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Imposizione apparecchi da gioco, sequestro da 10 milioni a Messina

  • Scritto da Redazione

La Guardia di finanza di Messina sequestra beni per oltre 10 milioni a imprenditore, 'cassiere' di un clan criminale che imponeva collocazione di apparecchi da gioco negli esercizi commerciali.

"Metodi violenti per imporre, anche con atti estorsivi, la propria posizione di monopolio nel settore del gioco e delle scommesse".

Questo il comportamento che è costato ad un imprenditore siciliano un provvedimento di sequestro per un valore complessivo di oltre dieci milioni di euro, eseguito dai finanzieri del Comando provinciale della Guardia di finanza di Messina.

 

Nel dettaglio, si legge in un comunicato della Finanza, "la complessa attività investigativa - disposta dalla Direzione distrettuale antimafia peloritana - trae origine da mirati approfondimenti sviluppati dagli specialisti del Gruppo investigazione criminalità organizzata del Nucleo di polizia economico finanziaria di Messina.
Proprio in tale ambito, le Fiamme gialle messinesi acquisivano come l'imprenditore risultasse tra gli elementi apicali di un’importante quanto strutturata consorteria mafiosa, egemone nella zona sud di Messina, dedita al sistematico ricorso a metodi violenti per imporre, anche con atti estorsivi, la propria posizione di monopolio nello specifico settore.
Nel merito, dopo una minuziosa ricostruzione storica del profilo soggettivo dell'uomo, anche valorizzando i numerosi procedimenti penali in cui risultava coinvolto sin dalla fine degli anni ’90 (da cui invero usciva assolto), venivano rilette in un’ottica nuova le dichiarazioni di diversi collaboratori di giustizia, attestando come il medesimo avesse, nel tempo, acquisito il ruolo di riferimento di un clan nella gestione delle bische clandestine, in una prima fase, per poi evolversi nella distribuzione dei videopoker, in tempi successivi".
 
 
Dopo la disgregazione "dell’originaria compagine associativa per via della carcerazione dei capi e del percorso di collaborazione con la giustizia intrapreso da altri, l'uomo assumeva un controllo pressoché esclusivo delle attività illegali della famiglia, costituendone il punto di riferimento 'imprenditoriale' e facendo da contraltare al ruolo 'operativo' dei membri del clan", si legge ancora nel comunicato.
Sul punto, quindi, "dopo circa due anni di indagini, nel febbraio 2018, poi confermata in appello a gennaio 2019, interveniva sentenza di condanna a 13 anni di reclusione per associazione mafiosa, intestazione fittizia di beni, violenza privata, gioco d’azzardo, reati fiscali, usura e lesioni.
In altre parole, le investigazioni disposte dalla Direzione distrettuale antimafia di Messina ed eseguite dai militari del Gico documentavano come, nonostante le diverse assoluzioni, l'imprenditore risultasse figura di rilievo nel panorama mafioso cittadino, in grado, da un lato, di imporre la collocazione delle apparecchiature presso gli esercizi commerciali della zona, dall’altro, garantire agli esercenti accondiscendenti di poter godere della connessa protezione mafiosa del clan.
A tal riguardo, oltre a documentare come la protezione si dispiegasse anche mediante servizi di vigilanza e ronde notturne, si acquisiva come alcuni titolari di sale giochi, destinatari di furti, anziché rivolgersi alle forze di polizia per denunciare l’accaduto, dapprima valutassero la possibilità di rivolgersi a consorterie mafiose catanesi, per poi decidere di richiedere l’intervento dell’organizzazione mafiosa , autonomamente in grado di assicurare la restituzione delle somme oggetto di furto, nel rispetto dei rapporti di forza tra organizzazioni criminali a competenza territoriale diversa".
 
 
In sintesi, emergevano a carico dell'uomo"non solo una pluralità indefinita di comportamenti criminali indicativi di un profilo di soggetto socialmente pericoloso, ma anche una significativa disponibilità di risorse finanziarie, anche rese accessibili agli esponenti del clan, in assolvimento del suo ormai accertato ruolo di 'cassiere'.
Proprio tali qualificazioni consentivano ai finanzieri, quindi, su delega della Procura della Repubblica di Messina, di avviare mirate investigazioni economico-patrimoniali, tese a quantificare e conseguentemente aggredire l’enorme patrimonio riferibile all'imprenditore, non giustificato dai redditi leciti dichiarati al fisco.
All’esito di tale attività emergeva, altresì, come l'uomo, evidentemente consapevole della propria caratura criminale e della concreta possibilità di vedersi sequestrare l’intero impero criminale creato, gestisse - di fatto - avvalendosi dell’apporto di fidati prestanome, diverse attività economiche: società di noleggio di apparecchi da gioco, sale giochi, un distributore di carburanti, una rivendita di generi di monopolio.
Analogamente, si documentava come ulteriori investimenti immobiliari risultassero fittiziamente intestati a propri familiari.
In sintesi, le investigazioni complessivamente svolte – abbraccianti un periodo di un trentennio - restituivano una situazione di assoluta assenza di uniformità nel rapporto reddito/patrimonio, consentendo al Tribunale di Messina – Sezione Misure di Prevenzione, di disporre l’odierno provvedimento di sequestro, per un valore complessivo di stima di oltre dieci milioni di euro", conclude il comunicato.
 
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