Dalla fiera londinese Eag expo gli operatori italiani dell'amusement chiedono interventi e invocano un tavolo di crisi con l'Agenzia accise, dogane e monopoli.
Scritto da Ac
Amusement: operatori italiani chiedono certezze e un cambio di passo
Londra – Il settore dell’intrattenimento prova a ripartire dalla fiera di Londra, l’Eag expo, che si avvia alla conclusione dopo tre giorni di networking e presentazioni di nuovi prodotti, puntando sulla prossima stagione estiva delle sale giochi europee.
Per gli italiani, come sempre schierati in gran numero, la fiera rischia però di essere la solita beffa: anzi, peggio ancora del solito, visto che alla luce degli ultimi sviluppi normativi, i giochi che potrebbero essere importati nel nostro Paese rischiano di essere meno di prima, a causa delle nuove procedure di omologazione che sembrano prescindere dal concetto stretto di abilità.
Questo, almeno, è ciò che lamentano gli operatori nostrani, alle prese ormai da mesi con un processo di certificazione che non ha ancora portato i suoi frutti. Al punto che, ad oggi, mentre si svolge la fiera di Londra e (soprattutto) mentre sta per andare in scena anche quella italiana di Rimini, non è stato ancora omologato neanche un singolo gioco.

“La situazione è drammatica e forse il nostro regolatore non si rende conto realmente della situazione che stanno vivendo le imprese”, tuona Roberto Marai, titolare di FaroGames. “Dopo che abbiamo lavorato a lungo sulla produzione di tutte le documentazioni richieste dalle nuove procedure oggi, ad alcuni mesi di distanza, non abbiamo ancora ricevuto neppure una omologa. Mentre nel frattempo abbiamo acquistato nuovi prodotti, come richiesto dal mercato: li stiamo pagando e non possiamo distribuirli. Perché mentre i legislatori scrivono le norme e cercano di capire come applicarle, nel frattempo il mondo va avanti e non rimane in sospeso. Mentre noi dobbiamo aspettare chissà cosa. Forse non ci si rende conto che in questo modo si uccidono le imprese, tanto più in un momento delicato come quello attuale, in cui tutti devono fare i conti con la pandemia”.

A evidenziare le difficoltà della filiera è anche Mauro Zaccaria, titolare di Tecnoplay e presidente del Consorzio degli operatori dell’intrattenimento, Fee: “Nei giorni scorsi è arrivata la proroga dei termini, inevitabile, che ha spostato di qualche mese la scadenza prevista per le nuove omologhe: questo slittamento però nulla cambia rispetto alla situazione in cui si trovano produttori e distributori di giochi visto che, se prima non potevamo vendere nessun prodotto, oggi continueremo a non farlo almeno fino a quella scadenza. E questo è un elemento di estrema criticità. Bisogna infatti ricordarsi che oltre a questi mesi di stallo a causa della normativa, il nostro settore è già fermo da oltre due anni a causa della pandemia e questo rende sempre più difficile sopravvivere per chi si occupa di intrattenimento”.
Per questo il presidente Fee annuncia l’intenzione di chiedere all’Agenzia, delle accise, delle dogane e dei monopoli un incontro urgente per discutere di queste problematiche e ottenere risposte di fronte al perdurare di una crisi sempre più schiacciante per le imprese.

Un altro problema che si aggiunge pesantemente a quello dei tempi (e dei costi, visto che per i produttori già in difficoltà, si arriva a spendere quasi duemila euro ad apparecchio con alcune aziende che hanno anche centinaia di prodotti diversi da certificare, tutti insieme) è anche quello dei criteri di omologazione. Come torna a evidenziare Tiziano Tredese di Elmac: “Con le nuove regole stiamo per far sparire dei giochi che rappresentano una lunga tradizione nel nostro Paese e nel mondo, e questo solo per la presunzione che possano applicare principi riconducibili ai giochi a vincita, a causa di una normativa mutuata da quella degli apparecchi comma 6”, spiega. “È però evidente che chi ha pensato o scritto queste norme non si renda bene conto di come funzionino questi giochi: basterebbe provarli per rendersi conto che il loro funzionamento è esclusivamente basato sull’abilità del giocatore”, aggiunge Tredese. Concludendo con la frase forse più ricorrente tra tutti gli italiani del settore presenti alla fiera di Londra: “Peccato davvero che nessuno della nostra amministrazione sia venuto qui in fiera, proprio in un momento come quello che stiamo vivendo da noi, perché sarebbe stata un’occasione per toccare con mano la testa di questi giochi e capirne i veri meccanismi”, insieme alle potenzialità, per scongiurare forse quei possibili rischi che continua a temere il regolatore. I quali, tuttavia, non sono certo frutto dell’immaginazione di qualche burocrate o tecnico amministrativo, bensì figli di alcuni precedenti grigi del settore, quando hanno circolato dei giochi di azzardo “travestiti” da apparecchi di puro intrattenimento. Ma è proprio su questo punto che insistono gli operatori: “Se in passato ci sono stati degli illeciti, è giusto intervenire con la massima severità e introdurre pene pesanti per chi conduce questo tipo di attività: ma quello di cui ci si deve rendere conto – spiega ancora Zaccaria – è che tutte queste norme, questi cavilli e questi ulteriori oneri che vengono introdotti per l’omologazione dei giochi, continuano ad essere richiesti a tutti quegli operatori che hanno sempre seguito le regole, anche quando queste erano poco chiare o difficilmente applicabili. Mentre se ci sono dei criminali che offrono giochi illeciti, non si preoccupavano prima delle regole e non se ne occuperanno adesso. Per questo – conclude – serve perseguire quegli illeciti, controllando i locali e introducendo pene severe, anche per gli esercenti che eventualmente ospitano questo prodotti, dopo che è stata fatta correttamente una ricognizione di tutti i prodotti in circolazione, che non dovrebbe più consentire ambiguità anche nel riconoscere i giochi. Ma tutto questo deve avvenire salvaguardando la parte buona del settore e non vessandola, altrimenti si rischia di buttare l’acqua sporca insieme al bambino”.