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Quella inedita normalità su cui punta il gioco pubblico

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Più che di 'nuova normalità' di cui si parla oggi, per il gioco pubblico la vera normalità è ancora una chimera: anche se adesso qualcosa è davvero destinato a cambiare.

Altro che “nuova normalità”, come sentiamo invocare da tutte le parti, quale conseguenza e obiettivo di ogni realtà - pubblica o privata - e di ogni settore. Per il comparto del gioco pubblico, il vero obiettivo da raggiungere uscendo (faticosamente) dalla pandemia è quello di una prima e autentica normalità, mai conosciuta prima. E, forse, neppure immaginata: al massimo, soltanto sognata. Senza mai vederla realizzata. Chi conosce e frequenta da qualche anno il mondo del gaming italiano sa benissimo come, a differenza di altri paesi del mondo, il settore viene considerato una realtà a parte: sicuramente scomoda e complessa, e forse pure da evitare. Senza che mai nessuno, salvo pochissime eccezioni, abbia mai avuto la capacità (e, forse, anche la correttezza) di guardare al comparto per quello che è: ovvero, un settore industriale di fondamentale importanza non solo per l’economia ma anche per l’esercizio e la salvaguardia di altri importanti valori che costituiscono il nostro sistema-paese, come la legalità, la tutela dell’ordine pubblico e la sicurezza. Si, perché se non ci fosse un’offerta di gioco di Stato, come siamo soliti ripetere, gli italiani non smetterebbero affatto di giocare e tornerebbero a fare ciò che facevano prima: ovvero giocare sui circuiti illegali, spesso legati alla criminalità, senza quindi alcuna garanzia né di vincita né tanto meno di sicurezza per i consumatori. Ed è proprio per queste ragioni che lo stesso Stato, ormai quasi vent’anni fa, decise di creare un sistema di gioco legale. Andando così a costituire una nascente industria che oggi è diventata maggiorenne. In tutti i sensi, volendo sottolineare il percorso di progressiva professionalizzazione compiuto dalle imprese che la compongono e dai suoi addetti. Con una filiera basata sul regime concessorio che oggi può (o, meglio, potrebbe) vantare risultati straordinari i quali gli vengono peraltro riconosciti - e da sempre - negli altri paesi d’Europa e del mondo, dove il nostro sistema di regole rappresenta un modello da imitare. O, almeno, lo rappresentava: prima dell’avvento di quelle leggi insulse come il celebre decreto dignità che ha fatto diventare, negli ultimi anni, il nostro sistema come un esempio da non imitare, anche per via del palese contrasto rispetto ai dettami dell’Ue (ricordando la fammi Raccomandazione della Commissione europea sulle pubblicità dei giochi che spiega perche non devono essere mai vietate, quanto semmai guidate e limitate, per non portare sullo stesso piano l’offerta lecita con quella illecita. Ma a parte questa ed altre piccole-grandi falle del nostro impianto normativo (come per esempio si potrebbe citare l’introduzione della tessera sanitaria per giocare sulle Vlt, quando per entrare in una sala dove si può giocare con questi terminali c’è già la verifica della maggiore età), il sistema del gioco pubblico italiano regge ancora, ed è in grado di svolgere quel compito importante in difesa dei valori dello Stato, proprio basandosi su un’industria sana e pure particolarmente solida, visto che ha saputo regge nonostante le tante peripezie e alcune follie legislative, per lo più legate agli aspetti fiscali. Ecco perché, dicevamo, il gioco pubblico non ha mai vissuto un momento di vera normalità, non essendo mai stato considerato un settore “normale” e non avendo mai avuto la possibilità di crescere e svilupparsi in maniera coerente e organica (normale, appunto) con il resto del paese, dovendo scontrarsi con pregiudizi, restrizioni e limitazioni, che lo hanno sempre relegato in un’area di marginalità, stretta ai confini della realtà.

Ma adesso che tutto è cambiato, anche se in peggio, a livello economico e gestionale, a causa della pandemia, per il settore del gioco si aprono delle straordinarie opportunità che forse prima non si sarebbero mai potute verificare, senza un elemento scatenante come l’emergenza sanitaria che impone allo Stato, quindi al governo, di andare a ricostruire l’intera economia nazionale allestendo un cantiere straordinario di riforme all’interno del quale deve collocarsi anche l’industria della gaming. Per ottenere così quel riordino di cui si parla da (troppo) tempo, che si traduca in una riforma generale dell’intero settore e del mercato in grado da dare stabilità alle imprese, certezze all’intero sistema e garanzie ai cittadini. In poche parole, creando un sistema sostenibile. Adesso ci sono davvero le condizioni per compiere quel piccolo grande passo in avanti che la politica non ha mai avuto il coraggio di fare, trascurando palesemente le esigenze del settore, ritenuto evidentemente troppo scomodo per chi guarda solo al consenso elettorale: cosa che, invece, non preoccupa l’attuale governo di Mario Draghi, la cui mission (come pure la vision, se proprio si vogliono usare termini aziendali) è decisamente diversa e orientata alla massima concretezza. Per gettare le basi di una rinascita dell’intero paese e metterlo nelle condizioni di affrontare al meglio quella nuova normalità che andremo a ereditare da questa situazione di emergenza che per il comparto del gioco, come detto, sarebbe davvero nuova, oltre che lungamente agognata.
Il primo passo di questo percorso, virtuoso anche dal punto di vista il politico, è stato in effetti già compiuto con la costituzione della commissione di inchiesta sul gioco e l’avvio dei lavori dei giorni scorsi che dovrebbe portare a un lavoro di analisi e sintesi utile proprio per la definizione dei criteri di un riordino coerente e sostenibile. E anche questo passaggio, per quanto normale, appare quasi nuovo, ma non risulta affatto inedito visto che nel 2003, quando era stato costituito il comparto del gioco legale affidandone il controllo ai Monopoli di Stato, tutto era partito dal lavoro di una speciale commissione di inchiesta sul settore. Nella speranza generale che anche questa volta si possa arrivare a dei risultati concreti come quella volta, andando a rifondare il comparto, ma facendo in modo che ora il settore possa essere davvero inserito all’interno del sistema paese e non rimanere avulso dalla realtà politica ed economica della nazione, come accaduto in questi ultimi diciotto anni.

 

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