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Avvocato Cardia: 'Gioco, in 100 città espulso dal 99 percento del territorio'

  • Scritto da Redazione

Al webinar sul riordino promosso da Avviso pubblico e Fondazione Adventum l'avvocato Cardia torna sugli effetti delle leggi regionali evidenziando l'espulsione del gioco in gran parte dei territori.

La questione territoriale non viene messa sul tavolo dagli operatori di gioco, pur essendo incaricati di pubblico servizio, ma è una cosa di cui si parla dal 2011, in una serie di approfondimenti raccolti in un volume pubblicato nel 2016 ('La questione territoriale. Il proibizionismo inflitto al gioco lecito dalla normativa locale', edito da Gn Media, Ndr) dove il sottosegretario all'Economia dell'epoca, Pier Paolo Baretta, presentava una fotografia del quadro normativo dell'epoca. È un problema dell'ordinamento giuridico. Sono 10 anni che il legislatore mette nelle leggi di bilancio o nei documenti di programmazione l'obiettivo di fare una legge di riordino. Anche quando fu introdotto il decreto Dignità il Parlamento si diede l'obiettivo di realizzarlo in sei mesi”.

 

Lo ricorda l'avvocato esperto di gaming Geronimo Cardia, nel corso del webinar “Legge sul gioco d’azzardo: occasione o trappola?”, organizzato per giovedì 26 maggio da Avviso pubblico e Fondazione Adventum, nell’ambito del progetto "Se questo è un gioco", nato per fornire gli strumenti di prevenzione e contrasto al gioco patologico.
 
“Le competenze di Regioni e Stato sono chiarite dalla Costituzione. Per i punti critici si mettono d'accordo. Glielo chiede il legislatore, il Parlamento, che è un po' il padre di tutti. Non è in discussione se accettare o no una regola che viene da una Regione.
Gli operatori del gioco pubblico non fanno altro che rispettare le norme. Quando dal 2011 sui territori sono nate le leggi che si sovrapponevano con la normativa nazionale, gli operatori sono andati a vedere come applicarle. Alla quinta, alla sesta negazione della possibilità di aprire un punto sul territorio, la domanda è: dove posso aprirlo allora? E sono stati interrogati degli urbanisti che hanno scoperto che applicando il distanziometro con quei parametri, tenendo conto del numero di luoghi sensibili individuati sul territorio, si trova una serie enorme di aree in cui sono vietati”, puntualizza Cardia.
"Per esempio a Roma solo a Villa Pamphili, che non ha chiese, si potrebbero installare apparecchi. Peccato che là non ci sia neppure un posto dove collocarli.
Per le perizie il 99,3 percento del territorio non è insediabile per le attività di gioco. E questo accade in 100 città.
Se questi divieti sono del 99 percento come possiamo definire tali norme? Non possiamo fare finta di vedere che la legge prevede in quasi tutti i casi un divieto che si spinge oltre il 99 percento.
Un divieto simile che determina la sostanziale eradicazione di tutta l'offerta di gioco pubblico, a noi piace?
Sotto il profilo sanitario, va bene questo?
Se va bene, il legislatore non deve fare altro che sostituire la legge che vuole ridurre il numero dei punti sul territorio e dire più trasparentemente: da oggi il gioco è vietato sul territorio della regione. È un ritorno al passato, a prima degli anni 2000, e significa calpestare quanto messo nero su bianco da tutte le autorità investigative.
Il rapporto fra Stato e Regioni deve essere di intesa massima: non c'è un braccio di ferro fra le istituzioni, c'è solo un corto circuito dove la permanenza dello stesso è provocato dalla mancanza di volontà di andare al cuore della questione. Vogliamo fare l'offerta di gioco sono nelle periferie?”.
 
Quindi prosegue: “Siamo in un regime di civil law, per cui una sentenza non fa legge. Siamo riusciti a far dire al Consiglio di Stato, ad un giudice che magari aveva in cuor suo di vietare completamente, abbiamo capito che è completamente vietato. Altri giudici hanno chiesto al Politecnico di Milano cosa succede sul territorio di Bologna verificando quello che dicono il distanziometro e le altre norme. Qual è in concreto l'effetto prodotto?
L'ex presidente emerito della Corte costituzionale quindi si domanda: 'Come mai alla Corte costituzionale non ci avete mai mandato il quesito? Un divieto pressoché assoluto genera una serie di conseguenze”.
In tema di infiltrazioni della criminalità nel gioco, Cardia precisa: “Le infiltrazioni purtroppo, come detto da tutte le autorità investigative e dal procuratore nazionale uscente Antimafia Cafiero De Raho, ci sono in tutti i settori, ci sono sempre dove c'è un maggior guadagno. O vengono prese delle persone che si mettono a gestire l'offerta del gioco sul territorio perché le leggi regionali stanno cancellando intere verticali distributive, o tentano di infiltrarsi in un comparto industriale generato dal niente dal legislatore, oggi altamente specializzato, che è quello del gioco pubblico.
Ma il gioco pubblico ha gli anticorpi? Ci sono bilanci certificati ogni tre mesi, evidenziando chi fa l'amministratore, chi fa il preposto, c'è la richiesta di autorizzazioni alla Questura, che conosce nomi, indirizzi e parenti di chi offre gioco, ma anche i Comuni hanno tutti la mappa delle location e dei volumi di gioco, per non parlare dell'Agenzia accise, dogane e monopoli, del ministero delle Finanze. Senza dimenticare la tracciabilità dei flussi finanziari. Quanti altri comparti possono vantare la stessa trasparenza?”.
Infine, l'avvocato dice la sua in merito alla prevenzione e al contrasto del Gap: “Condivido il quadro dipinto dalla dottoressa Capitanucci, perché la mappatura dei rischi attorno a una finta problematica dice esattamente in quello che dice lei. Non è necessario arrivare a milioni di persone perché un legislatore dia una normativa seria, con cui fare politiche attive di prevenzione, ricerca e intercettazione dei giocatori che possono avere un problema, politiche attive di cura. Basta una persona che ha un problema. Ma non si può far finta di regolamentare per attuare una 'exit strategy' dal comparto del gioco. Serve l'istituzione di un registro di autoesclusione, serio, che si occupi della persona, la 'circondi' con l'aiuto dei familiari, la assista. È fondamentale. Oggi c'è la tecnologia a disposizione. Bisogna agire sulla prevenzione. Peccato che nell'ambito del divieto di pubblicità si sia persa l'occasione di attuare un processo di qualificazione e della domanda, il gioco non è un modo per cambiare vita, è una forma di intrattenimento”.
 
"Chiudere l’offerta fisica non risolve il problema", aggiunge Cardia nel giro di interventi conclusivo. "Una gran parte è finita nell’online, un’altra parte in altri verticali di gioco. Non chiedete a noi operatori quali sono i dati dell’illegale, noi possiamo dare solo quelli che sono i dati del giocato. Togliere il problema dei giochi d’azzardo significa togliere solo uno dei problemi. Quando c’erano solo i casinò, non c’erano i telefonini, e non c’era neanche un Adm che si è strutturata molto bene dal 2000 proprio per le numerose competenze che sono state affidata ad Adm. Il registro di autoesclusione ritengo sia l’alternativa più valida al 99 percento (chiamiamolo così, non distanziometro). Quello che serve sono i controlli. Se si elimina il gioco pubblico il minorenne continua a giocare".
 
"Gli esercizi generalisti sono una componente fondamentale dell’offerta del gioco pubblico, assicurano quella capillarità che serve per raggiungere tutti gli obiettivi, compresi la legalità e la tutela del giocatore. Se togliessimo i tabaccai e gli alcolici, la gente smetterebbe di bere e di fumare?" E poi ancora sull'intesa Stato-Regioni: "dava un obiettivo nel 2017, c’erano 400mila macchine, e dava un obiettivo di riduzione. Oggi quella riduzione si è realizzata, con la riduzione a 261mila macchina, esattamente la cifra di macchine attive oggi”.

 

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