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Fase 2 ma non per tutti: giochi fermi e bar in difficoltà, serve di più

  • Scritto da Vincenzo Giacometti

Mentre gli addetti ai lavori del gioco attendono di tornare a lavorare, la ripartenza delle attività consentite non sta andando come auspicato: serve un nuovo intervento, subito.

La "Fase 2", lo scriviamo da giorni, è una realtà, ma non per tutti. Secondo le stime di Fipe Confcommercio, sono ben novantamila tra gli oltre 333 mila bar, ristoranti, pasticcerie e gelaterie, che hanno deciso di non riaprire per il momento. Anche perché non c’è certo l’assalto dei clienti: fatto 100 l’afflusso normale, secondo un’indagine di Confcommercio Milano, Lodi, Monza e Brianza, l’affluenza è del del 30 percento per i negozi non alimentari, del 28 percento per i servizi alla persona e del 20 percento per la ristorazione. La scelta di restare chiusi non riguarda particolari zone del paese, o aree cittadine rispetto ad altre. Dai centri storici alle zone più residenziali, dal nord al sud la situazione è la stessa per tanti. Secondo le stime del Centro Studi Fipe-Confcommercio è ancora chiuso il 30 percento dei ristoranti e dei bar. Per lo più si tratta dei locali dei centri storici delle città, che vivono soprattutto di turismo, anche per le difficoltà di accesso in questo momento dei residenti.

Poi ci sarebbe anche una minoranza di ristoratori che sta facendo una resistenza psicologica: non se la sentono cioè di riaprire in queste condizioni, con tutte le regole su distanziamenti e sanificazioni. Alcune categorie stanno vivendo la riapertura in modo migliore rispetto ad altre, come spiega Mauro Bussoni, segretario generale Confesercenti: “Ad aprire con maggior soddisfazione sono stati i parrucchieri, che sono stati davvero sommersi dalle richieste e hanno lavorato alla grande. Bisogna vedere quanto dura questa condizione. I negozi di abbigliamento – aggiunge – hanno aperto in percentuale elevata, per ora con molta meno soddisfazione. Ma le imprese hanno voglia di andare avanti”. 

LA SITUAZIONE DEI GIOCHI - E ad avere voglia di andare avanti sono anche e soprattutto le imprese del gioco, dopo un'astensione totale dalla raccolta di tutti i centri di gioco che per le aziende vuol dire fatturati azzerati di fronte a costi fissi elevati, che contraddistinguono le location terrestri. Oltre alla volontà di non voler mandare a casa nessuno, che a questo punto diventa impossibile. Ma gli operatori vogliono resistere e per questo chiedono di ripartire. Tenendo anche conto della sempre più evidente anomalia, in virtù della quale non solo vengono riaperte praticamente tutte le attività fuorché i giochi, prima del 15 giugno – anche quelle evidentemente più a rischio – ma addirittura, decisione delle ultime ore, ripartiranno anche le corse dei cavalli in Italia, sia pure a porte chiuse, costituendo un paradosso ulteriore: con eventi che si svolgono unicamente per le scommesse, ma senza che riaprano i punti di raccolta delle scommesse. Col rischio – elevatissimo – che quella domanda verrà coperta da un'offerta illegale.

Ecco perché riaprire è un'assoluta priorità. Anche se non è sufficiente a garantire la tenuta del sistema legale, per le ragioni sopra illustrate, sia pure prendendo l'esempio dei pubblici esercizi. Il governo dovrà tenere conto anche della redditività delle imprese e dell'effettiva possibilità di riprendere il via. Altrimenti le aperture saranno poche e, peggio ancora, destinate a durare per pochi giorni o settimane, per poi abbassare la saracinesca in via definitiva.

 
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