipo di dati neurologici, psicologici o sociologici. Un’esplorazione a vari livelli è necessaria perché è impossibile comprendere completamente la dipendenza da una sola prospettiva, non importa quanto sia accurata, poiché il processo è troppo sfaccettato per essere compresso in un quadro limitato. 

La dipendenza dal gioco o la ludopatia, che a tutti gli effetti sono una malattia, non sono dissimili, anzi per molti versi sono assai simili, alla dipendenza da stupefacenti, alcol, sesso e ad altre dipendenze comportamentali. Molti studiosi sono d’accordo che i comportamenti patologici, nessuno escluso, siano frutto di traumi derivanti dall’infanzia o di fattori di stress esterni vissuti nell’arco della vita.

Molto frequentemente i giocatori ludopatici soffrono di problemi finanziari, familiari e lavorativi. Le ricerche compiute dal regolatore del mondo del gioco britannico, la Gambling commission (Gc), hanno evidenziato che la maggioranza dei giocatori problematici hanno problemi anche con l’abuso di sostanze come l’alcol e gli stupefacenti (cocaina in primis). Questo dimostra che le persone possono avere più di una patologia o possono passare da una patologia a un’altra. Spesso, quando i giocatori problematici si astengono dal gioco si trasformano in alcolizzati o cominciano a manifestare altre patologie comportamentali (legate a sesso, cibo, shopping, etc). 

Molti ricercatori ritengono che per quanto riguarda la maggior parte dei ludopatici, come per i drogati cronici e gli alcolizzati, non è il “prodotto” il problema, ma la “malattia”. Secondo la Gambling anonymous, il gioco patologico è una manifestazione comportamentale di un malessere psicologico e sociale.

IL RUOLO DI LEGISLATORI E REGOLATORI – La lotta alla droga ha molto in comune con quella alla ludopatia. Prende di mira sia i consumatori che i produttori. La lotta alla droga per esempio crea le condizioni per la demonizzazione dei drogati, mettendoli al livello più basso della scala sociale, nel migliore dei casi, o emarginandoli e criminalizzandoli in quello peggiore. 

Legislatori e regolatori hanno creato un struttura simile anche per i ludopatici. Uno degli esempi più eclatanti è il sistema di “autoesclusione” adottato dall’Agenzia delle dogane e dei monopoli in Italia per il gioco a distanza. 

Nel Regno Unito l’esclusione è estesa anche ai betting shop. Questo strumento permette ai giocatori (o ai loro familiari) di autoescludersi dal giocare online per un periodo di 30, 60, 90 giorni, o a tempo indeterminato. La parola d’ordine è “esclusione”, non dissimile da quella del tossicodipendente dalla società in quanto “diverso”. Un’altra ironia consiste nel fatto che le varie regolamentazioni che sorreggono la protezione dei giocatori sono indirizzate verso gli operatori.

Chiedere a un ludopatico di escludersi dalla fonte della sua patologia è come chiedere a una persona normale di vivere senza le sue abilità sociali. Metodi bruschi come l’autoesclusione o chiedere agli operatori di sorvegliare il comportamento dei giocatori sono efficaci solo nel breve termine per quanto riguarda i ludopatici. Per quanto i regolatori e legislatori ci provino, un ludopatico, come il tossicodipendente cronico, farà di tutto per soddisfare la sua voglia.

Per risolvere il problema della ludopatia nel lungo termine il primo passo che i legislatori e i regolatori devono compiere è abbandonare convinzioni di lunga data e basare le proprie strategie sull’evidenza e non sull’ideologia. Il Portogallo, per esempio, per quanto riguarda il problema dei tossicodipendenti ha messo in atto una strategia di decriminalizzazione e di inclusione nella società invece dell’esclusione, con un successo straordinario. 

Una strategia simile per la ludopatia vorrebbe dire porre una particolare attenzione a non stigmatizzare la condizione dei giocatori compulsivi e trattarla per quella che è: una malattia, che produce danni collaterali come debiti, divorzi e, nei casi peggiori, azioni criminose. La riabilitazione dei giocatori patologici richiede una rete di supporto psicologico, sanitario e sociale. L’autoesclusione e la sorveglianza poliziesca non sono sufficienti, anzi potrebbero essere controproducenti in quanto spingerebbero i ludopatici in un mondo dove sarebbe più difficile raggiungerli.