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Giuliano Malatesta: 'Las Vegas è davvero l'ultimo posto onesto in America?'

12 gennaio 2023 - 13:31

Lo scrittore e giornalista Giuliano Malatesta ci spiega la sua avventura nella Sin City dove, grazie alla sua passione per il poker, ha provato a capire meglio una delle città più poliedriche del pianeta.

Scritto da Cesare Antonini
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“Poker a Las Vegas. Viaggio nell'ultimo posto onesto d'America”. Qualche settimana fa il collega giornalista e scrittore Giuliano Malatesta c'ha contattato per presentare la sua ultima fatica che, in effetti, è in pieno “fuoco” con queste pagine. Gioco News ha messo in cantiere un'intervista per presentare questo lavoro che abbiamo anche avuto il piacere di leggere. E nelle 144 pagine di Malatesta, abbiamo ritrovato molte sensazioni e riflessioni che, in tutti questi anni in cui il nostro magazine è volato spesso nel Nevada per le World Series of Poker dove abbiamo lasciato un pezzo di cuore riportando indietro per i lettori immagini e parole preziose per provare a spiegare la grandezza di questa città americana.

Al lavoro, quindi. Da dove nasce questa opera? “Parto da una premessa. Mi hanno sempre interessato le storie delle città, i cambiamenti urbani, i mutamenti, le trasformazioni, uso un parolone, anche antropologiche. Non a caso quasi tutti i miei libri, a prescindere dall’argomento che raccontano, si muovono o hanno come filo conduttore centri urbani: Barcellona, Genova, varie città americane. Era da tempo che volevo scrivere qualcosa su Las Vegas, surreale luogo in mezzo al deserto che con una brillante intuizione lo scrittore Marc Cooper ha ribattezzato “l’ultimo posto onesto in America”. Una provocazione, da me ripresa nel sottotitolo del libro, proprio a sottolineare la sua peculiarità. Ovvero che Las Vegas è la valvola di sfogo del puritanesimo americano, è il luogo dove l’etica del capitalismo è messa a nudo senza inganni e ipocrisie. Per dirla con le parole del grande El Alvarez, poeta e giornalista anglosassone nonché autore del più bel reportage di poker mai scritto, “The Biggest game in town”, sin city “incarna i peggiori tratti del capitalismo che hanno reso grande questo paese”. Considerato il mio modo di scrivere, sempre un po’ defilato rispetto al mainstream, per raccontare la città avevo però bisogno di non partire dal generale ma di fermarmi ad osservare le cose da una prospettiva particolare, inusuale, meno nota. E visto che sono un modesto, e anziano, giocatore ma mi ritengo un discreto osservatore, mi è sembrata una buona idea quella di provare a raccontare un luogo immergendomi nelle atmosfere e nelle storie di quello che è, possiamo dirlo tranquillamente, uno dei più affascinanti giochi strategici di sempre. Per farla breve. Credo sia un libro che parli di poker (sopratutto di storie e personaggi legate al poker, senza avventure in analisi tecniche che non mi competono, anche perché nei pochissimi casi in cui ho provato a descrivere una mano sono stato immediatamente redarguito dall’editor della casa editrice che si lamentava di questi gergali e sconosciuti termini pokeristici…) ma che ha l’ambizione di andare oltre e provare a raccontare da una prospettiva laterale una città e un piccolo improbabile angolo di Stati Uniti d'America”.

Anche se tutto dovrebbe rimanere lì, che ricordi porti da Las Vegas? “Come ti accennavo prima la Sin City è un luogo surreale – prosegue Malatesta - da un lato sembra una biosfera autosufficiente costruita su misura, una specie di labirinto dispotico dove si vive costantemente al chiuso in spazi costruiti appositamente senza orologi e senza finestre. Dall’altro, come scrisse il sociologo Neil Postman già negli anni Ottanta, che sono poi gli anni in cui la città cambia totalmente volto, trasformandosi da luogo volutamente peccaminoso e sordido in un parco divertimenti votato all’intrattenimento, Las Vegas per quello che rappresenta può essere considerata la vera capitale morale, e dunque simbolica, degli Usa. Una città che rappresenta bene lo spirito di una civiltà in cui ogni discorso pubblico prendere la forma di uno spettacolo. Alla fine è sempre una questione di prospettiva, di come guardi le cose e da che punto di vista. È chiaro che devi avere un motivo specifico per andarci. Non vai a Vegas come andresti a Parigi o a Berlino. Personalmente senza il poker diventerebbe un posto inutile. Ma se ti piace il gioco davvero credo che la città sia una sorta di paradiso perduto. Per tutti, professionisti e semplici amatori che vogliono giocare e divertirsi. E perché no, provare a fare un bel colpo”.

Da osservatore esterno cosa ne pensi del poker, siamo riusciti in questi ultimi 20 anni a sdoganarlo o devi proprio viverlo per capire che le skills, comunque, sono molto importanti? “Certamente sono stati fatti passi avanti, questo è innegabile. Lo dicono anche i numeri – assicura Giuliano Malatesta - ma almeno in Italia la parola poker al di fuori della comunità ancora sconta quel immaginario novecentesco tra il selvaggio e il romantico fatto di tavoli fumosi, atmosfere torbide e facce da gangster. Insomma, roba da vecchio West. Questo accade anche per un vizio legislativo, nel senso che rimaniamo uno dei pochi paesi europei, forse l’unico, dove è vietato giocare a poker al di fuori dei quattro casinò di frontiera, che tra l’altro non se la passano benissimo, per usare un eufemismo. È curioso che io possa giocarmi tanti soldi sul primo tempo di una partita della Serie B norvegese spingendo un semplice tasto del computer ma non trovi un luogo legale dove partecipare a un torneo da 30 o 50 euro di buy in. Misteri italici, lo sappiamo. Ma come tali irrisolvibili”.

Che opinione hai del circuito italiano ed europeo? Conosci qualche player o torneo, hai frequentato qualche casino o qualche poker room? “Io non giro molto, anzi, quasi per niente, preferisco andare una volta l’anno, quando ci riesco, a Vegas, e giocare per un paio di settimane. Quindi non ho un’opinione nitida sul circuito italiano. Però posso dirti una cosa – prosegue ancora l'autore - ricollegandomi a quello che dicevamo prima. E’ proprio l’impossibilità di avere luoghi fisici legali dove poter giocare che contribuisce a un lento sdoganamento del gioco al di fuori di una nutrita pattuglia di appassionati che naturalmente esiste. Ti faccio un esempio. Quando giochi a Vegas, ti capiterà molto spesso di sederti ad un tavolo diciamo eterogeneo: studenti, casalinghe, registi, professori universitari, pensionati, perfino il genere femminile. Da noi invece, nelle sale o nei circoli dove si gioca c’è ancora una dimensione, che per forza di cose attira una più limitata categoria di persone. Ci sarebbe poi da farsi due risate sul differente atteggiamento al tavolo tra le due sponde dell’atlantico, ma quello rientra più nel campo del folklore. In America se vinci un piatto scoppiando AA il tuo avversario non si azzarderebbe mai ad andare oltre un educato 'nice hand’. Da noi, al contrario, si aprirebbe subito ‘er dibattito’. Con esiti imprevedibili. Ma in un paese dove siamo tutti allenatori, forse non poteva essere diversamente”. In effetti le cose sono migliorate moltissimo negli ultimi anni ma ancora la differenza, su alcuni approcci al gioco, è piuttosto marcata”.

Ci sarà un'altra "puntata", magari sulla realtà italiana, sarebbe bello o credi che possa avere difficoltà vista la demonizzazione del gioco in generale da parte di alcune forze politiche? “Eh, davvero difficile immaginarlo ora. Diciamo che anche solo per pensarci bisognerebbe andare in giro. Lo prendo come un auspicio…”, conclude l'autore.

Lui chi è?!?

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Giuliano Malatesta, giornalista, ha lavorato con l’Ansa, Il Venerdì e Il Messaggero.
Tra i suoi libri, Blues Highway. Da Chicago a New Orleans. Viaggio alle origini della musica americana (Arcana, 2015), El niño del balcón. La Barcellona di Manuel Vázquez Montalbán (2017) e La Genova di De André. Da corso Italia a via del Campo (2019), pubblicati da Giulio Perrone Editore.

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