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Un'industria ingombrante ma non più ignorabile

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Con la nomina dei sottosegretari il Governo Conte 2 può finalmente entrare in azione: per il comparto dei giochi manca solo la delega ma i lavori possono già iniziare.

 

I giochi sono fatti per il nuovo Esecutivo che all'indomani della nomina dei 42 sottosegretari è pronto per avviari i lavori attorno alle tante problematiche che affliggono il paese. A partire dalla Manovra di Bilancio per il prossimo anno che rappresenta uno dei principali scogli e la massima sfida per il neonato governo, dovendo soprattutto riuscire nel compito di sterilizzare l'aumento dell'Iva, oltre ad avviare quel percorso di riforme necessario e non più procrastinabile, per tentare di ridare slancio all'economia e un futuro alla nazione.

Tra i tanti dossier già pronti sul tavolo del nuovo Esecutivo e sulla scrivania del nuovo ministro dell'Economia, ce ne sono molti e anche particolarmente delicati: da quello di Autostrade, al Tav e tanti altri ancora. Molti dei quali possono avere varie implicazioni – dirette o indirette - anche sul mercato del gioco pubblico. A partire dalla revisione delle concessioni pubbliche che pur essendo indirizzata a modificare le autorizzazioni per le società che gestisono le infrastrutture, potrebbe avere riflessi anche su tutte le altre concessioni: quindi anche su quelle del gioco, soprattutto in vista dell'ormai imminente scadenza di quelle principali del settore (dall'online alle reti di apparecchi) previste per il 2022. Sempre se non verrà in mente a qualcuno di anticipare le gare, come già accaduto di recente per altri giochi, come il SuperEnalotto. Non solo. In Via Venti settembre si continua a parlare con sempre maggiore insistenza anche di restrizioni significative all'uso del contante come strumento di contrasto all'evasione: un tema, questo sì, che potrebbe avere conseguenza più che significative sul comparto dei giochi. Come pure, ça va sans dire, la stessa manovra economica potrebbe contenere già in se alcune disposizioni espressamente riferite al settore.
Di certo la riforma più attesa dall'industria del gioco è quella che dovrebbe portare all'attesa Riordino del comparto. Annunciato dagli ultimi tre governi e mai attuata. E neppure abbozzata, né tanto meno discussa. Ancora oggi, dopo i primi giorni di attività del Governo Conte 2, non risulta nessun dossier relativo al comparto, come pure, all'inizio della settimana corrente, non è mai stato affrontato il discorso della delega ai giochi. La cui assegnazione sembra essere scontata – proprio in virtù del riordino promesso dall'Esecutivo precedente e messo nero su bianco su diversi provvedimenti legislativi – ma non si sa ancora quando. Del resto non è ancora noto (come abbiamo spiegato nelle scorse ore) chi potrebbe esserne il destinatario: tra i due illustri già titolari, Pier Paolo Baretta e Alessio Villarosa, e il nuovo sottosegretario all'Economia Maria Cecilia Guerra. 
L'unica cosa certa, al momento, è che quella riforma non può più aspettare. La necessità non è più solo quella dell'industria e delle migliaia di imprese che la compongono - appese a un filo che si fa ogni giorno più sottile, poiché vittime di una sovrapposizione normativa che sta strangolando la filiera – ma è ormai anche strettamente politica, con il governo alla ricerca di far quadrare i contie con le regioni che dopo anni di battaglia senza quartiere nei confronti del gioco, non sanno più come gestire e affrontare le troppe problematiche che scaturiscono da una errata regolamentazione, poiché esercitata in contrapposizione (quanto meno logica) rispetto alla Riserva di legge che continua ad essere vigente sul settore. Malgrado tutto e nonostante tutti.
Certo, sulla carta, l'unione dei due schieramenti di Partito Democratico e Movimento 5 Stelle non certo delle migliori per l'industria del gaming, tenendo conto dei molteplici e infelici precedenti che hanno visto il degenerare della “cattiva” gestione dei giochi proprio a partire dal Governo di Matteo Renzi fino ad arrivare al Governo Conte 1, dove si è senz'altro raggiunto il punto più basso nella storia del gioco pubblico. Come dimostrano chiaramente i fatti, prima di ogni opinione: a partire dalla spregiudicata (e indisciplinata) tassa sui 500 milioni inflitta dall'ex premier del Pd alla filiera degli apparecchi di cui si pagano ancora oggi le conseguenze (senza neppure aver incassato la totalità delle cifre spettanti), all'alterazione del mercato e distorsione delle regole di concorrenza dovuta alla riduzione degli apparecchi (sempre per mano del governo Renzi), passando per gli incredibili sei aumenti del prelievo erariale in quattro anni, fino ad arrivare al capitomolo del divieto totale di pubblicità voluto dal precedente esecutivo per mano dell'ex vice premier Luigi Di Maio, che oltre all'evidente sterilità politica e inutilità operativa, condite da una parziale inapplicabilità formale e incoerenza normativa, è finito col mettere in crisi anche il mondo dello sport e della cultura. Invece di usare i giochi per rinvigorire questi ed altri comparti pubblici, come avviene nel resto dei paesi europei dove il gioco ha una sua storia e tradizione. Eppure, nonostante i presupposti sembrano decisamente ostili, il governo “giallorosso” potrebbe farsi promotore di quell'attesa riforma: eseguendo un riordino, di nome o di fatto, dettato proprio dalle esigenze del momento e dall'opportunità di rimettere in ordine una sostanza incandescenze come quella dei giochi, che senza un'adeguata trattazione potrebbe davvero devastare il paese, con il ritorno dell'illegalità, dell'evasione e della mancanza di sicurezza e tutela dei consumatori. Oltre a determinare la chiusura di tante imprese sane e lecite, perché già vittime delle restrizioni imposte da regioni e comuni, che finirebbero col capitolare a causa della concorrenza illecita degli operatori illegali o border online, che di certo non aspettano altro. Meglio un riordino oggi, che un collasso domani.
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