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La questione territoriale è diventata nazionale

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Il problema, in Italia, non è più il gioco ma la regolamentazione del comparto, a causa della stratificazione normativa che lo rende ingestibile. Ed è ora di risolverla.

 

A dieci anni di distanza dall'esplosione della cosiddetta “Questione territoriale”, tutti i nodi dell'assurda vicenda conflittuale che ha visto contrapporre lo Stato centrale con le sue diramazioni regionali sul tema del gioco, sono ormai venuti al pettine. Emergendo alla luce del sole e diventando così, “improvvisamente”, una questione nazionale - quindi generale - e non più soltanto una specie di “capriccio” o di "semplice" (si fa per dire..) richiesta degli addetti ai lavori del comparto, come spesso si voleva pensare. Sì, perché, se il Legislatore aveva previsto – ormai quasi vent'anni fa – di esercitare l'offerta di gioco legale attraverso una Riserva di Legge, era proprio per via dell'esigenza di centralizzarne la gestione, al fine di garantire un presidio totale e capillare del comparto, allo scopo di salvaguardare le sicurezza dei giocatori e la legalità, contrastando efficacemente l'offerta illegale. Garantendo una distribuzione omogenea e totale dell'offerta sull'intero territorio nazionale, visto che la presenza del gioco di Stato rappresenta il primo e più efficace antidoto nei confronti di quella illegale, offrendo semplicemente un'alternativa a tutti quei soggetti allora abituati a ospitare prodotti illeciti o border line, o comunque preoccupati di far quadrare i conti dei propri locali.
Eppure, nonostante la semplicità e l'evidenza di tali criteri, tutto questo non era stato evidentemente compreso – o, forse, era stato soltanto colpevolmente ignorato – dai vari rappresentanti regionali che, nel tempo, si sono affannati a introdurre macchinose leggi di carattere locale, quasi sempre fallaci e sistematicamente inapplicabili, che con la scusa o il fine (senz'altro nobile, per carità) di tutelare la salute pubblica, sono finite col rendere impossibile esercitare l'offerta di gioco legale sui rispettivi territori. Con tutte le conseguenze del caso, in termini di ricaduta nell'illegalità e di rischi per la sicurezza generale, andando proprio a contravvenire i principi alla base del gioco di Stato.

Ebbene, appare ormai oggi evidente e sotto gli occhi di tutti, alla luce dei vari iter legislativi delle singole leggi regionali che hanno ormai visto la totalità delle regioni fare retro-marcia, dopo aver tristemente preso atto – sulla propria pelle e, soprattutto, su quella delle imprese del loro territorio – quanto dannosi potessero essere gli effetti delle loro scelte sull'economia locale e sull'occupazione, in aggiunta ai temi sociali e pubblici poc'anzi ricordati. Con la “caduta” del muro proibizionista anche nella Regione Lazio, subito dopo il Piemonte, l'Emilia e altri territori particolarmente ostili al tema del gioco, è ormai evidente a tutti l'incosistenza e inefficacia di una legislazione di carattere locale del gioco pubblico, oltre alla sua pericolosità. Solo che per rimettere in sesto il comparto e di conseguenza l'economia nazionale, che da esso risulta comunque parzialmente condizionata, non basta il revirement dei singoli territori o le soluzioni tampone adottate a livello locale, ma serve una vera e propria riforma da parte dell'esecutivo e/o del Parlamento che sia degna di tale nome e che imponga un riordino delle regole a livello nazionale; in modo da poter superare e accantonare una volta per tutte questo annoso conflitto e riuscire – finalmente – a bandire tutte le gare di rinnovo delle concessioni ancora oggi in attesa di una procedura pubblica proprio perché impossibili da eseguire a causa della Questione territoriale. Sottoponendo peraltro anche il nostro paese a un rischio di procedura d infrazione da parte dell'Europa che diventa ogni anno sempre più concreto, proroga dopo proroga.
Ma oltre all'evidenza dei fatti, proveniente dai singoli territori, a certificare la necessità di un riordino del comparto è oggi lo stesso governo, insieme alle singole istituzioni coinvolte. Come abbiamo appreso, in maniera chiara ed inequivocabile, in occasione dell'evento Sbc Digital Italia promosso da Gioco News insieme ad Sbc, nel quale sia i rappresentanti del Mef che quelli dell'Agenzia delle Dogane e dei Monopoli hanno espresso preoccupazione sottolineando l'evidente urgenza e necessità di una risoluzione del problema, annunciando i piani per un riordino nazionale e definitivo del gioco pubblico. Che dovrebbe realizzarsi entro il prossimo anno. Ovvero, oltre dieci anni dopo l'esplosione del conflitto, iniziato dalla provincia di Bolzano nel 2011 per ppoi espandersi a macchia di leoparso sull'intera Penisola, fino a coinvolgerla per intero, senza esclusioni.
Adesso, dunque, è giunto il momento di cambiare. E a evidenziarne la necessità, sia pure indirettamente (ma neppure tanto) sono anche i vari tribunali regionali che – sia pure con qualche eccezione, come nel caso dell'Emilia-romagna – continuano a pronunciarsi in favore degli “antichi” principi fondativi del comparto, che lo Stato sta faticosamente cercando di riaffermare. Come sottolinea anche, nelle scorse ore, il Tar della Lombardia, invitando a seguire i programmi governativi nella regolamentazione del comparto.
Che sia dunque davvero giunta la volta buona per riordinare il comparto? Staremo a vedere. Di certo, va detto, non ci sono mai state prima le condizioni per intervenire in maniera seria e concreta sul settore come in questo momento, di fronte a una situazione ormai chiara ed evidente dela necessità, a tutti i livelli, e con un governo di “unità nazionale” che dovrebbe favorire un processo di trattazione della materia molto più agevole, si spera, rispetto a qualche anno fa.

 

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