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Il futuro oltre al ristoro

Il momento drammatico vissuto dagli addetti ai lavori del gioco pubblico viene in minima parte compensato dall'inclusione nel Dl Ristoro: ma ora si parli di futuro.

 

Mentre l'Italia si prepara a nuovi e ulteriori provvedimenti di chiusura che porteranno alla creazione di ulteriori “zone rosse” all'interno delle quali verranno adottati dei veri e propri lockdown, sostanzialmente analoghi a quello generale della scorsa primavera, per gli addetti ai lavori del gioco pubblico la serrata totale è già arrivata, con netto anticipo e senza esclusioni. In maniera cioè omogenea su tutto il territorio nazionale. In perfetta controtendenza con ciò che avviene nella “normale” regolamentazione del gioco, che da troppo tempo vede – al contrario – l'esercizio del gioco pubblico compromesso da regole differenti introdotte e applicate da una regione all'altra (peraltro pure in maniera confusa). Adesso, invece, tutti sono stati messi sullo stesso piano (o, almeno, tutti quelli del gaming retail), che è quello della chiusura totale. Nulla cambia, dunque, a chi opera nel comparto del gioco, sapere se un territorio diventa “rosso”, “giallo” o “arancione”, perché in qualunque caso, per loro non c'è nulla da fare. L'unica informazione che attendono di avere, semmai, è quando finiranno queste limitazioni, o verranno ridotte, nella speranza di tornare a lavorare più presto possibile; rialzando le saracinesche e tornando ad accogliere i giocatori, sia pure con tutte le restrizioni del caso imposte dai protocolli di sicurezza che nei locali di gioco erano stati già introdotti e seguiti in maniera rigorosa e responsabile, al punto da non far emergere nessuna situazione di contagio all'intero di questi ambienti. Magari puntando sulle vacanze natalizie, che da sempre rappresentano il periodo di maggiori introiti per tutte le attività e in particolare per quelle di gioco. Anche se la sensazione generale, è che difficilmente si potrà riaprire i locali, ormai, prima del nuovo anno. Con un “trattamento particolare” che potrebbe essere riservato proprio ai locali di intrattenimento. In negativo, si intende, ça va sans dire.

L'unica nota positiva di questi giorni, per gli operatori del gioco e in particolare per le imprese di gestione di apparecchi, le più colpite in assoluto dalle restrizioni (anche per via dell'infelice contingenza con l'innalzamento delle tasse disposto dalle leggi precedenti e dall'obbligo di sostituire le macchine nei locali), è stata l'introduzione della categoria tra quelle che hanno diritto ai “ristori” previsti dal governo. Con l'inclusione, nella lista dei codici Ateco dei beneficiari, anche  delle imprese di “Gestione di apparecchi che consentono vincite in denaro funzionanti a moneta o a gettone", come svelato in anteprima su queste pagine. Per un ristoro che, secondo la tabella allegata al nuovo provvedimento dell'esecutivo, dovrebbe essere pari al 100 percento. Un ingresso "importante", che arriva dopo le molteplici sollecitazioni del comparto, parzialmente ignorato nella prima formulazione del decreto.

Un riconoscimento importante (ma inevitabile) in concreto, ma che rappresenta soltanto un minuscolo successo (anche perché dovuto) ottenuto dall'industria, di fronte alle sfide insormontabili che si trova ad affrontare nel prossimo e immediato futuro. Rispetto alle quali la politica (e, quindi, il governo), oltre alla stessa industria, si dovrà occupare al più presto. Sfruttando queste settimane di “interruzione dei lavori” per organizzare, gestire e governare la ripartenza. Di fronte all'unica certezza che ci viene consegnata da questa irrefrenabile pandemia globale: cioè che nulla sarà più come prima. E il cambiamento sarà ancora più evidente per il comparto del gioco, che dovrà ripartire raccogliendo i cocci dell'intera ondata della pandemia, in tutte le fasi, rimettendosi subito a correre una volta ottenuto il nuovo via libera. Per farlo, però, le imprese che rimarranno superstiti avranno bisogno di certezze e di prospettive: quelle che vengono oggi negate dal caos totale provocato dall'emergenza ma che nel gioco pubblico erano già compromesse da una situazione pregressa tutt'altro che rosea e neppure definita. Dopo l'aumento del Preu, la cancellazione totale della pubblicità, e l'aumento anche del prelievo sull'online disposti dal governo “Conte 1”, l'esecutivo successivo, oltre a continuare con l'inasprimento della leva fiscale sugli apparecchi da gioco lecito come strumento di agevole reperimento di risorse, ha pensato bene di introdurre anche ulteriori aumenti, questa volta toccando il settore delle scommesse sportive, oltre a irrigidire ulteriormente le regole su alcuni giochi (si veda per esempio l'introduzione della tessera sanitaria sulle Vlt che ha affossato la raccolta senza alcun beneficio in termini di tutela dei consumatori). Iniziando a lavorare anche sull'emanazione dei nuovi bandi di gara per il rinnovo delle concezioni, introducendo una linea ibrida che faceva pensare a un semi-abbandono dell'attuale modello concessorio, o comunque a un suo ammorbidimento o estensione, accompagnato da una riduzione dei punti vendita. Forse per andare incontro ai progetti sovversivi e anti-gioco di una parte (allora consistente) della maggioranza. Ora però lo scenario generale è decisamente cambiato (e, addirittura, anche quello globale), a causa del Covid-19, al punto da far rimescolare anche le carte dei giochi, forse anche alla luce della ri-organizzazione dell'Agenzia delle dogane e dei monopoli, quale ente regolatore, sul quale l'esecutivo potrà contare maggiormente per la riorganizzazione e riassetto del settore. E anche se la pandemia ha visto accelerare la via del bando (proponendo, anzi, uno slittamento di almeno 24 mesi) la vecchia proposta di riordino semi-abbandonata dal governo viene rinvigorita e riproposta dalla stessa Agenzia, mettendoci anche del proprio, fissando però dei nuovi limiti, comunque orientati alla concentrazione del mercato. Seguendo la linea, già parzialmente tracciata dai governi precedenti, di ridurre il numero di  interlocutori per lo Stato e, quindi, di operatori nella filiera. Una condizione non banale da realizzare in un mercato in corsa, così straordinariamente complesso e articolato, ma anche affidabile dal punto di vista delle entrate erariali, che non si può certo correre il rischio di interrompere durante il suo regolare funzionamento. Solo che adesso il gioco è stato già interrotto, ma per cause di forza maggiore. E l'occasione non è sfuggita al Legislatore, che forse proprio per questo ha deciso di mettere mano al settore. Visto che, per creare quel nuovo scenario di “riduzione”, le condizioni “ideali” - o comunque più semplici da gestire - per lo Stato sarebbero quelle di riappropriarsi della gestione della sanità pubblica, oggi demandata alle Regioni, oltre a sgombrare il campo dai troppi soggetti che intervengono nella filiera. Due condizioni che potrebbero verificarsi nei prossimi mesi, quali conseguenze dirette della pandemia e della gestione dell'emergenza nel nostro paese. Entrambi i processi sembrano essere già avviati e se il primo, cioè quello della gestione sanitaria, andrebbe comunque in direzione favorevole per il comparto, tenendo conto che proprio la tutela della sanità risulta da sempre l'appiglio attraverso il quale i vari territori hanno potuto legiferare “contro” il gioco, a livello locale, per quanto riguarda la concentrazione della filiera, si tratta invece di un'evidente minaccia per molte imprese e, oggi, non più soltanto per le più piccole. Per una nuova e ulteriore sfida che il comparto si trova a dover affrontare, ma anche la politica. Perché se mai qualcuno dovesse aver pensato che i mancati proventi del gioco si potranno compensare con altre entrate e magari con quelle promesse dal Recovery Fund, sarà bene che inizi a fare subito i conti con le conseguenze immani che la scomparsa di un pezzo della filiera potrebbe avere in termini di ordine pubblico, sicurezza e legalità e non solo di occupazione.

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