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Se il governo (ri)scopre la questione territoriale

Il conflitto tra lo Stato centrale e le regioni sul gioco esplodeva a causa della mancata impugnativa delle prime leggi anti-gioco: adesso la musica è cambiata, partendo dalla Sicilia.

 

 

Appena otto mesi fa, quando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella affidava l'incarico di costituire un nuovo governo all'attuale premier Mario Draghi, ci eravamo subito spinti nell'accogliere con positività il nascente governo. Certi che la sua natura – dichiaramente orientata alla massima concretezza – potesse rappresentare un autentico toccasana per il paese, alle prese con la crisi più difficile di sempre, ma anche per il gioco pubblico: convinti che solo una maggioranza di governo estesa e orientata alla soluzione dei problemi reali potesse (provare a) risolvere, una volta per tutte, le varie storture del sistema dei giochi, in maniera libera e scevra da quei pregiudizi che – al contrario – ne hanno compromesso da sempre la trattazione. Nonostante gli scetticismi di molti, alimentanti anche da una serie di decisioni potenzialmente impopolari adottate nella gestione dell'emergenza sanitaria che hanno finito col compromettere, sia pure parzialmente, la ripartenza dei locali pubblici (si pensi per esempio all'obbligo di green pass e agli effetti sull'economia dei giochi, ma non solo), a cui si aggiungono i continui slittamenti di quel famigerato riordino del comparto di attorno al quale non si vedono ancora muovere i primi passi, a confermare i nostri buoni auspici nei confronti dell'attuale esecutivo sono gli ultimi movimenti trapelati dalla presidenza del consiglio dei ministri nelle ultime ore. Questa volta proprio in riferimento alla regolamentazione del gioco pubblico. Almeno in linea di principio. Andando ad osservare quanto avvenuto in CdM con la legge della regione Sicilia. Mentre la metà delle regioni italiane ha optato (saggiamente) per il revirement nei confronti delle proprie legge regionali che intervenivano in materia di gioco sul territorio (ad oggi si contano ormai dieci regioni su venti che hanno optato per il dietro-front legislativo, in un modo o nell'altro), sul fronte opposto si assiste ancora a una serie di levate di scudi sulla materia che continuano a preoccupare gli addetti ai lavori, rendendo sempre più difficile la soluzione dell'annoso conflitto che si protrae ormai da dieci anni, dal lontano 2011, quando a lanciare la sfida fu la provincia autonoma di Bolzano. Ma la cosiddetta “Questione territoriale”, è bene ribadirlo, prima di ogni deriva o eccesso di carattere locale, scaturisce proprio dall'assenza del governo centrale (da quello di allora, come pure dei successivi) e dal lassismo che ne ha caratterizzato l'azione, scegliendo di non scegliere di fronte alle azioni portate avanti dai singoli territori. A partire dal “caso Bolzano”, per poi proseguire con quelli di Liguria, Piemonte, Emilia-Romagna e tanti altri, il governo ha sempre evitato di prendere posizione, rinunciando a far prevalere il proprio ruolo e la propria centralità, andando a compromettere la Riserva di legge applicata al comparto del gioco e andando così ad abdicare i propri poteri regolamentari in favore delle Regioni, ma a scapito non solo dell'economia ma anche dell'ordine pubblico e della tutela generale, come poi emerso, sia pure a fatica, nel corso del tempo. Al punto che adesso, con il governo attuale, si registra un'importate inversione di rotta dopo che il Consiglio dei ministri di qualche giorno fa ha deciso di impugnare – una volta tanto – una legge regionale relativa ai giochi, cioè quella della Siclia. Rilevando come, nel testo in questione, “talune disposizioni in materia di pubblica sicurezza, eccedendo dalle competenze attribuite alla Regione Siciliana dallo Statuto speciale di autonomia e ponendosi in contrasto con la normativa statale”, violano determinati articoli della Costituzione. Quelle cioè, per intenderci, relative alla potestà legislativa che viene esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, “nonché dei vincoli derivanti dall'ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali”. E, più in dettaglio, riguardo al punto  in cui si evidenzia che “lo Stato ha legislazione esclusiva in materia di ordine pubblico e sicurezza, ad esclusione della polizia amministrativa locale”. Rilievi sacrosanti, verrebbe da dire, sia pure tardivi (e per di più, applicati pure in un contesto neanche particolarmente ostile al comparto). Visto che la storia del settore sarebbe potuta essere completamente diversa se la stessa scelta fosse stata fatta dieci anni fa, proprio di fronte ai primi movimenti avversi al comparto, avanzati dal Trentino a scendere. Non perché contrari al gioco, sia chiario, ma in quanto opposti all'impianto costituzionale e alla Riserva di legge poc'anzi citata, il cui scopo è sempre stato (ma solo sulla carta, evidentemente) quello di garantire gli importanti principi di legalità e sicurezza, oltre a quelli della libertà di impresa. E anche se i rilievi del CdM non sono ritenuti congrui dalla Regione Sicilia, che si trova a fronteggiare un'impugnativa delle proprie leggi per l'ennesima volta in questa legislatura, optando per la via della “resistenza”, promettendo di ricorrere in giudizio davanti alla Corte costituzionale all'impugnativa della legge sul gioco, il fatto stesso di poter prendere atto di questa decisione del Consiglio dei Ministri, rappresenta un'evoluzione di non poco conto almeno nella storia del comparto. Al di là degli esiti – comunque rilevanti – che potrà conoscere questa vicenda, infatti, ciò che appare confortante è la presa di posizione, sia pure indiretta, da parte del governo e, quindi, dello Stato, che sembra finalmente intenzionato a riaffermare la sua centralità nei confronti della regolamentazione. Un aspetto, questo, che assume un significato molto più concreto di quanto potrebbe apparire, andando a rappresentare, almeno potenzialmente, il primo passo - straordinariamente propedeutico - rispetto a quel percorso di riforma e al cosiddetto riordino che non è stato ancora attuato, ma che potrebbe essere adesso, finalmente, avviato. E in attesa di conoscere il verdetto della Corte costituzionale nei confronti del “caso Sicilia”, è comunque confortante (ri)scoprire il ritrovato ruolo del Consiglio dei Ministri in termini di regolamentazione e di tutela dei principi costituzionali. Nella speranza generale, tuttavia, che prima o poi non ci sarà neppure più bisogno di dover censurare le iniziative legislative di carattere locale, almeno sul gioco pubblico, andando quindi ad adottare un sistema di regole che possa essere finalmente (e concretamente) sostenibile.

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