Cassazione: ‘Vincite al gioco sono reddito, e vanno dichiarate’
La Suprema Corte ribadisce che le vincite al gioco vanno dichiarate nella Dsu, e conferma la condanna di un percettore di reddito di cittadinanza.
La Corte di cassazione dichiara inammissibile il ricorso presentato da un contribuente condannato per indebita percezione del reddito di cittadinanza. Il cittadino non concordava con la sentenza della Corte d’appello di Palermo che lo aveva condannato per non aver dichiarato alcune cifre vinte al gioco.
L’omessa indicazione nella Dichiarazione sostitutiva unica era relativa a delle vincite conseguite in anni (2017 e 2018) precedenti alla richiesta del reddito di cittadinanza. Nella Dsu presentata l’11 marzo 2019 quei proventi avrebbero dovuto essere indicati perché considerati elementi rilevanti nella verifica dei requisiti necessari per accedere al beneficio economico richiesto.
Secondo la Cassazione le doglianze relative alla riferibilità delle vincite sono state definite “prive di consistenza”, poiché gli accertamenti avevano dimostrato che il conto di gioco era riconducibile all’imputato tramite documento d’identità e utenza telefonica. La ricostruzione dei giudici territoriali è stata ritenuta logica, coerente e immune da vizi.
VINCITE E OBBLIGHI DICHIARATIVI
La Cassazione ribadisce che “le somme derivanti da vincite di gioco concorrono alla determinazione del reddito del nucleo familiare”. Per questo le vincite devono essere dichiarate al lordo, anche se reinvestite o utilizzate per compensare perdite.
L’accredito sul conto costituisce infatti “acquisizione di un beneficio economico”. Respinta anche la tesi secondo cui l’obbligo sarebbe sorto solo con la legge di conversione: la Corte afferma che la rilevanza delle vincite era già prevista dal quadro normativo originario.
“LA LEGGE E’ CHIARA E NON AMMETTE IGNORANZA”
La Suprema Corte ha respinto anche la tesi dell’errore inevitabile, richiamando il principio secondo cui “l’ignoranza o l’errore sul diritto al beneficio si risolve in errore su legge penale”, che non esclude il dolo. La normativa sul reddito di cittadinanza non presenta, secondo la Corte, “connotati di cripticità” tali da rendere scusabile l’ignoranza.
Confermata, dunque, anche la confisca del denaro, ritenuta legittima perché le somme erano “sproporzionate rispetto alla situazione reddituale” dell’imputato.