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Scommesse, Ctd e newslot: la raccolta doppiamente non autorizzata

  • Scritto da Ac

Il legame tra slot e scommesse risulta vincente e altamente strategico per gli operatori: anche nei centri non autorizzati, ma occhio alle leggi e, al solito, alla giurisprudenza.

 


Il legame tra gli apparecchi da intrattenimento e le agenzie di scommesse rappresenta un connubio sempre più strategico per gli addetti ai lavori, destinato a diventare vieppiù importante in vista del prossimo bando di gara per il rinnovo dei diritti, alla luce delle restrizioni normative introdotte da Governo ed enti locali e della futura certificazione degli ambienti da gioco.

Nuove regole che, come noto, dovrebbero ridurre il numero di pubblici esercizi che ospitano slot, rendendo immuni quegli ambienti già “dedicati” alle attività di gioco come appunto le agenzie. Per questa ragione il settore del Betting rappresenta un segmento al quale gli operatori - e i futuri investitori - guardano con interesse per lo sviluppo e l'implementazione del business. E lo stesso fanno anche gli “altri competitors” dei concessionari di stato: ovvero, gli operatori del tutto illeciti o quelli “non autorizzati”, con riferimento alla cosiddetta "doppia rete di raccolta", rappresentata cioè da quella dei concessionari (e dei regolarizzati) a cui si aggiunge quella dei non concessionari, che opera in virtù della libertà transfrontaliera: un'anomalia non solo per il mercato ma anche per le regole di concorrenza tra operatori.


Non a caso, nell’evoluzione normativa che ha contraddistinto il settore negli ultimi anni, il regolatore ha introdotto norme specifiche per vietare l’installazione delle slot (e tanto più delle Vlt) all’interno dei cosiddetti “centri trasmissione dati”, ovvero, dei punti vendita che raccolgono giocate in assenza di un titolo concessorio. Un tema che è tornato di attualità, in questi giorni, dopo una pronuncia favorevole al titolare di un centro Stanleybet che deteneva slot all’interno del suo Ctd.


Ciò significa, dunque, che le slot si potranno installare anche nei centri non autorizzati? E’ la domanda che sta circolando in queste ore. Per tale ragione GiocoNews.it ha voluto approfondire la questione, tornando a parlare, quindi, dell'offerta di gioco tramite apparecchi Awp in esercizi che, titolari di licenza ex articolo 86 del Tulps, di fatto svolgono un'attività di raccolta delle scommesse in mancanza di concessione e della licenza di pubblica sicurezza richiesta dall'articolo 88 Tulps. Una fattispecie particolare che, ad oggi, avrebbe un riferimento normativo specifico, nonostante la giurisprudenza altalenante di cui parliamo ora.
 
COSA DICE LA NORMATIVA - Per poter svolgere l'attività di raccolta delle scommesse, come noto, oltre alla concessione di esercizio rilasciata dai Monopoli di Stato, occorre anche il possesso della licenza di pubblica sicurezza della Questura territorialmente competente (ex art 88 Tulps). Non è quindi sufficiente la licenza ex art 86 prevista dallo stesso Tulps e richiesta, tra le altre, per l'installazione degli apparecchi per il gioco lecito in esercizi commerciali o pubblici diversi da quelli già in possesso di altre licenze. Ebbene, la normativa vigente e, in particolare, l'articolo 110 (al comma 9 lettera f-bis) del Tulps (introdotto dalla legge di stabilità per il 2013) prevede l'applicazione della sanzione amministrativa pecuniaria da euro 1.500 a 15mila, per ciascun apparecchio, a carico di chiunque, sul territorio nazionale, distribuisce o installa apparecchi e congegni di cui al medesimo articolo 110, o comunque ne consente l'uso in luoghi pubblici o aperti al pubblico o in circoli e associazioni di qualunque specie, non muniti delle prescritte autorizzazioni, ove previste. I Monopoli di Stato hanno precisato, con apposita circolare (del 13 giugno 2013), che la norma ha inteso prevedere una sanzione espressa anche per l'eventuale installazione o utilizzo di apparecchi Awp in locali in cui si esercitano scommesse ma che sono privi dell'autorizzazione di polizia di cui all'articolo 88 Tulps.
 
COSA DICE LA GIURISPRUDENZA - Nell'ambito della giurisprudenza di merito affermatasi in materia, ancora non uniforme né tanto meno univoca, lo scenario è decisamente vario: il Tribunale Civile di Palermo, con sentenza dello scorso 11 aprile 2017, ha confermato la condanna del gestore di un centro collegato alla società Stanleybet al pagamento della somma di 36mila euro, a titolo di sanzione amministrativa e spese, per aver installato, all'interno dell'esercizio, dodici apparecchi, in mancanza della licenza prevista dall'art 88 Tulps e così in violazione dell'art 110 comma 9 lett f-bis del Tulps.
Nella stessa direzione, il Tribunale Civile di Agrigento, con sentenza del 14 dicembre 2016, ha rigettato l'opposizione alla sanzione amministrativa irrogata a carico di un centro collegato alla società Stanleybet, per 25mila, in relazione all'installazione di cinque apparecchi in mancanza dalla licenza richiesta per la raccolta di scommesse.
Occorre citare anche la più recente sentenza del Tribunale di Messina, del 5 ottobre scorso che, in senso opposto, ha invece accolto l'opposizione proposta dal centro collegato alla predetta società anglo-maltese, annullando la sanzione amministrativa pari a 24.008,75 euro, per l'installazione di otto apparecchi, sulla base della ritenuta illegittimità europea della normativa disciplinante le concessioni.
Si tratta di sentenze, ancora non definitive in quanto oggetto di impugnazione, ma che meritano qualche riflessione. Per tale ragione abbiamo chiesto un commento all’avvocato Chiara Sambaldi, esperta in materia: "Il Giudice civile, nel caso di Palermo, ha ritenuto irrilevante il profilo della contrarietà della normativa interna ai principi europei in quanto ciò che viene in rilievo è la condotta dell'esercente italiano che al momento dell'accertamento era comunque privo della necessaria licenza”, spiega il legale. “In entrambi i casi in cui è stata confermata l'ordinanza ingiunzione di Adm – aggiunge - gli esercenti non hanno dimostrato di aver richiesto alla Questura la licenza ex art. 88 Tulps e detta circostanza, in ambito penalistico, ma con incidenza anche nei giudizi civili, è riconosciuta dalla giurisprudenza della Corte di Cassazione dirimente per confermare la configurabilità dell'illecito e l'irrilevanza della questione relativa alla discriminazione dell'operatore estero in collegamento con il quale opera l'esercente. Nel caso esaminato dal giudice messinese, invece, non vi è riferimento alla richiesta della licenza di Pubblica sicurezza e il tribunale, dopo aver ripercorso l'evoluzione normativa e giurisprudenziale ha annullato la sanzione disapplicando la normativa interna in favore del primato del diritto Ue in violazione del quale si porrebbe la nota clausola di cui all'articolo 25 dello schema di convenzione Monti".

 

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