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Dga, Viola: 'Dipendenze, mettere al centro il paziente'

  • Scritto da Redazione

Il medico psichiatra specialista in dipendenze Sarah Viola interviene al seminario Acadi-ConfCommercio sull'impatto sociale del settore del gioco.

"La dipendenza da gioco d’azzardo nasce con la capacità dell’uomo di scommettere e con la comprensione dei meccanismi del rischio, più o meno calcolato. Il suo incremento negli ultimi decenni è legato, sicuramente, allo aumento del fenomeno più ampio e generale della dipendenza.

Il cibo, l’alcol, il gioco, lo shopping, le droghe, il fumo, perfino l’amore sono oggetti dei quali alcuni individui non riescono a fare a meno".

 

Così la dottoressa Sarah Viola, medico psichiatra specialista in dipendenze intervenendo al seminario di Acadi-ConfCommercio, Associazione concessionari dei giochi pubblici "Analisi dell’impatto sociale del settore del gioco pubblico nella Regione Lazio e delle conseguenze dell’entrata in vigore della L.R 5/2013”.

 

Secondo l'esperta, "Dipendere da qualcosa o da qualcuno significa, infatti, sostituire un soggetto, l’Altro, la relazione normale, con un oggetto, la cosa o la persona reificata.
E ciò nel tentativo di sentirsi meno esposti e più rassicurati: l’oggetto che scelgo come sostituto della relazione, infatti, mi dà l’illusione di avere in mano il controllo della situazione, di non correre rischi, di poter essere io a gestire il rapporto, in una parola, mi dà la sensazione, del tutto falsa, di non correre il pericolo di soffrire".

Viola sottolinea: "Per curare la dipendenza non si può agire sull’oggetto, rendendolo più o meno proibito, ma sul soggetto portatore della dipendenza, rendendolo più forte e più consapevole.

Alla base del disturbo da dipendenza c’è, infatti, un Io fragile, con una bassissima tolleranza alle frustrazioni, incapace, cioè, di affrontare i problemi, le responsabilità, i no della vita.
Bene il paziente, quindi, deve essere il centro dell’intervento. Egli va aiutato, in primis, a rendersi conto di avere un problema, ad ammetterlo e ad accettare l’aiuto.
Ciò si ottiene attraverso dispositivi ben diversi dal proibizionismo, in qualsiasi modo agito, si ottiene con un intervento mirato e capillare, personalizzato, potremmo dire e cucito sul soggetto".

Si può ipotizzare un dispositivo che "agisca su più livelli: 1) l’osservazione e l’individuazione dei soggetti ludopatici presenti nelle singole sale. Per questo compito potranno essere arruolati giocatori patologici già individuati e 'presi in carico' con una sorta di meccanismo di auto-mutuo-aiuto che, da sempre, si utilizza nel trattamento delle dipendenze e che, da sempre, mostra la sua efficacia; 2) controllo e limitazione de soggetti individuati ai quali andrà posto, inizialmente, il divieto di giocare e, soltanto dopo che avranno dimostrato di aver seguito un percorso di consapevolezza e trattamento, potranno essere riammessi al gioco con limitazioni di tempo e tetto massimo di spesa preventivamente concordati;3) le famiglie dovranno essere arruolate come interlocutori di una rete che dovrà unire i gestori delle sale, gli 'educatori' presenti in struttura e scelti, come si diceva, nelle file degli ex giocatori patologici, uno o più terapeuti di riferimento, la famiglia, appunto ed eventualmente il medico curante;4) le sale da gioco dovrebbero diventare punti cruciali della informazione e della formazione sul sintomo, attraverso la creazione di eventi aperti alla popolazione e atti a fare “cultura” intorno al mondo del gioco, della ludopatia e delle dipendenze; 5) a disposizione dei giocatori andranno sempre lasciate pubblicazioni specifiche e mirate come pure contatti di professionisti e centri specializzati", conclude Viola.

 

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