Gioco: a Napoli il 34% dei minori ha giocato nell’ultimo anno

Scritto da Daniele Duso
Il gioco al centro del convegno in corso alla Federico II. Dai dati emergono vulnerabilità sociali, rischi digitali e il nuovo modello ‘Rete multilivello di protezione dei minori’.

Gioco e trasgressione tra i giovani. Il 34 percento dei minori dichiara di aver giocato almeno una volta nell’ultimo anno. Questo uno dei dati più rilevanti che emergono dalla ricerca “Valutazione del fenomeno del gioco minorile con vincita in denaro a Napoli”, presentata stamani, 16 aprile 2026, all’Università Federico II di Napoli.

Lo studio, diretto dal professore Luigi Caramiello e realizzato dal Dipartimento di Scienze Sociali, analizza in profondità il rapporto tra minori, giovani adulti e gioco con vincita in denaro nel contesto urbano napoletano.

Il gioco dunque emerge come pratica di trasgressione e come indicatore di disuguaglianze educative e reddituali. La ricerca sottolinea che “il gioco riflette e amplifica vulnerabilità economiche, educative e relazionali”, evidenziando la necessità di interventi strutturati.

Il quadro normativo analizzato comprende la Legge Regionale Campania n. 2/2020 e il Regolamento comunale di Napoli del 2015, strumenti che però non bastano a contenere un fenomeno complesso e radicato.

FAMIGLIA, MA ANCHE DIGITALE, FAVORISCONO L’INGRESSO NEL GIOCO
La ricerca evidenzia il ruolo decisivo dei contesti relazionali. Secondo i dati, “l’ingresso nel gioco è determinato dall’influenza dei pari nel 51,4 percento dei casi e dal contesto familiare nel 37,5 percento”. Il gioco viene percepito come strumento di accettazione sociale dal 36,8 percento dei minori.

Il fenomeno si inserisce in un cluster più ampio di comportamenti a rischio, associati anche al consumo di energy drink e tabacco. La ricerca mostra come vulnerabilità educative e reddituali aumentino la probabilità di avvicinamento precoce al gioco.

Il digitale rappresenta un ulteriore fattore critico. Circa un quarto dei minori partecipa a challenge online e il 14 percento ha acquistato o richiesto loot box nei videogiochi. Gli autori spiegano che “il digitale non sostituisce il contesto fisico, ma contribuisce ai processi di esposizione, familiarizzazione e normalizzazione del gioco”.
Preoccupante anche la scarsa consapevolezza: la metà dei minori non distingue tra punti di gioco legale e illegale. La percezione dei divieti è disomogenea e spesso poco visibile.

Il tema dei rischi viene affrontato soprattutto in famiglia, mentre scuola e pari svolgono un ruolo marginale. La ricerca segnala inoltre una discrepanza tra la percezione dei genitori e quella dei figli sulla qualità delle relazioni familiari. Il finanziamento del gioco tramite risorse familiari è un ulteriore elemento critico, che conferma la necessità di interventi educativi e di prevenzione più strutturati.

“RETE MULTILIVELLO”: UNA STRATEGIA PER PROTEGGERE I MINORI
A partire dai risultati emersi, il Dipartimento propone un nuovo modello di prevenzione: la “Rete multilivello di protezione dei minori”. L’obiettivo è costruire un sistema integrato che coinvolga scuola, famiglia, istituzioni, comunità e rete dei punti di gioco legale.

La ricerca afferma che “è necessario rafforzare gli interventi educativi strutturati nelle scuole, con programmi continuativi di prevenzione e sviluppo delle competenze critiche”.

Le famiglie devono essere parte attiva del processo, attraverso iniziative di informazione e formazione. La rete dei punti di gioco legale deve invece essere qualificata con standard omogenei di riconoscibilità, comunicazione del divieto e formazione degli operatori. Fondamentale anche il potenziamento della comunicazione istituzionale, con messaggi chiari e mirati ai diversi target. Il modello prevede inoltre strumenti di monitoraggio dei comportamenti, anche in ambiente digitale, per intercettare precocemente situazioni di rischio.

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