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L’Italia che si chiude in un mercato sempre più globale

  • Scritto da Ac

Mentre si celebra il geoblocking, l'Italia diventa un paese sempre più chiuso all’interno dei propri confini: anche nel gioco e nel business.

Non è un paese per imprenditori. Oltre a non essere, lo sappiamo, neppure per i giovani. E di certo non per gli immigrati. È questo il nuovo ritratto dell’Italia, sempre più chiusa all’interno dei propri confini. Geografici e mentali. È fin troppo evidente dalle politiche intraprese dal nostro governo negli ultimi mesi. Non solo per via della battaglia condotta a livello comunitario allo scopo (presunto) di ottenere chissà quale vantaggio. E neppure per via dell’altra forzatura ad opera nel nostro Esecutivo sul tema dell’immigrazione. 

 

L’Italia si sta chiudendo (e avvitando) sempre più su se stessa anche nel campo degli affari. Nel gaming, per esempio: ma non solo. Lo vediamo ogni giorno osservando silenti - spesso pure orgogliosi - alle fughe di capitali verso l’esterno: non più soltanto a quelle dei cervelli, quindi.
Ma di imprese, startup, investimenti, tecnologie. Per un atteggiamento ostile della nuova classe dirigente nei confronti delle imprese e, di conseguenza, dell’innovazione. Almeno nei fatti, troppo spesso assai distanti dalle parole.
 
Nel gioco pubblico, è fin troppo palese: ma il fenomeno non è confinato unicamente all’interno di un solo comparto. Anche perché, nonostante i rischi e i disagi - veri e presunti - provocati da un’industria ad “alto rischio” come quella del gioco, è pur sempre vero che l’indotto di questa stessa industria è rappresentato da tanto altro, riuscendo da sempre ad attrarre investimenti dall’estero accogliendo anche nuove imprese spesso esterne al mondo dell’azzardo, ma in qualche modo ad esso collegate. Questo per via dello sviluppo tecnologico strettamente legato a tale tipo di attività economica, che richiede strumenti e servizi ogni giorno più evoluti per assecondare le nuove esigenze de consumatori.
 
 
Tutto ciò appare in maniera molto chiara a Malta, all’indomani dell’ultima edizione della fiera SiGma appena andata in archivio, che si è letteralmente moltiplicata ed espansa a dismisura nel corso dei suoi cinque anni di attività, diventando un evento globale. E fortemente orientato al futuro. Da notare, anzitutto, che l’evento ha ospitato oltre cento startup legate al mondo del gaming: quando in Italia oggi appare alquanto impossibile pensare di avviarne una legata al mondo del gioco: se non nell’ottica di esportarla in altri mercati e in altri paesi, appunto.
 
 
Ma a Malta si è discusso anche del futuro (come del resto avviene quotidianamente, nell’isola) in senso più ampio e generale: delle nuove tecnologie che l’isola si prepara ad accogliere e proporre, proprio sul traino del gaming: tra bitcoin, blockchain, e tanto altro ancora. Spalancando ufficialmente (e a gran voce) le porte agli eSports, per esempio: proponendosi (anche qui) come hub europeo per tutti quelli che intendono investire e innovare. Creando occupazione, ça va sans dire. 
 
 
Ebbene, quest’anno come non mai la fiera era popolata da un vastissimo pubblico di italiani. Nonostante l’abituale alta affluenza di operatori della Penisola alla fiera maltese, per via degli innumerevoli affari tra le due realtà, stavolta il fenomeno è risultato molto più accentuato. In parte dovuto proprio alla fuga di cui parlavamo poc’anzi: e alla graduale e progressiva resa degli imprenditori italiani rispetto alle possibilità vieppiù scarse di fare affari in casa nostra.
 
Ora più che mai le aziende italiane stanno guardando all’estero: provando a orientare fuori dai confini nostrani le loro prospettive: ma non in ottica di sviluppo, bensì come alternativa. Spesso disperata.
Oppure, al contrario, i colossi del gaming online che per anni hanno rintuzzato le casse del nostro sport, della cultura e del settore editoriale attraverso pubblicità e sponsorizzazioni, per il prossimo anno hanno azzerato i propri budget sull’Italia e stanno chiudendo i propri uffici. Delocalizzando o licenziando personale una volta dedicato al marketing, che ora non ha più senso, come ci insegna il decreto Dignità.
Tutto questo mentre altre aziende - compreso anche qualche colosso del gioco terrestre - decidono di tagliare la corda tentando la cessione della propria filiale italiana e di tutti i rispettivi asset, nonostante gli investimenti fatti finora.
 
 
Ma il trend non riguarda soltanto le imprese del gioco d’azzardo, dicevamo: per loro, la difficoltà è più che evidente, ma è pure accompagnata dal plauso di alcuni ministri che vedono di fatto con favore la possibile chiusura di determinate realtà imprenditoriali, perché ritenute “portatrici di disagio sociale” (anche se la loro chiusura porterà ulteriori disoccupati, per un disagio sociale quello si, più che tangibile oltre che numerabile). Le politiche (anti) industriali perseguite dal nostro governo, condite dall’instabilità politica ed economica comunque frutto di certi provvedimenti e atteggiamenti, tengono ben lontani anche tanti altri investimenti. E mentre il governo si avvita in ragionamenti e prospettive sulla nazionalizzazione o privatizzazione di imprese per rilanciare l’economia, le opportunità continuano a sfuggire. Come gli investimenti (e le speranze) di chi aveva puntato sul tricolore, perdendo la sua scommessa.
 
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