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Covid e gioco: un piano da rivedere e un settore da riformare

  • Scritto da Alessio Crisantemi

Nella settimana di Pasqua, si scorgono le prime luci in fondo al tunnel della pandemia: il governo valuta le riaperture e i giochi chiedono interventi oltre al via.

 

 

 

“Per battere la pandemia dobbiamo portare tutte le energie all’unità”. Ne è convinto il premier in pectore, Mario Draghi, dimostrando ancora una volta di ben conoscere i principali problemi che affliggono il nostro paese: primo passo, fondamentale, per poter giungere a delle soluzioni, reali e concrete. In effetti, la “questione territoriale” è un tema che nasce ed esplode nel nostro paese già molto prima del Covid-19, coinvolgendo molte tematiche e settori. Soprattutto quello del gioco pubblico, notoriamente tra i più colpiti non soltanto dalla pandemia, ma anche dalla frammentazione dello Stato e dalla conseguente stratificazione normativa, che in azione combinata, insieme a qualche sprazzo di populismo (e in qualche caso anche di vera e propria “malapolitica”), ha portato alla messa al bando del gioco legale da molti territori. Nonostante si tratti di un settore sottoposto a riserva di legge, esercitato, pertanto, da operatori privati ma in nome e per conto dello Stato. Poco è importato, fino ad oggi, alle singole Regioni, che pur di affermare i propri poteri legislativi e territoriali, sono giunte all'incredibile punto di mettere a rischio l'occupazione di migliaia di aziende e il futuro di decine di migliaia di lavoratori, a causa di norme e disposizioni maldestre, discutibili, spesso incomplete se non addirittura del tutto sbagliate. Provocando una serie di danni e di squilibri, economici e sociali, che prima o poi sono comunque chiamate a dover gestire. Specialmente in un periodo, come quello attuale, in cui la pandemia è finita con l'accentuare ogni questione, esasperandola e spingendola alle estreme conseguenze. Se le restrizioni adottate dagli enti locali avevano compromesso la filiera impoverendo le aziende, questa perdita di liquidità si fa sentire, oggi più mai, dopo dieci mesi di lockdown del comparto. Peggio ancora dal punto di vista dei rischi di ritorno dell'illegalità, divenuti certezze in questi ultimi mesi e tradotti in cifre, da varie istituzioni e diverse realtà. Come ha illustrato più volte, ad esempio, il numero uno dell'Agenzia delle dogane e dei Monopoli, Marcello Minenna, stimando in un giro d'affari fino a 20 miliardi di euro il mercato del gioco illecito. Un'economia sommersa, ma neanche troppo, visto la sua crescente diffusione di questi ultimi mesi, proprio a causa della combinazione dei due fattori sopra esporti: cioè il lockdown e le leggi regionali.
Ecco quindi che il comparto del gioco pubblico non può più essere abbandonato a sé stesso, perché la sua ricostruzione non è più una materia che riguarda soltanto gli addetti ai lavori ma diventa una questione di carattere nazionale. Lo è per lo Stato, quindi per il governo centrale, per via delle esigenze economiche ed occupazionali, ma anche da un punto di vista di ordine pubblico e sicurezza, visto che il riaffiorare del gioco illegale comporta rischi per i giocatori e non solo per l'Erario. Ma il tema è centrale – e deve esserlo – anche per gli stessi enti locali, che arrivati a questo punto non possono più far finta di non vedere di fronte allo sfacelo che si sta delineando, del quale – in un modo o nell'altro - ne dovranno comunque rispondere. Non è un caso, quindi, se molte regioni (dalla Liguria alla Lombardia, dall'Abruzzo alla Puglia, e così via) hanno progressivamente rivisto le proprie leggi in materia di gioco, magari semplicemente rinviandone gli effetti, già prima dell'esplosione della pandemia, di fronte all'evidente sciagura provocata dalle restrizioni introdotte superficialmente nei confronti del settore. Figuriamoci oggi, dunque, di fronte a un contesto economico già ampiamente compromesso, a livello generale, e a rischio implosione. Con il protrarsi dell'emergenza sanitaria e delle conseguenti chiusure che hanno impoverito gran parte delle filiere e messo in sofferenza tante famiglie e lavoratori. Nonostante questo, però, ci sono ancora alcuni territori che non sembrano mollare la presa: forse più per paura degli effetti mediatici di un cambio di passo che per una vera ostinazione politica, tenendo conto del mutato scenario che sta rimettendo in discussione tanti punti di vista e molteplici realtà.
Non c'è dunque da meravigliarsi se anche un fronte particolarmente chiuso al confronto con il comparto, come quello del Movimento 5 Stelle, sia arrivato al punto di prendere le difese del settore rispetto al tema fortemente critico dell'ostracismo bancario verso le imprese. Alla luce di ciò, quindi, appare ancora più assurdo e incomprensibile come possa continuare a prevalere il blocco totale di alcune amministrazioni di fronte agli effetti devastanti che promettono di accompagnare le loro leggi regionali. Vale per il Piemonte, dove la proroga o modifica della legge sul gioco fatica a trovare attuazione, come pure in Lazio, in Emilia-Romagna o nelle Marche. Tutti territori in cui si è ormai raggiunta o si sta per raggiungere la data di switch-off del gioco legale, con le amministrazioni incapaci di intervenire. Pur avendone l'opportunità e tutte le ragioni del caso.
Il revirement, lo abbiamo già detto, non è certo un tabù. Non lo è mai stato, dal punto di vista giuridizo e giurisprudenziale, e non può esserlo dunque neppure sotto il profilo politico. Non adesso, non più. Anzi, al contrario, nel caso delle leggi regionali sul gioco, appare quasi un atto dovuto e non solo di assoluto buon senso, di fronte a norme inconsistenti dal punto di vista della tutela dei consumatori se non addirittura controproducenti. Con la lezione di politica che, stavolta, arriva proprio dal Movimento 5 Stelle (per quanto paradossale possa essere) e dai quei parlamentari che hanno ben compreso la situazione di difficoltà in cui si trovano le aziende e i loro lavoratori. Di fronte (anche) a una pandemia che non fa sconti nessuno e, anzi, continua a mietere vittime tra le imprese e non solo tra i cittadini.
Per questo, nel momento in cui il governo punta sul confronto (reale) e sul dialogo con le regioni per la gestione delle ripartenza, è opportuno che si inizi a riflettere anche sulle politiche da attuare nei confronti del comparto giochi. Sia nell'ottica delle riaperture (sempre più urgenti e necessarie, già in zona gialla), che in una prospettiva più generale: iniziando a gettare le basi per quell'attesa riforma del settore, denominata riordino, che dovrà partire proprio dal superamento della questione territoriale. Per il bene dei cittadini e del paese, come abbiamo detto, prima ancora di quello delle imprese e dei suoi lavoratori.

 

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