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Elezioni europee e gioco pubblico: vinca la coerenza

  • Scritto da Alessio Crisantemi

A due settimane dalle elezioni comunitarie, si entra nel vivo della campagna elettorale con l'industria del gioco che cerca voce e necessita di coerenza.

Mentre parte il count-down per le elezioni comunitarie, l'Italia appare sempre più divisa sul futuro dell'Europa, anche in maniera più pronunciata rispetto alle visioni sul presente dell'Italia. Come del resto sta avvenendo anche negli altri Paesi dell’Unione. Ragion per cui le elezioni europee sono divenute sempre meno di secondo piano rispetto alle elezioni nazionali. Anzi. Colpa (o merito, dipende dai punti di vista) dei partiti e dei movimenti sovranisti, che hanno posto l'accento sul tema comunitario, esaltando gli errori commessi dall'Unione, rinnegandone le virtù. Generando così un nuovo “nemico pubblico” contro il quale scagliare le proprie rivendicazioni e magari scaricare anche qualche responsabilità. Nonostante tutto, però, appare ancora oggi evidente – seppure non tutti lo vogliano ammettere – che l'economia italiana ha bisogno dell'Europa. Come pure altrettanto palese sembra essere ancora viva la necessità di avere il riferimento di un'istituzione sovranazionale in grado di perseguire non solo l'armonizzazione tra norme dei paesi membri dell'Unione, ma anche di proporsi come “arbitro terzo” nei numerosi contenziosi tra soggetti istituzionali. E il comparto del gioco pubblico, su questo fronte, sa bene di cosa stiamo parlando.

Si guardi per esempio all'interminabile contenzioso tra i bookmaker esteri che hanno raccolto per anni scommesse senza concessione nel nostro paese, sul quale l'Europa è stata chiamata più volte ad esprimersi, seppure con risultati spesso sterili, ma comunque utili ad affermare principi di legittimità e coerenza delle norme del nostro paese. Ma si pensi anche al caso del divieto di pubblicità dei giochi, che in Italia sarebbe stato imposto probabilmente già tanto tempo fa, se non fosse esistita quella raccomandazione della Commissione Europea del 2014 che invitava al mantenimento della pubblicità (seppure in maniera attenta e controllata) per garantire la tutela dei consumatori dall'offerta illegale. Ed è proprio in virtù di questo principio comunitario (insieme comunque ad altri dettati dalla nostra Costituzione) che il testo del decreto Dignità relativo ai giochi è stato parzialmente depotenziato dall'Autorità Garante delle Comunicazioni.
Ecco quindi una serie di riflessioni che è opportuno fare mentre ci si avvicina alle urne, con il gioco pubblico che, tutto sommato, sembra essere sostanzialmente uscito dai temi della campagna elettorale: anche se fino a qualche tempo fa sembrava essere diventato ormai un punto fermo di qualunque tipo di elezione, con partiti o movimenti che sembravano fare la fila pur di scagliarsi contro il comparto. Ad eccezione di quale singolo candidato all'europarlamento che, stuzzicato sul tema, si lascia andare a qualche considerazione sulla necessità di riordinare il comparto o i garantire una sempre maggiore tutela dei consumatori, sembrano essere stati abbandonati gli slogan anti-gioco a cui eravamo ormai abituati di fronte a ogni tipo di tornata elettorale. E questa è già in sé una buona notizia, per gli addetti ai lavori di un industria che cerca e insegue disperatamente, da anni, di raggiungere un regime di normalità. Per essere considerata, cioè, alla pari di qualunque altra attività del paese, sia pure con le sue peculiarità e i propri profili di delicatezza, ma senza apparire come “Il” problema del paese o l'anomalia. Oppure un'emergenza, com'è spesso accaduto. Ma ora, a quanto pare, non più. Per via di varie ragioni. La prima, probabilmente, è squisitamente di carattere elettorale e dettata dalla matematica e dalla statistica che, sappiamo bene, influenzano da sempre in maniera significativa ogni campagna elettorale, condotta al ritmo di sondaggi quotidiani. Com'è evidente ormai a tutti, gli ultimi mesi di battaglia senza quartiere condotta dal governo nei confronti del comparto giochi hanno causato una perdita notevole di voti e non solo di fiducia nei confronti delle forze che costituiscono la maggioranza, senza peraltro aumentare il favore dei proprio elettorato, visto che di fronte al tema dei giochi, tutti si indignano, da sempre, ma nessuno se ne preoccupa realmente. Col risultato che davanti all'annuncio di misure anti-gioco, quello che puoi rimediare, politicamente, è un giudizio favorevole, ma di certo non un voto o un'iniezione di fiducia che possa spostare consensi. Gli italiani, semplicemente, se ne fregano: per dirla con un vocabolario più consono all'attuale maggioranza e coerente con il fraseggio di questa campagna elettorale. Al contrario, però, la guerra lanciata contro l'industria del gioco (e non contro il gioco illegale e patologico, come sarebbe potuto apparire più coerente e legittimo) è finita col mettere intere filiere contro i partiti (o movimenti) di maggioranza. Non solo quella del gioco in senso stretto, ma anche l'intero indotto, che comprende esercenti (quindi baristi o tabaccai), commercianti e, soprattutto, i lavoratori fino ad oggi occupati in tutte queste attività che rischiano di chiudere i battenti a causa di una politica spregiudicata e forse anche un po' fine a se stessa, come sembra apparire ogni giorno più evidente. E se a fare le spese di questo atteggiamento è prima di tutto il Movimento 5 Stelle, che si è inimicato gran parte del mondo industriale e non solo quello del gioco, anche la Lega è destinata a pagare un minimo prezzo, per aver acconsentito tutto questo in rigoroso silenzio, senza preoccuparsi di difendere quei posti di lavoro che l'altra parte di governo ha messo a rischio in questo anno e poco più di legislatura. A preoccupare, peggio ancora, è la più recente boutade del vice premier Matteo Salvini contro la cannabis di Stato, che lo ha visto inneggiare alla chiusura dei punti vendita di questo nuovo “prodotto”, dicendosi preoccupato della salute dei giovani e dei riflessi sull'economia della criminalità, da sempre legata al traffico degli stupefacenti. Una posizione (decisamente ambigua) rispetto alla quale in molti contestano non soltanto la leggerezza con cui la Lega inneggia alla chiusura di attività, peraltro anche di recente costituzione, provocando, anche qui, altre perdita di posti di lavoro: ma anche il fatto di sapere che tra i fautori della legalizzazione della droga leggera (nella forma consentita dallo Stato) c'era anche la Lega, firmataria della legge che l'aveva autorizzata. Per un repentino cambio di rotta che spaventa gli imprenditori, che proprio dalla Lega si aspettano un atteggiamento più liberale o comunque più vicino alle imprese rispetto a quello da sempre manifestato dal Movimento 5 Stelle. E soprattutto stabile, non soggetto a cambi di umore e inversioni di tendenza. Eppure, nelle parole di Salvini, si potrebbe rilevare anche una remota linea di coerenza: pensando, in particolare, alle sue precedenti prese di posizione relative al gioco pubblico, sempre molto nette e in direzione contraria, in (presunta) difesa della salute dei consumatori. Se non altro, possiamo dire oggi, il ministro degli Interni ha esteso il suo livello di preoccupazione guardando anche agli altri rischi (e vizi) che potrebbero minare la salute, soprattutto dei più giovani. Anche se in molti (e a questo punto non più soltanto gli addetti ai lavori del comparto giochi) avrebbero auspicato una presa di coscienza opposta, cioè relativa all'impraticabilità di un divieto di offerta, invece di un'estensione degli ambiti di applicazione delle restrizioni. Ma anche questa è politica, oggi.
Per dovere di informazione e per una sorta di par condicio, è opportuno far riferimento anche al Movimento 5 Stelle e all'ulteriore inversione di rotta che sembra caratterizzare l'attuale governo, anche dall'altra parte della maggioranza. Sì, perché anche il movimento guidato dall'altro vice premier, Luigi Di Maio, sembra aver attenuato la propria visione abolizionista nei confronti del gioco pubblico, rispolverando antiche logiche riformiste del settore, mai appartenute prima d'ora al movimento che in fatto di giochi chiedeva soltanto la cancellazione dell'industria. “Senza se e senza ma”, diceva di Maio, approvando il divieto totale di pubblicità dello scorso luglio. Eppure oggi non è più così, e il delegato dal governo all'industria dei giochi, ovvero il sottosegretario pentastellato Alessio Mattia Villarosa, si è detto al lavoro per eseguire un riordino del comparto che sia in grado di tutelare l'offerta legale, comunque ridimensionata, ma necessaria per contrastare il mercato illegale, ancora oggi molto presente in Italia. Anche qui, non sappiamo ancora se tali affermazioni siano più legate a una propaganda elettorale, per scongiurare la perdita di viti di imprese e lavoratori in vista delle europee, o se si tratta di una reale presa di coscienza, anche all'indomani del verdetto di Agcom sul divieto di pubblicità che sembra aver riportato con i piedi per terra un po' tutti, evidenziando ancora una volta la differenza tra la teoria e la pratica di molti programmi governativi. Visto che anche le più buone intenzioni, finiscono col doversi scontrare con la concretezza di altri principi, come la libertà di impresa, la lotta all'evasione e alla criminalità e la proporzionalità
Quello che è certo, comunque, è che per capire quanto c'è di concreto e realizzabile nelle promesse dei politici e cosa si nasconde veramente dietro a certi cambi di visione degli attuali leader di governo, bisognerà aspettare il prossimo mese e i giorni immediatamente successivi alle elezioni del 26 maggio. Nel frattempo tutto ciò che possiamo augurarci è che i partiti e i movimenti politici, insieme ai loro rappresentanti, dimostrino una volta tanto una piena coerenza rispetto ai buoni propositi elargiti durante questa campagna elettorale. Che vinca dunque la coerenza.
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