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Gioco lecito e industria italiana, As.Tro: “Il problema non è più la tassazione”

  • Scritto da Redazione

“Correva il tempo in cui chi faceva industria si lamentava delle tasse perché troppo esose e quindi disincentivanti l’assunzione di quella dimensione imprenditoriale ‘a tutto tondo’, che altrove, nel mondo civilizzato, colloca la ‘company’ al centro della vita di un territorio”.

Lo sottolinea una nota di As.Tro secondo la quale “oggi, parlare di ‘sole’ tasse è un lusso che non ci possiamo più permettere in quanto il concetto stesso di industria si è fatto evanescente, laddove il suo elemento fondante, ovvero il ‘lavoro’,  è oggetto della più assoluta assenza di punti di riferimento.

Solo la c.d. tassazione sulla casa è più ‘nebulosa’ della attuale dimensione del lavoro, su cui si addensano diverse specie di nebbie e foschie che impediscono la comprensione del fenomeno.

Il dato di fatto è che il lavoro ‘cala’, e che le condizioni ipotizzate per tutelare quello che c’è confliggono con quelle che si vorrebbe creare per aumentarlo.

Per abbassare il costo del lavoro per i neo assunti si devono innalzare altri prelievi e quindi si minaccia la sopravvivenza di chi oggi è già assunto (in aziende che non possono pagare più tasse di quelle che già pagano).  Analogo discorso vale per il sistema post-lavoro, ovvero quello previdenziale: se non si incassano i contributi non si possono erogare pensioni.

Questo è il corto circuito che sta condannando il Paese al baratro e che purtroppo rivela come sia ‘normale’, che anche il fenomeno del gioco lecito sia, per l’appunto, gestito tramite il ricorso a ‘corto-circuiti’.

Come è evidente a tutti che non si possa creare nuova occupazione senza risorse compensative per le incentivazioni (o sgravi) che dovrebbero supportarne la crescita, così è evidente che non si possa pretendere contemporaneamente ‘più performance erariale dal gioco’ e ‘meno insediamenti/prodotti di gioco lecito’.

Il rozzo linguaggio che etichetterebbe questa situazione tramite l’adagio popolare richiamante l’impossibilità di ubriacare la moglie e conservare la botte piena di vino, va rigettato con decisione.

Esso si è già rivelato mediaticamente inefficace, nonché contrastante con quella quotidiana strategia del ‘corto-circuito’ grazie proprio alla quale si scrivono bilanci pubblici adducendo che ‘certe botti ‘non si svuoteranno mai ‘nonostante la garanzia di ebrezza’.

Il problema del gioco lecito, quindi, non è (più) la sua tassazione, che è già al limite massimo di imposizione, identificato dai tecnici dell’Adm e dai revisori della Corte dei Conti, e che, se eventualmente aumentata, non farebbe altro che decrescere il gettito effettivo per estinzione naturale dei prodotti non più redditizi. La matematica è quindi, sul punto, la nostra vera lobby immanente.

Il problema del sistema legale di gioco pubblico è di natura ontologica.

Che cos’è, a cosa serve, chi lo vuole, chi non lo vuole, a quali condizioni si e quali condizioni no. Come tutti i problemi ‘ontologici’, purtroppo, esso impone una sola strada per essere risolto, ovvero una condivisa visione sui presupposti, sulle ragioni, sulle condizioni, sulle valutazioni.

In Italia, oggi, bisogna parlare ‘semplice’, se si vuole perseguire un bene comune, benché non compreso come tale.

Da un lato ci sono più di sei mila imprese con 200 mila addetti, che compongono, assieme ad una complessa struttura amministrativa dello Stato un circuito industriale a direzione pubblica.

 

I PUNTI DEBOLI DEGLI ENTI ANTI-GIOCO - Dall’altro ci sono realtà locali e nazionali che il gioco lecito non lo vogliono, senza però essere in grado di documentare:

- come reperire il mancato gettito erariale,

- come compensare la disoccupazione che ne deriverebbe, unitamente ai fallimenti imprenditoriali e commerciali,

- come arginare la fibrillazione di ordine pubblico derivante dalla integrale ‘ri-consegna’ dell’offerta di gioco ai soli Casinò (perché comunque queste entità sono al riparo da qualsiasi reprimenda).

Costoro gestiscono mediaticamente il loro pensiero argomentando che il risparmio socio-sanitario derivante dal ritorno all’abolizionismo compenserebbe tutto.

Le ragionerie di Stato non condividono l’assunto.

 

UNA SITUAZIONE DI STALLO - Oggi, quindi, ci si trova in una situazione di stallo totale: il Parlamento che tutela il monopolio pubblico sul gioco si vede assaltato dai ‘forconi mediatici’ e quindi fa retromarcia; i no-slot continuano la loro battaglia ideologica, e i progetti di riforma strutturale sul sistema gioco legale non decollano, perché ci si rifiuta di adottare una base comune di principi su cui lavorare.

Il risultato è ‘tutto italiano’: chi è malato di Gap non è curato, chi vuol fare gioco non autorizzato non è sottoposto ad alcun deterrente efficace, l’indebitamento delle aziende operatrici del settore aumenta, mentre il sistema amministrativo si dota di sempre più ipertrofici regolamenti che ‘restano a guardare’ al cospetto dello sfratto imposto al gioco lecito, per legge regionale o regolamento comunale.

 

VERSO NUOVE NORME PER IL GIOCO - A qualcuno, prima o poi, non sfuggirà l’assunto di partenza su cui fondare un nuovo sistema, efficace, funzionale e soprattutto non aggredibile dai falsi moralizzatori del Paese.

Semplificazione e razionalizzazione devono essere le due strade maestre, al cui interno far convergere ‘gli scopi istituzionali’ che si assegnano al gioco lecito, anch’essi doverosamente caratterizzati da ‘semplicità e chiarezza’, oltre che immediata e stringente logicità ‘spicciola’.

Da questi criteri deriva una ‘nuova legge nazionale’ sul gioco lecito di dieci-quindici articoli al massimo, invalicabile da qualsiasi consiglio regionale o comunale, ma non per l’arrogante presupponenza della fonte normativa primaria, ma per la sua coerenza rispetto a chiari scopi condivisi.

L’unico ‘neo’ di tale legge è la sua idoneità a far sparire il gioco dall’agenda delle calamità vicarie a cui attribuire le criticità del nostro Paese.

Il rischio vero, quindi, è che si debba tornare a trattare i grandi problemi e le grandi riforme di cui l’Italia ha bisogno, senza più avere l’alibi del gioco come colpevole di tutto”. 

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