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Scommesse illegali, Cassazione conferma condanne cosca Arena

  • Scritto da Redazione

La Corte di Cassazione rigetta i ricorsi contro la custodia cautelare in carcere per raccolta illegale di scommesse a vantaggio della cosca Arena.

La Corte di Cassazione ha rigettato i ricorsi di una serie di affiliati ad una cosca mafiosa contro i provvedimenti con cui il Tribunale di Catanzaro ha respinto la richiesta di riesame presentata avverso le ordinanze emesse dal Giudice per le indagini preliminari di applicazione della misura della custodia cautelare in carcere in relazione ai delitti di partecipazione a un'associazione mafiosa armata (art. 416-bis cod. pen. - Capo 1) per la raccolta di scommesse in agenzie che operavano nel settore del gioco illecito i cui proventi finivano nella disponibilità del boss", coinvolto nel 2017 nell'operazione interforze che aveva registrato 68 arresti, sgominando la cosca di 'Ndrangheta Arena.


"Nel caso in esame l'ordinanza genetica fornisce risposte implicite a tutte le osservazioni della difesa le quali non alterano in alcun modo l'iter logico giuridico seguito dal giudice.
Il provvedimento impugnato e l'ordinanza di custodia originaria sono sufficientemente argomentati sul punto, essendo riportato il materiale di indagine ed effettuate valutazioni in ordine alla significatività dello stesso.
Rispetto a tali argomentazioni, il motivo contesta essenzialmente profili di merito, indicando una diversa valutazione del materiale probatorio", si legge nella sentenza della Cassazione.
 

I giudici del riesame "hanno difatti ineccepibilmente osservato che la prova della condotta addebitata al ricorrente deriva in primo luogo dall'accertata (in forza di provvedimenti giudiziari irrevocabili) esistenza, struttura ed operatività dell'organizzazione criminale, dalle intercettazioni telefoniche e ambientali che hanno dimostrato, quasi in diretta, lo svilupparsi dell'azione illecita di controllo del territorio e delle attività illecite afferenti alle scommesse clandestine e l'esistenza di un costante e continuo contatto del ricorrente con i vertici dell'organizzazione, oltre alla specifica attività di recupero degli incassi dell'illecita attività gestita dall'organizzazione utilizzando la base logistica messa a disposizione dal ricorrente (a nulla rilevando l'esistenza di un formale rapporto di lavoro dello stesso)", conclude la Cassazione.
 
 
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