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Ripartire dalla delega e dalla Conferenza Unificata

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Sarà un'estate calda per il gioco pubblico: ma anche per il governo. Ma nella ricostruzione dell'intera economia c'è un'opportunità per il riordino.

Si preannuncia un estate particolarmente “calda” per il comparto del gioco pubblico. Dopo una ripartenza particolarmente travagliata (ma solo a livello politico) che ha visto le attività di gioco riaprire i battenti per ultime - e neppure nell'intera Penisola, per giunta – la Questione territoriale è esplosa in maniera ancora più prepotente (e deflagrante) che mai, rendendo ancora più urgente e necessario il riordino del settore, di cui nel frattempo non si è più sentito parlare. Anche se la notizia arrivata da Palazzo Chigi nelle scorse ore, relativa alla decisione di affidare nuovamente la “delega ai giochi” al sottosegretario all'Economia, Pier Paolo Baretta, rappresenta senza dubbio una “good news” per il comparto. Non soltanto per la scelta specifica di confermare ancora una volta lo stesso Baretta, ormai grande conoscitore della materia, dopo aver ricoperto lo stesso ruolo anche nei precedenti governi Renzi e Gentiloni: ma anche – e soprattutto – perché non era affatto scontato che l'attuale esecutivo, arrivato a questo punto della legislatura, potesse affidare questo tipo di incarico. Dopo aver dimostrato, più volte, di non volersi affatto (pre)occupare della materia. In questo senso, dunque, è da accogliere con particolare favore questa nomina (che riguarda, formalmente, le attività regolate dall'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli, non solo i giochi), che potrebbe rappresentare un punto di ripartenza.

Per il settore, ma anche per lo stesso governo: e, di conseguenza, per l'intero paese. Con la speranza che si possa davvero arrivare, un giorno, all'instaurazione di un rapporto di fiducia con i cittadini nella gestione del gioco pubblico, basato sulla trasparenza e, quindi, sulla sostenibilità. Anche se questo, forse, è chiedere troppo, dopo che negli ultimi anni i pozzi del gioco sono stati già fin troppo inquinati da un dibattito ideologico, strumentale e politicamente scorretto che è finito col mettere in cattiva luce l'intera industria, sia pure senza ragioni specifiche. Ma sulla base, più che altro, di suggestioni. Come se un eventuale eccesso di offerta fosse una “colpa” del settore e non dello Stato che la disciplina: o come se l'aumento delle dipendenze fosse anche questa una responsabilità delle aziende, (quando invece, come dovrebbe essere evidente e pure facilmente dimostrabile, le aziende sono le prime a non voler avere giocatori problematici). Ma l'elenco potrebbe proseguire per paragrafi e paragrafi, per poi essere arricchito da succulente ed autentiche “fake news”, come quella colossale dei presunti (ma inesistenti) 98 miliardi di euro condonati alle concessionarie dei giochi. Per ipotetiche sanzioni mai esistite, né comprovate, ma comunque annunciate, divulgate e finite sui giornali, per una clamorosa distorsione della realtà di cui si pagano ancora oggi le conseguenze. Al punto che ci sono esponenti della politica e – addirittura – anche del governo, ancora convinti che la vicenda sia andata davvero in un certo modo: senza preoccuparsi (figuriamoci) di andarsi almeno a studiare le carte. Ma questa è un'altra storia e ormai superata (si fa per dire): con il comparto (e il governo) che deve ora occuparsi di gestire questa difficile ripartenza, anche da un punto di vista del dialogo e del confronto istituzionale che ora, ci si augura, possa essere ripristinato, dopo qualche anno di interruzione dei lavori. Accompagnati da una serie di leggi punitive, che hanno ulteriormente compromesso lo stato del settore, che di certo già non navigava in buone acque. La sa bene il ritrovato Baretta, autore di un infinito tentativo di mediazione tra industria, Governo e Regioni, sfociato nella famigerata Intesa di settembre 2017 siglata in Conferenza unificata e mai formalmente adottata: salvo poi rimanere, ancora oggi, l'unico atto sostanziale di riferimento istituzionale per provare a districare la sempre più complessa matassa della regolamentazione dei giochi. Non a caso, il sottosegretario ha già fatto sapere di voler ripartire proprio da quella Intesa: tenendo anche conto, com'è evidente, del riacutizzarsi della Questione territoriale di cui parlavamo in premessa, che è diventato un tema centrale anche al di fuori del contesto specifico dei giochi, durante il periodo di gestione dell'emergenza della pandemia. Con il governo che ha dovuto scontrarsi più e più volte con le amministrazioni locali su vari temi, fino a dover cedere su parecchi fronti: e forse anche troppi. In perfetta coerenza con quanto già avvenuto, tanti anni prima, rispetto alla regolamentazione dei giochi: rinunciando quindi a esercitare il suo ruolo e la centralità di determinate questioni, allo scopo di arrivare a una “soluzione tampone”. Che di certo non rappresenta una vera soluzione, ma solo un palliativo per gestire un'urgenza o per uscire da una prolungata impasse. Ma non senza conseguenze. E il gioco ha già dimostrato e vissuto sulla propria pelle cosa significa tutto questo.
Adesso, però, tutto può cambiare. Per i giochi, e non solo. Con il governo chiamato a riformare l'intero paese per rimettere in sesto l'economia per poter uscire dalla crisi forse più nera della storia delle Repubblica. Con il comparto dei giochi che, se rimesso in sesto, potrebbe rappresentare uno strumento utile per la ripartenza, essendo in grado di garantire liquidità nelle casse dello Stato e non solo certezze in termini di entrate. Terminata la sbornia provocata inizialmente dai brindisi con cui il governo aveva accompagnato le promesse di Bruxelles di una maggiore flessibilità e di un'alternativa al Mes per finanziare la ripartenza, l'esecutivo sembra aver capito di non poter rinunciare neanche a un centesimo di quelli che componevano la sua tradizionale economia. Con la necessità (estrema), al contrario, si provare a recuperare o generare nuove risorse. Ed è anche da qui, probabilmente, che scaturisce la delega ai “giochi”. Per questa ragione, dunque, l'estate appena iniziata si preannuncia decisamente calda anche per il governo. In un momento in cui i numeri sono a rischio al Senato e ci sono ancora i fondi europei da sbloccare. 
Del resto, in Senato stanno tutti facendo i conti: visto che, per votare all’election day del 20 settembre con le regionali, bisognerebbe sciogliere le Camere entro il 20 luglio. Tenendo conto che l’Aula di Palazzo Madama la prossima settimana non lavorerà, e quella successiva anche in caso di incidente potrebbe essere troppo tardi. E anche se nessuno, in realtà, pensa davvero a far cadere il governo ora, per tornare alle elezioni, i temi sul tavolo rimangono infinitamente grandi, come gli ostacoli da superare. Visto che già dalla metà di luglio, a cominciare dal voto sul nuovo scostamento di bilancio da 20 miliardi che dovrebbe tenersi proprio il 15 luglio e che richiede la maggioranza qualificata di 161 eletti in Senato, ci saranno una serie di sfide decisive, che imporranno mediazioni. 
La votazione ritenuta da tutti più a rischio è però quella quasi contemporanea che si terrà sul pacchetto di aiuti europei, Mes compreso, alla vigilia del Consiglio europeo del 17-18 che dovrebbe chiudere l’accordo sul Recovery Fund. In questa occasione il premier Giuseppe Conte difficilmente potrà di nuovo trasformare le sue comunicazioni in un’informativa per evitare il voto. E le fibrillazioni in casa Cinque Stelle non fanno dormire sonni tranquilli ai partiti della maggioranza e allo stesso premier. Tanto che si sta studiando una risoluzione di maggioranza sul solo Recovery fund rimandando la questione Mes a settembre.
Ecco quindi che, se l'estate si sta rivelando anche più “calda” del previsto per l'esecutivo, il prossimo autunno è destinato ad essere decisamente rovente. Con siderato da tutti, anche dal M5S in piena crisi di leadership, come un periodo decisivo per capire davvero le sorti del governo e di Conte. A settembre infatti sarà più chiara l’entità della crisi post-Covid e il livello della rabbia sociale più volte evocato dal segretario dem Nicola Zingaretti negli ultimi giorni. Se a questo si dovesse aggiungere la mancata decisione sui dossier ancora aperti, potrebbe concretizzarsi il mix perfetto per convincere gran parte dei partiti di maggioranza a cambiare sponda. Ma che a nessuno venga in mente, stavolta, di mettere nuovamente le mani alla tassazione dei giochi per provare a tirar fuori qualcosa in più: visto che da quel settore, al contrario, potranno già mancare fino 3,5 miliardi di euro di gettito a causa del lockdown. E allora, ben vengano le riforme – e, magari, anche l'atteso Riordino – dalle quali si potrebbe davvero ottenere qualcosa di buono, per l'economia e per il paese, puntando sulla stabilità e la sostenibilità.
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