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L'Italia anti-gioco e la lezione della Brexit

  • Scritto da Alessio Crisantemi

La spinta populista/sovranista che ha portato alla Brexit è destinata a scontrarsi con la realtà, con i “contro” che superano i “pro”: proprio come la lotta al gioco d'azzardo. 

 

Il populismo non è solo un fenomeno italiano, lo sappiamo bene. E' più che evidente, al contrario, quanto sia diffuso e ormai generalizzato il ricorso alle piazze e il parlare alla pance dei cittadini, in gran parte dei paesi del mondo. Soprattutto nelle democrazie ritenute “più evolute”, dove evidentemente la crisi economica ha lasciato i peggiori strascichi, alimentando un clima di sfiducia nella politica e nelle istituzioni. Basta guardare ciò che accaduto in Grecia prima, e in Regno Unito poi, senza dimenticare neppure le ultime evoluzioni che hanno interessato la Francia, per rimanere in Europa, o gli Stati Uniti, arrivando a guardare anche oltreoceano. Tutti casi in cui la spinta populista ha scombussolato gli equilibri politici e ridisegnato gli equilibri del potere. Ma se già la Grecia avrebbe dovuto già insegnare qualcosa agli altri popoli, la lezione maggiore potrebbe arrivare ora dalla Brexit. Sì, perché dopo gli slanci sovranisti e tendenzialmente nazionalisti della maggior parte dei britannici, assecondati da una classe politica emergente “anti-sistema”, quando è giunto il momento di fare i conti con la realtà e affrontare la situazione in concreto, sono emersi i primi problemi. E le prime perplessità. Al punto che, dopo numerosi passi indietro (da notare le varie dimissioni nel governo Uk), si è giunti a un accordo tra Europa e Regno Unito che lascia addirittura ipotizzare l'abbandono del piano di uscita. O, meglio, anche se il governo è deciso ad andare avanti (pur avendo negoziato condizioni al ribasso e ben diverse da quelle che venivano promesse in campagna referendaria), il piano dovrà essere approvato ora dal Parlamento inglese, nel quale si annunciano molti contrari (oltre 90 i conservatori che si dichiarano sfavorevoli a queste condizioni). Troppi, calcolatrice alla mano, per vedere approvata l'uscita dall'Eurozona. 

Così, se non verrà individuata una soluzione alternativa, le strade possibili rimangono due: o salta il governo e si torna alle elezioni, oppure si torna a votare esclusivamente la Brexit, con un secondo referendum che sembra ogni giorno più probabile. Nel caso in cui si tornasse davvero a chiedere il parere dei britannici sull'uscita dall'Europa, i sondaggi parlano questa volta di superamento della Brexit, visto che molti cittadini, impauriti dalle conseguenze palesate oggi, questa volta andrebbero di corsa alle urne e nella maggior parte dei casi per impedire il processo e non per appoggiarlo. Un caso che dovrebbe far riflettere anche gli italiani. E la nuova classe dirigente, visto il diffondersi di un certo consenso rispetto ai piani sovranisti che non promettono nulla di buono, stando alla risposta dell'Europa rispetto ai nostri programmi economici.
La lezione però, in Italia, dovrebbe arrivare anche dai giochi e per i giochi. Sì, perché l'approccio del Movimento populista del nostro paese, nel caso del gioco pubblico, è quello che ha caratterizzato le prime azioni del nuovo governo e del Movimento 5Stelle in particolare, che attraverso il Decreto Dignità ha portato a casa il suo primo Decreto legge, incentrato in larga parte proprio sul gioco; dopo aver dedicato gran parte della campagna elettorale su questo tema. Mantenendo le promesse fate ai cittadini, almeno sulla carta. Seppure a condizioni ben diverse da quelle che erano state proposte e raccontate prima. Proprio come nel caso del Regno Unito e di Brexit. Così la cancellazione totale del gioco d'azzardo dal nostro paese si è ridotta a un divieto di pubblicità. E la volontà di “liberare i cittadini dal vizio” più volte professata dai leader del Movimento (e rilanciata ancora oggi), è andata vieppiù sfumando, fino all'incredibile paradosso di vedere il governo emanare una nuova lotteria, quella dei corrispettivi, attuando una misura già ipotizzata negli anni precedenti ma alla quale nessuno governo aveva voluto dar seguito. Per varie ragioni. E, probabilmente, per una questione di decenza, morale e politica, vista la già eccessiva diffusione dell'offerta di gioco nella Penisola. Non che ci sia nulla di male nel cambiare idea, per carità, e nel commisurare le azioni politiche alla realtà dei fatti: anche se sembrava molto chiaro già da prima, quando certe misure ed azioni venivano millantate in campagna elettorale, che la loro applicazione sarebbe risultata praticamente impossibile. Ma tant'è. Quello che preoccupa, tuttavia, è che anche l'alternativa “light” (si fa per dire) individuata dal governo, cioè il divieto di ogni forma di pubblicità, appunto, comporta comunque conseguenze devastanti, non tanto e non solo per l'industria del gioco (che è fatta pur sempre di persone, imprese e quindi cittadini), ma anche per quella dell'editoria, dello sport e della cultura, visto che i mancati introiti delle sponsorizzazioni del gioco andranno a compromettere tutte queste attività. Senza contare, poi, le difficoltà nella gestione burocratica e amministrativa di certe restrizioni, che oltre a ingessare alcuni pezzi dello Stato e della Pubblica amministrazione (si veda l'attesa infinita per avere le prime indicazioni da parte dell'Autorità garante delle comunicazioni sui criteri di applicabilità del divieto), promettono di ingolfare i tribunali del paese con una serie di immancabili contenziosi che scaturiranno da questa legge. Laddove il divieto di pubblicità sembra tradursi in una limitazione della libertà di impresa, in un settore che continua ad essere legale, ma trattato alla stregua di quello illegale. Col risultato, però, che viene messa sullo stesso piano l'offerta di gioco lecito da quella illecita: per un altro paradosso e rischio ingenerato dalla nuova legge, che non può passare inosservata e contro il quale andranno presi dei provvedimenti, prima che sia troppo tardi.
Intanto, tuttavia, le prime conseguenze negative legate al Decreto Dignità sono già arrivate e stanno arrivando. Sì, perché le società di gioco internazionali, per lo più quelle online e già presenti su gran parte dei mercati europei e mondiali, in virtù del divieto di pubblicità hanno già destinato altrove i propri budget pubblicitari che fino ai mesi scorsi andavano ad alimentare le varie industrie del nostro paese sopra citate. Essendo ormai giunti alla fine dell'anno, infatti, le aziende hanno ormai definito i piani per la prossima stagione e per l'Italia non sono più ammessi investimenti: con la conseguenza ulteriore che negli uffici italiani di certe aziende, dove lavorano varie persone negli ambiti di comunicazione o marketing, si assisterà a una serie di inevitabili tagli con la conseguente perdita di posti di lavoro. E senza neppure arrivare al presunto risultato di liberare gli italiani dal Demone dell'azzardo, visto che per i giocatori esiste sempre un'alternativa al gioco di Stato, che è quella del gioco illegale. Che c'era prima della bonifica eseguita agli arbori del Duemila con la legalizzazione del settore e sta tornando in voga oggi, giorno dopo giorno. Restrizione dopo restrizione. L'operazione dei giorni scorsi dell'Antimafia ha descritto un paese ancora alle prese con un'offerta illecita ampiamente diffusa, che trova terreno fertile proprio nelle restrizioni applicate al gioco legale. E allora, se l'uscita dall'Europa è divenuta presto, anche nel nostro paese, una “volontà di cambiare le regole dall'interno, discutendole insieme”, lo stesso potrebbe principio essere applicato anche nei confronti del gioco pubblico, magari aprendo anche qui un tavolo di lavoro e una trattativa, per migliorare le condizioni, ma senza annunciare soluzioni estreme, che non portano a niente di buono e rischi (quelli sì) molto concreti.
 
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